Quel Diavolo di Belzebù

15 maggio 2013 ore 10:13 segnala


"Crede nel diavolo al quale è stato tante volte politicamente paragonato?"
"Mi astengo..." (ridacchiando).
"Per conflitto di interessi?".
"Ah no...Speriamo di non vederlo mai nell'Aldilà. Di qua, un certo numero di allievi ce l'ha...Se ne avesse meno, sarebbe meglio...".



Sono solo alcune battute di un'intervista del 2008 fatta da Bruno Vespa, in quel di Porta a Porta, al Senatore a vita Giulio Andreotti, recentemente scomparso alla veneranda età di 94 anni.
E' stato, il Divo Giulio, certamente, l'uomo di governo e di partito italiano più blasonato.
7 volte presidente del Consiglio dei Ministri, 19 volte Ministro, Senatore a vita dal 1991, l'unico ad essere stato in Parlamento per tutta la storia della Repubblica Italiana, oltre che fondatore della Democrazia Cristiana, nel dopoguerra, insieme ad Alcide De Gasperi.
Ma per nemici e detrattori, tanti, tantissimi, al punto da farne uno degli uomini più controversi della Storia d'Italia, era semplicemente "Belzebù".
Il Diavolo...fermo...convinto...mai un passo indietro...con un'indomita forza di volontà...capace anche di negare l'evidenza pur non macchiare, anche in minima parte, quella Storia che lui, il Divo Giulio, aveva contribuito in prima persona a costruire, anche a costo di farsi odiare dai democristiani della generazione precedente.

Ma era davvero Belzebù l'uomo che entrava nelle stanze di Pio XII senza farsi annunciare, che con Moro era il braccio politico di Paolo VI, che seppe in anteprima dell'elezione di Papa Giovanni XXIII, che strinse un rapporto talmente forte con Papa Wojtila da meritarsi un abbraccio ed un sostegno pubblico allorquando era indagato per mafia?
E' possibile.
Perchè è difficile restare al centro della vita politica italiana senza avere fatto un patto col diavolo o averne assunto le sembianze.
Ma se Andreotti è stato un diavolo, aveva ragione lui nel sostenere che si trovava, certamente, in buona compagnia. Perchè tante ne ha fatte, ma tante ne ha anche subite.
Il problema è se giustamente o meno.



Il suo iter giudiziario parla chiaro.
-Condanna in appello, a Perugia, a 24 anni come mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli (poi annullata in Cassazione).
-Condanna come mafioso in servizio permanente effettivo retrodatata (e quindi prescritta) agli anni precedenti il 1980.
Il "Processo alla storia d'Italia", come venne definito, con una mole investigativa mai vista (oggi, forse solo la Boccassini può permettersi tanto quale novella Don Chisciotte...), da punta di diamante per lo stravolgimento di fatti ormai certi e con un potenziale effetto domino sullo scacchiere interno e non solo, si sgonfiò così, senza appello, rimanendo nei canoni e nei termini del limbo chiaroscuro della certezza incerta e del buio luminoso ed accecante.

Scoprire il vaso di Pandora e poi decidere di richiuderlo con del nastro adesivo trasparente.
Più o meno si è fatto questo a rileggere la sentenza del 2 Maggio 2002, a chiusura del processo di appello.
Andreotti viene Dichiarato non colpevole, ma con una formula molto particolare, e che ha suscitato polemiche mai sopite.
Prosciolto per prescrizione dall'accusa di associazione per delinquere semplice, per i fatti avvenuti fino al Marzo 1980
Assolto con formula piena per i fatti successivi, inquadrati sia come associazione "semplice", sia come associazione "mafiosa", reato istituito solo nel Settembre 1992, con la legge Rognoni-La Torre.

Scrive Riccardo Arena:

"Prosciolto non significa assolto: vuol dire anzi che non ci sono elementi sufficienti per scagionare. Ma nel caso del Divo Giulio si andò oltre: nella motivazione la prima sezione della Corte d'appello scrisse infatti a chiare lettere che Andreotti sarebbe stato a disposizione della mafia fino a quando non prese coscienza della sua pericolosità, dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella (6 Gennaio 1980) e quando venne convocato dal boss stefano Bontate per essere "ripreso", visto che Mattarella "non era stato fermato". Da quella primavera di 33 anni fa sarebbe cominciato l'Andreotti-2, il politico Dc che la mafia la combattè".




Sentenza all'italiana, quindi...di assoluto compromesso.
Sentenza, confermata poi dalla Cassazione il 15 ottobre 2004.
Il che significa verità giudiziaria passata in giudicato.
Scrive ancora Riccardo Arena:

"A nulla valsero i tentativi dell'imputato di farla annullare, per far "rivivere" la decisione - pure controversa - con cui il tribunale lo aveva assolto, il 23 Ottobre 1999, utilizzando la formula che un tempo era dubitativa. meglio quel minimo "mascariamento" che quell'aperto attacco alla sua storia politica. Fatti, in fondo, sempre attuali, se si considera che il 27 Maggio si aprirà il processo sulla trattativa Stato-mafia, in cui si parte proprio dall'omicidio del proconsole andreottiano in Sicilia, Salvo Lima".



Una cosa è certa.
In un momento storico delicatissimo, in cui un' intera classe politica aveva assistito passivamente a un'aggressione mafiosa allo Stato, spazzando via giudici, giornalisti, rappresentanti delle Istituzioni, prefetti, poliziotti, carabinieri, gente comune, con le bombe, le stragi, il piombo ed il tritolo che dilagavano, con un pool di uomini coraggiosi come Chinnici, Caponnetto, Falcone, Borsellino che dai bunker sotterranei guidavano la riscossa dello Stato, Giulio Andreotti è stato colpito, dato anche nel nel turbillon di Tangentopoli non gli fu trovato neanche uno spillo, nei processi per mafia.
Sentenze che non lo condannarono ma quasi.

Amicizie sbagliate si è scritto, in primis quella con Salvo Lima, che dal vivo - in verità - non fu mai condannato per mafia, ma che ne portava un odore fortissimo.
Gli furono scaraventati addosso decine di pentiti.
Ma quando essi citavano la data di un incontro sospetto, le infallibili agende del Divo Giulio documentavano l'alibi.
Eppure, nonostante queste agende e la meticoloso precisione, quelle 2 sentenze rimangono scritte.
E, paradossalmente, quella di condanna a 24 anni per l'omicidio Pecorelli fu quasi indolore, perchè cancellata del tutto in Cassazione.
Quella di Palermo, invece, con la formula "è vero ma è prescritto", di una "condanna-non condanna", è rimasta e rimarrà per sempre un'ombra incancellabile.

E del resto, come detto, non si resta ininterrottamente sulla scena politica di un Paese come il nostro per cinquant'anni se non si è un pò Belzebù...
Con annessi e connessi vari...


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15/05/2013 10:13:05
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Commenti

  1. dealma 15 maggio 2013 ore 10:21
    Bel post. Di sentenze ambigue, in cui la colpevolezza viene cancellata da cavilli giuridici, e non certo da una effettiva e comprovata innocenza, ne abbiamo viste a bizzeffe, in questi ultimi anni. D'altro canto, morto un Belzebù, se ne fa un altro, no?
  2. malenaRM 15 maggio 2013 ore 17:08
    Morto un Belzebù se ne fa un altro, dice giustamente dea...ma da che mondo è mondo, si sa che occorre diffidare dalle imitazioni, sempre e comunque peggiori dell'originale.
    Andreotti, per lo meno, era intelligente.
    Molto intelligente.
    Vuoi mettere?
    Perfetto e dettagliato come sempre, Ombro.
    E complimenti per la rappresentazione grafica :-)
  3. antioco1 15 maggio 2013 ore 19:11
    di diavoli ne nascono sempre troppi un saluto ciao
  4. asor69 16 maggio 2013 ore 12:16
    credo che dei belzebù ce ne siano tantissimi
  5. jesuis.Arlequin 16 maggio 2013 ore 20:44
    Il primo, unico e grande Belzebù era lui. Gli altri sono solo imitazioni. :-)
    Bello questo post. Chiaro, sintetico ed efficace.
    Tristemenet ottima la vignetta con le tombe delle stragi.
    Bravo. :-)
  6. jesuis.Arlequin 16 maggio 2013 ore 20:44
    Il primo, unico e grande Belzebù era lui. Gli altri sono solo imitazioni. :-)
    Bello questo post. Chiaro, sintetico ed efficace.
    Tristemenet ottima la vignetta con le tombe delle stragi.
    Bravo. :-)
  7. ombromanto05 17 maggio 2013 ore 19:04
    Sarà un caso, ma certo fa pensare, che Giulio Andreotti sia morto a 94 anni, dopo essere riuscito a vedere la nascita di un altro governo di Unità nazionale, il primo dopo i due che guidò fra il 1976 e il 1979, ma anche l’esecutivo che vede, per la prima volta da quando è nata la Seconda Repubblica, tutti ex Dc nei posti chiave.

    L’eterno ritorno dell’uguale, che è in fondo la cifra dell’esperienza politica dell’uomo che ha collezionato nella sua storia personale il maggior numero d’incarichi di governo nella storia repubblicana.
    Dal 1945 al 1992 Andreotti è stato, forse, la personalizzazione stessa del potere, con tutte le luci e le ombre conseguenti. Ma a ben guardare anche questo lunghissimo intervallo temporale non riesce a circoscrivere la storia politica di quest'uomo, cominciata nell’organizzazione universitaria dell’Azione cattolica, ben prima che Alcide De Gasperi lo scegliesse prima come membro della Consulta nazionale e poi della Costituente, e che non è finita nemmeno quando il crollo della Dc e della Prima Repubblica lo spinse ai margini della vita politica e parlamentare (vedi i processi di Perugia e Palermo).

    Ma far la conta degli scandali e delle vicende torbide attraversate da Andreotti non è semplice: basti pensare, oltre alle vicende già citate sopra, al rapporto con Michele Sindona, che non venne meno neanche quando anche l’ultimo velo di perbenismo era scivolato di dosso all’ex "Salvatore della lira" (ipse dixit).

    Allo stesso modo è quasi impossibile far l’elenco delle tante personalità di Andreotti stesso. È stato indiscutibilmente uno statista, e non tanto per il numero di governi presieduti o gli incarichi ministeriali ottenuti, ma per la centralità mantenuta nella politica nazionale, che lo ha visto protagonista per oltre mezzo secolo in ogni fase della storia nazionale, dal piano Marshall alla crisi del Petrolio, dal centrosinistra (più subìto che approvato) alla solidarietà nazionale, fino ad arrivare ad essere una delle tre gambe del Caf, la formula politica che accompagnò l’ultima e declinante fase della Prima Repubblica.

    Fu uno dei grandi difensori dell’atlantismo, avendo avuto un ruolo non secondario nella nascita stessa del Patto Atlantico, ma il suo rapporto con l’amministrazione statunitense non è mai stato semplice. Non era, insomma, un "amerikano" con la Kappa come amava definirsi Francesco Cossiga.
    Anzi, come Aldo Moro fu spesso visto con sospetto da Washington, per la disinvoltura dei suoi rapporti con il mondo arabo e per la protezione, neanche tanto celata, concessa alle organizzazioni palestinesi, anche quelle più estreme (che preservò comunque l’Italia dalle manifestazioni più dure del terrorismo mediorientale). Senza ombre fu, invece, la sua vicinanza alla Curia Vaticana, ripagata da un sostegno mai rinnegato, nemmeno negli anni della caduta.
    Durante i processi palermitani, il Divo Giulio era infatti, e comunque, presenza fissa ad ogni evento organizzato nella Città Leonina.

    Nella Dc ha rappresentato per lo più l’anima conservatrice (tra il 1972 e il 1973 guidò prima un monocolore Dc e poi una coalizione con liberali e socialdemocratici che cercarono di superare la stagione dei governi con i socialisti) e proprio per questa sua caratterizzazione politica venne scelto per guidare la maggioranza allargata al Pci (dietro tessitura di Aldo Moro) ma poi in un paradossale e secondo alcuni anche oscuro ribaltamento dei ruoli, fu l’asse che che da Palazzo Chigi stabilì con Enrico Berlinguer e col ministro dell’Interno Francesco Cossiga, il vero ostacolo al partito della Trattativa, composto dai socialisti, dai fanfaniani e da parte della destra Dc, durante le tragiche settimane del sequestro Moro.
    Misteri italiani...

    Real politik e una notevole spregiudicatezza manovriera sono state ogni caso la cifra della sua azione politica, dentro e fuori la Dc. E sul realismo faceva perno anche la necessità di avere sempre dietro una corrente organizzata nel partito. Essere sempre determinante nei giochi interni Dc gli permetteva di esserlo anche nella politica nazionale e nella ribalta internazionale.

    Se poi si cerca di ricomporre un po’ il puzzle della sua figura si capisce che Andreotti è stato qualcosa di più vasto e complesso dell’Andreottismo stesso.
    Che alla fine è forse il complimento più grande che si può fare ad un politico e ad uno statista che fece della concretezza e del realismo la stella polare della propria vita. Non a caso, alla domanda se per un politico fosse meglio guardare lontano o più vicino a sé, rispose:
    "Sia i miopi che i presbiti, in politica, sono pericolosissimi.

    Grazie a tutti per gli interventi :-))
  8. ClarissaDalloway 20 maggio 2013 ore 19:53
    Anche io ho apprezzato molto la vignetta, triste, delle stragi... come riassunto efficacissimo dell'iter politico di Andreotti... che le ha attraversate tutte. Poteva non sapere??
  9. Speakers.Corner 21 maggio 2013 ore 13:01
    Francesca...tu chiedi se il Divo potesse non sapere???
    E' come chiedere a Scalfaro, ministro degli Interni allorquando avvenne la strage di Fiumicino, come mai, pur sapendo tutti, anche lui stesso (parole sue), del pericolo di un attentato dell'estremismo islamico, quella mattina all'aeroporto vi fossero solo 2 semplici agenti della polizia, ed a contrastare i terroristi furono invece agenti dei servizi segreti israeliani, che attendevano, lì, informati, e pronti all'azione...
    Misteri, misteri di una storia che forse mai verranno alla luce,....

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