...così continua la narrazione...

09 novembre 2013 ore 21:00 segnala


Il secondo vecchio, che conduceva i due cani neri, si diresse al genio e
gli disse:
«Io vi racconterò ciò che avvenne a me e a questi due cani, sicuro che
voi troverete la mia storia ancor più sorprendente di quella or ora intesa.
Ma quando ve l'avrò raccontata, mi promettete voi il secondo terzo della
grazia di questo mercante?»
«Sì» rispose il genio «purché la tua storia sorpassi in novità quella
della cerva.»
Dopo questo consenso il secondo vecchio incominciò.


STORIA DEL SECONDO VECCHIO
E DEI DUE CANI NERI



Gran principe dei geni, noi siamo tre fratelli, questi due cani e io.
Nostro padre lasciò morendo a ciascuno di noi mille dinàr. Con
questa somma abbracciammo tutti e tre la stessa professione e ci
facemmo mercanti.




Poco tempo dopo aver aperto bottega, mio fratello maggiore, uno di
questi due cani, risolvette di viaggiare e di andar negoziando in paese
straniero. Con questo disegno barattò il suo capitale in tanta mercanzia
atta al negozio che voleva fare. Partì e rimase assente un anno intero.
Al termine di questo tempo un povero, che mi parve cercar
l'elemosina si presentò alla mia bottega, io gli dissi:
«Dio vi assista!»
«E Dio assista anche voi» egli mi rispose «è dunque possibile che non
mi riconosciate più?»
Allora fissandolo con attenzione lo riconobbi.
«Oh! fratello» esclamai abbracciandolo «come avrei potuto
riconoscervi in questo stato?»
Lo feci entrare in casa mia, gli domandai ragguagli sulla sua salute e
sulle sue avventure nel viaggio.
«Non mi fate questa domanda» mi disse «sarebbe lo stesso che
rinnovare il mio dolore, se vi facessi la narrazione di tutte le sventure che
mi assalirono riducendomi nello stato in cui sono.»
Io feci chiudere subito la mia bottega e, abbandonando ogni altra
cura, lo accompagnai al bagno e gli diedi i più begli abiti del mio
guardaroba. Esaminai i miei registri di compra e vendita e, trovando che
avevo raddoppiato il mio capitale, cioè che io ero ricco di duemila dinàr,
gliene donai la metà. «Con questo, fratello mio» gli dissi «potrete
dimenticare la perdita fatta.» Egli accettò i mille dinàr con gioia, ristabilì
i suoi affari e vivemmo insieme come eravamo vissuti prima.
Qualche tempo dopo, il mio secondo fratello, che è l'altro di questi due
cani, partì egli pure ritornando dopo aver sciupato quanto possedeva. Lo
feci rivestire e siccome avevo accresciuto il mio capitale di mille altri dinàr,
glieli donai. Rimise bottega e continuò a esercitare la sua professione.

Un giorno i miei due fratelli vennero a propormi di fare un viaggio e
di andare a trafficare con essi. Rigettai da principio il loro progetto.
«Voi avete viaggiato» dissi loro «che avete guadagnato?»
Invano mi rappresentarono in varii modi ciò che a loro sembrava
dovermi abbagliare, per incoraggiarmi a tentar la fortuna, io rifiutai di
entrare nel loro disegno.
Ma essi ritornarono tante volte a importunarmi che, dopo avere per
cinque anni resistito costantemente alle loro sollecitazioni, alfine mi vi
arresi.
Quando bisognò fare i preparativi del viaggio e comperare le
mercanzie di cui avevamo bisogno, si trovò che essi avevano speso tutto.
Io non mossi loro il minimo rimprovero, e poiché il mio capitale era di
seimila dinàr, ne divisi con essi la metà, dicendo loro:
«Fratelli, bisogna rischiare questi tremila dinàr, nasconder gli altri in
qualche luogo sicuro affinché, se il nostro viaggio non sarà più felice di
quello che avete fatto voi, abbiamo almeno di che riprendere la nostra
antica professione al ritorno.»
Io diedi nuovamente mille dinàr a ciascuno di loro, ne tenni per me
altrettanti e nascosi le tre altre migliaia in un angolo della mia casa.
Comprammo delle mercanzie e, dopo averle imbarcate sopra un
bastimento che noleggiammo, con un vento favorevole facemmo sciogliere
le vele.
Infine, dopo due mesi di navigazione, arrivammo felicemente a un
porto ove, appena sbarcati, facemmo un grande spaccio delle nostre
mercanzie. Io soprattutto vendetti così bene le mie che guadagnai dieci
sopra uno.
Comprammo delle mercanzie del paese per trasportarle e negoziarle
nel nostro.



Mentre eravamo pronti a imbarcarci per il ritorno, incontrai sul lido
del mare una donna molto bella, ma miseramente vestita. Essa mi si
avvicinò, mi baciò la mano mi pregò di prenderla in moglie e di
imbarcarla con me.
Io feci delle difficoltà per accordarle ciò che chiedeva, ma mi disse
tante cose per persuadermi di non badare alla sua povertà, che io ebbi
motivo di essere contento della sua condotta e mi lasciai convincere. Le
feci fare degli abiti adatti e, dopo averla sposata in buona forma,
l'imbarcai con me e sciogliemmo le vele.
Durante la nostra navigazione, trovai tante belle qualità nella donna
che avevo preso, che io l'amavo ogni giorno di più.
Intanto i miei fratelli, che non avevano fatti i loro affari così bene
come me, ed erano gelosi della mia prosperità, mi portavano invidia.
Il loro furore giunse fino a farli cospirare contro la mia vita.

Una notte, mentre la mia sposa e io dormivamo, ci gettarono nel
mare.
Mia moglie era fata, e per conseguenza genio, dunque ella non
annegò. Per me è certo che senza il suo soccorso sarei morto, non appena
caddi nell'acqua, essa mi rilevò e mi trasportò in un'isola.
Quando fu giorno, la fata mi disse:
«Vedete, marito mio, che salvandovi la vita, non vi ho mal
compensato del bene che mi avete fatto. Sappiate che io sono fata, e che
trovandomi sul lido del mare quando voi andavate a imbarcarvi, io provai
una forte inclinazione per voi. Volli provare la bontà del vostro cuore e mi
presentai a voi travestita nel modo che mi avete vista. Voi mi avete
trattato generosamente e io sono lieta di aver trovato l'occasione di
mostrarvi la mia riconoscenza. Ma sono tanto irritata contro i vostri fratelli,
che non sarò mai soddisfatta se non avrò tolto loro la vita.»
Io ascoltai con ammirazione il discorso della fata e la ringraziai il
meglio che mi fu possibile della grande generosità che mi aveva usato.
«Signora» le dissi «per ciò che riguarda i miei fratelli vi prego di
perdonarli. Quantunque abbia motivo di lagnarmi di loro, non sono così
crudele da volerne la perdita.»
Le narrai ciò che avevo fatto per l'uno e per l'altro e il mio racconto
aumentò la sua indignazione contro essi:
«Bisogna» esclamò «che io corra subito dietro questi ingrati e traditori
e ne prenda forte vendetta, io vado a sommergere il loro vascello e a
precipitarlo nel fondo del mare.»
«No, mia bella signora» risposi «in nome di Dio, non ne fate nulla,
moderate la vostra collera, pensate che sono miei fratelli e che bisogna
render bene per male.»
Con queste parole acquietai la fata, e quando le ebbi pronunziate,
essa mi trasportò in un istante dall'isola dove eravamo, sul tetto della mia
casa, che era a terrazzo, e un momento dopo disparve.
Io scesi, aprii le porte, e dissotterrai i tremila dinàr che avevo
nascosto. Quindi andato alla piazza dov'era la mia bottega, l'aprii, e
ricevetti dai mercanti miei vicini molti complimenti sul mio ritorno.
Quando vi entrai, vidi questi due cani neri che vennero a incontrarmi
con aria sommessa. Io non sapevo che significasse tutto ciò, e ne restai
fortemente sorpreso.
Ma la fata, che subito mi apparve, me lo spiegò.
«Sposo» mi disse «non siate sorpreso di veder questi due cani presso
di voi, essi sono i vostri due fratelli.»
Io fremetti a queste parole e le domandai per qual potenza si
trovavano in quello stato.

«Sono io che li ho trasformati, o per dir meglio fu una delle mie
sorelle, alla quale ne diedi la commissione, e che nello stesso tempo ha
calato a fondo il loro vascello. Voi perdeste le mercanzie che vi avevate,
ma io vi compenserò in altro modo. Riguardo ai vostri fratelli, io li ho
condannati a star dieci anni sotto questa forma.»
Finalmente, dopo avermi insegnato ove potrei aver sue notizie,
disparve.
«Adesso che i dieci anni sono compiuti, io sono in cammino per
andarla a cercare, e come passando di qui ho incontrato il mercante e il
buon vecchio che conduceva la cerva, mi sono arrestato con essi.»
«Ecco la mia storia, o principe dei geni, non vi sembra delle più
straordinarie?»
«Ne convengo» rispose il genio «e rimetto perciò al mercante il
secondo terzo del delitto al cui si è reso colpevole verso di me.»
Tosto che il secondo vecchio ebbe terminata la sua storia, il terzo
prese la parola, e fece al genio la stessa domanda dei due primi, cioè a
dire di rimettere al mercante l'altro terzo del suo delitto, se la storia che
aveva da raccontargli sorpassasse in avvenimenti singolari, le due che
aveva ascoltato.
Il genio glielo promise e così il terzo vecchio raccontò la sua storia nel
seguente modo.


continua -
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« immagine » Il secondo vecchio, che conduceva i due cani neri, si diresse al genio e gli disse: «Io vi racconterò ciò che avvenne a me e a questi due cani, sicuro che voi troverete la mia storia ancor più sorprendente di quella or ora intesa. Ma quando ve l'avrò raccontata, mi promettete voi il ...
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