Da una vecchia cartella, una interessante disamina.

16 gennaio 2021 ore 10:12 segnala
Nel sistemare certe mie cartelle, ho trovato questa interessante disamina di Roberto Gervaso che, stimolato da un suo lettore, ci regala il suo punto di vista riguardo un periodo storico così tanto controverso. Il ventennio fascista.

"Signor Gervaso, mi piace molto la Storia, ma la conosco poco. Quella che mi hanno insegnato a scuola l’ho dimenticata e di tempo da dedicare alla lettura dei grandi avvenimenti del Novecento, il periodo storico che più m’interessa, ne ho sempre avuto poco. A causa del mio lavoro che mi ha portato, e mi porta, continuamente in giro per il mondo. Le sarei grato se rievocasse il periodo del fascismo, che credo sia stata una dittatura liberticida, ma qualcosa di buono, prima dell’alleanza con Hitler, l’abbia fatto.
Un Lettore

L’accontento volentieri, un po’ perché la Storia del Novecento l’amo tanto anch’io, un po’ perché quella che ci è stata insegnata a scuola, almeno dopo il Sessantotto, è stata, e ancora è, una colata di piombo e di cemento in salsa ideologica. È una storia che va riscritta perché troppe balle ha raccontato, tanti pregiudizi inculcato nei giovani. Un coacervo di luoghi comuni, dettati dall’allora partito egemone della cultura, quello comunista, una sequenza di slogan, di frasi fatte, e fatte anche male, a scopo propagandistico e irrispettose della verità.
Tutto cominciò con la fine della prima guerra mondiale, vinta dalle democrazie della Triplice Intesa Italia, Francia, Gran Bretagna e da quella americana, scesa in campo nel 1917, senza il cui contributo la vittoria sarebbe stata più problematica.
Il nostro Paese, che si mobilitò nel 1915, quando gli interventisti ebbero il sopravvento sui neutralisti, conobbe momenti difficili, ma uscì dal conflitto con onore, anche se con seicentomila morti. La battaglia vinta nelle trincee, sul Piave, fu perduta quando sulla guerra calò il sipario. I guai cominciarono con la pace.
A Versailles l’Italia ottenne, come era nei patti di Londra, il Trentino, fino al Brennero, Trieste e parte della Dalmazia. I nostri plenipotenziari reclamarono anche Fiume, che ci venne negata in nome del principio della nazionalità che il presidente degli Stati Uniti, il cocciuto utopista presbiteriano Wilson, già rettore dell’università di Princeton, aveva estratto dal suo cappello a cilindro. Fu una trattativa estenuante, ma il capo della Casa Bianca si dimostrò irremovibile. Dopo i reiterati dinieghi, il primo ministro italiano, Vittorio Emanuele Orlando, scoppiò in lacrime, vere o finte, non sappiamo (i politici piangono a comando). Clemenceau, soprannominato “il Tigre”, presidente francese, che soffriva d’ipertrofia prostatica, alla vista di tanto dolore, si avvicinò a Wilson e gli bisbigliò in un orecchio: “Ah, se potessi fare pipì come Orlando versa lacrime”. Alla fine, piuttosto di rinunciare al porto adriatico, i delegati italiani decisero di rientrare in Patria, commettendo un grande errore perché, soprattutto in diplomazia, l’assente ha sempre torto.
Nel Paese la situazione non lasciava presagire niente di buono. Tutti erano scontenti, specialmente i reduci che tornavano alla vita civile senza prospettive di lavoro. Nelle trincee avevano dato ordini, si erano sentiti a loro modo importanti e insostituibili. Ora non contavano niente, nessuno si occupava e preoccupava di loro, e i socialisti in particolare, i neutralisti in generale, quando li incrociavano per strada, li sbeffeggiavano, quasiché, invece dei vincitori fossero i perdenti. Come se non bastasse una crisi spaventosa aveva colpito la Nazione. La lira valeva sempre meno e il tenore di vita era gramo.
I partiti politici, invece di ricostruire il Paese, ridotto a un cumulo di macerie morali e sociali, litigavano fra di loro. Risse continue fra socialisti, popolari, liberali. Nessuno andava d’accordo con nessuno. Tutti volevano la luna, che orizzonti cupi e un cielo procelloso avevano eclissato.
La sinistra estremista, stregata dalla rivoluzione russa del 1917, vagheggiava la nascita dei soviet anche da noi. La destra più accesa e intemperante, quella fascista, aveva subìto un cocente smacco alle ultime elezioni del 1919. A guidarla con grande spregiudicatezza e fantasia, cinismo e tempismo, era un socialista romagnolo, già direttore dell’“Avanti!”, allora neutralista, e poi de “Il popolo d’Italia”, foglio protervo e aggressivo, ma con le idee chiare. La sua bestia nera erano i rossi, che sognavano il comunismo instaurato nell’Unione Sovietica da Lenin. Gli scontri tra le due fazioni erano all’ordine del giorno e della notte, i morti non si contavano. Il Paese, tra due fuochi, era in balia di se stesso, fra attentati e scioperi che paralizzavano la vita quotidiana. Chi doveva mettere ordine era inerme e inerte. Per paura di perdere quello che aveva già perduto, il prestigio, se ne stava alla finestra in attesa che le cose si sistemassero da sé. Ma le cose nelle emergenze non si sistemano da sé: vanno sistemate da chi ha il mandato e i mezzi.
Il solo uomo che teneva saldi i piedi per terra e guardava al futuro, soprattutto quello personale, era Mussolini, che, invece di calare le brache, batteva i pugni sul tavolo. Voleva il potere e l’opinione pubblica cominciava a simpatizzare per lui. Lo conosceva poco, ma conosceva bene gli inetti governanti chiacchieroni e inconcludenti, pavidi e litigiosi.


Nascita di una dittatura / 2

Il maestro romagnolo è l’uomo del giorno. Non si sa bene cosa voglia, ma vuole. Non si sa bene cosa pensi, ma pensa tante cose, anche contraddittorie, e ha il dono, l’incommensurabile dono, di esprimerle con sfrontatezza. Il “Popolo d’Italia” è il suo rostro, il suo pergamo, e sarà presto il suo trampolino di lancio. Ama e sa usare, con straordinaria vis polemica, un linguaggio diretto, tonitruante e minaccioso. Ce l’ha con tutti: con l’America di Wilson, con la Francia di Clemenceau, con l’Inghilterra di Lloyd George, con gli attuali governanti, soprattutto con Vittorio Emanuele Orlando, che ha vinto la guerra e perduto la pace. Velenosi strali lancia anche contro la Chiesa, contro la Corona, contro “re Sciaboletta”, che fa il pesce in barile e colleziona monete, invece di prendere in pugno una situazione che sembra sfuggita di mano a tutti. Non risparmia gli italiani, pantofolai e rassegnati. I quali si lamentano, ma non si mobilitano contro uno status quo che li ha messi in brache di tela. Lasciano galoppare l’inflazione e precipitare la crisi e si chiudono nel loro guscio, in attesa di tempi migliori che, vista l’aria che tira, non verranno mai.
Mussolini sente che la sua ora è giunta. L’insipienza di chi dovrebbe fermarlo, lo incoraggia. Ogni giorno che passa prende più in pugno la situazione con le sue squadracce in camicia nera, armate di manganelli e olio di ricino che fanno il buono e cattivo tempo, più quello che questo. Prepotenti fino all’arroganza, insolenti e violenti, passano volentieri alle vie di fatto. Sono i padroni del campo, anche se questo è minato. I rossi cercano di contrastarli, ma non hanno un capo così risoluto e carismatico, non sono così numerosi e la piazza è schierata più con i ras fascisti e il loro leader, che con i capi e le bande comuniste. Lenin fa più paura di Mussolini alla nostra borghesia impaurita.
Il fondatore dei Fasci di combattimento, ha però un interlocutore, che è anche un sostenitore difficile, Gabriele Rapagnetta, meglio noto come Gabriele d’Annunzio. Un pescarese ampolloso, dalle idee grandiose e dalle ambizioni smisurate, che in guerra ha compiuto imprese eroiche come la beffa di Buccari e il volo su Vienna, e che è anche un celebrato poeta e un ancora più celebrato libertino. Il suo patriottismo ha accenti epici. Quando Versailles ha decretato che Fiume non può essere assegnata all’Italia, con alcune centinaia di legionari, a lui fedelissimi, ha occupato la città e ne è diventato il nume tutelare. Mussolini, sfruttando la sua vanità, oltre al coraggio e all’ansia di azione, se lo tiene buono perché il Vate, nel 1919, è popolarissimo. La marcia di Ronchi per la conquista della città fiumana, che il Poeta-Soldato ha promosso a “città olocausta” ha fatto esplodere il nazionalismo degli italiani che non amano né Wilson né Clemenceau.
Le elezioni del 1919 sono, come abbiamo detto, per il romagnolo, una umiliante sconfitta. Prende poco più di quattromila voti, pur avendo in lista uomini come Toscanini e Marinetti, e non spunta un solo seggio. Imperturbabile il Cavalier Benito commenta: “In politica non c’è niente di definitivo”. I fatti gli daranno ragione.
Le mosse che da questo momento compie sono azzeccate, e alcune geniali. Apre le braccia e le porte agli ex combattenti delle ultime leve, che trovano in Mussolini l’interprete dei loro malumori e disagi. D’ora in poi sarà al loro fianco. Combatteranno insieme contro chi li ha ridotti in quelle condizioni, abbandonandoli e umiliandoli.
Anche la borghesia, come ho detto, vede in lui il suo vindice. La piccola soprattutto si schiera con lui e lo applaude. È una classe - scrive Longanesi - “molto ignorante, ma di una ignoranza particolare…Ha molti difetti, ma possiede un istinto infallibile. Un’idea le entra in testa come il motivo di una canzone, forse le note di una fanfara”.
Questa borghesia “non sa con esattezza cosa vuole, ma teme di perdere ciò che non ha, i denari, perché i denari per lei significano molte cose: la dignità, l’onestà, la patria, il decoro, l’avvenire, la continuità della famiglia…Tutto quello che accade sotto i suoi occhi è illegalità, sopruso, violenza, menzogna, sperpero…Essa si trova con gli stipendi e i guadagni più bassi; nelle vie, nei negozi, nei caffè, nei teatri è costretta a cedere il passo e ripiegare in una angosciosa attesa, ‘carica di odi’, e questi ‘odi’ s’iscrivono al fascio”.
Il fascismo è ancora un movimento, che presto diventerà partito e avrà un ruolo ufficiale fra quelli dello schieramento parlamentare.
Il 1920 è un anno cruciale. Nitti, succeduto al piagnucoloso Orlando, è un economista di un certo rango, ma di una vanità patetica, sicuro di sé e della sua indispensabilità. Crede di essere il solo a poter rimettere il Paese in carreggiata, risolvendone gli irrisolvibili problemi. Irrisolvibili almeno finché i disordini dilagano, esasperando una popolazione preoccupata, se non atterrita.
Finalmente Nitti getta la spugna che Giolitti raccoglie. Ma il “volpone di Dronero” è un uomo vecchio, stanco, sfiduciato. Come tutti i cinici è pessimista, ma è anche realista fino al midollo. Si fissa tre obiettivi: riduzione del disavanzo pubblico, mantenimento della pace, ripristino dell’autorità di Camera e Senato. Ma, stavolta, neanche lui compie il miracolo.

Nascita di una dittatura / 3

In un clima da caos e da rissa Giolitti torna al potere. L’anagrafe gli è contro, ma nessuno ha la sua esperienza. Cerca di salvare il salvabile con la sua autorità e la sua scaltrezza manovriera. Sa quello che vuole, ma deve fare i conti con la realtà, che non potrebbe essere più foriera di soprassalti e di incognite. Nelle fabbriche del Nord, soprattutto alla Fiat, la più grande e la più complessa, tira una gran brutta aria. Gli industriali sono preoccupati, ma il “volpone di Dronero” non si perde d’animo. Quando i bolscevichi occupano la fabbrica torinese chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire capisce subito che il colpo di mano sarà un fiasco. Giolitti ha lasciato cuocere nel loro brodo i rivoltosi, e questi si sono resi conto che da soli non ce la faranno mai a far funzionare il baobab dell’auto senza e contro gli aborriti padroni.
Nenni, deluso, scrive che la rivolta della massa ha “le ali infrante”. Longanesi commenta: “È il primo decisivo colpo alle sinistre. La borghesia riprende fiato…Il pericolo bolscevico scompare: quel che accadrà in seguito non sarà che un lungo strascico, una lenta agonia dei rossi. Il vero giustiziere del socialismo estremista è Giolitti”.
Mussolini prende atto della sconfitta dei seguaci di Lenin e aspetta la sua ora. Il suo nemico temibile è Giolitti, ma lo statista piemontese non ha dietro di sé nessuno. O, peggio, i partiti politici, in eterna baruffa fra loro. I più inquieti e immaturi sono i socialisti, dove le correnti la fanno da padrone senza combinare niente.
Nel gennaio 1921 si riuniscono all’albergo Goldoni a Livorno, litigano anche qui e, alla fine, visto che non andranno mai d’accordo, le fazioni massimaliste lasciano i lavori, si trasferiscono in un’altra sede. E qui danno vita al Partito Comunista.
Aumenta la confusione e Giolitti apre a Mussolini, convinto di poterlo tranquillamente costituzionalizzare e macinare nella lizza parlamentare. Il romagnolo sta al gioco: potrà finalmente entrare in quello ufficiale del Palazzo.
Nel 1921, a metà maggio, riaprono in anticipo le urne: per i socialisti è un bagno di sangue, i popolari sturziani se ne aggiudicano centosette, i comunisti sedici e i fascisti trentacinque.
Giolitti vorrebbe Mussolini nel governo, ma lui non ha alcuna intenzione di farvi parte. Ormai punta in alto, non si accontenta di un piatto di lenticchie: vuole l’intera pentola. Il primo ministro ce la mette tutta, ma non ce la fa. Ha troppi nemici fra i socialisti e fra i popolari. Il suo posto va all’onesto e mediocre Ivanoe Bonomi, ex socialista, che si arrabatta, ma non conclude. Non è uomo da emergenze, ha poco coraggio e ancor meno fantasia. Tira avanti e il Cavalier Benito morde il freno. Sente che prima o poi scoccherà la sua ora.
La forza elettorale del fondatore dei fasci è quella che è, ma con le lunghe e prensili antenne, egli sente che l’opinione pubblica tifa sempre più per lui. Delusa dai partiti tradizionali e sfiduciata, vuole qualcuno che prenda il toro per le corna e lo domi. Quest’uomo è “il figlio del fabbro”, cui si appoggiano prima gli agrari, poi gli industriali.
Suoi alleati sono paradossalmente anche i partiti, insipienti e incoscienti, che non si rendono conto di quello che sta accadendo. Sottovalutano Mussolini, lo considerano un outsider senza chance, che non potrà mai prendere in pugno la situazione. Tutti fuorviati dalle loro beghe, dai loro bizantinismi, dalle loro ripicche, dalla loro incapacità di affrontare la realtà e pelarne le gatte, rendono più facile l’azione eversiva, ponderata in ogni dettaglio, di Mussolini, che non sbaglia una mossa, non perde un colpo.
Deve fare i conti con i ras, i capi delle sue squadracce, ma nessuno mette in dubbio la sua leadership. E poi ha il giornale, uno strumento formidabile di lotta politica.
La borghesia, specialmente la piccola, spera molto in lui e a lui si affida. Le sue origini rurali gli accattivano anche i contadini, cui si sente vicino. È ormai il personaggio del momento e Ugo Ojetti scolpisce nel suo taccuino questo ritratto: “Labbra dritte, mandibole prominenti, mento quadrato…volto fisso, volontario, diciamo classico”.
È difficile resistere a un tale personaggio, e gli italiani lo scrutano con interesse e lo sostengono con ammirazione.
Non ce la fa neanche Bonomi ed entra in scena Facta, uomo di Giolitti e fedelissimo esecutore dei suoi ordini. Accetta l’incarico controvoglia. Si rende conto di non avere la stoffa dello statista e ancor meno del leader. È un notabile di Pineralo, dove ha fatto l’avvocato. Gli piacciono il barolo e la bagnacauda. E non gli piace il potere, che piace tanto a Benito. È l’ultima vittima sacrificale fino al trionfo del romagnolo, sempre più presente e sempre più aggressivo.


Nascita di una dittatura 4)

Il romagnolo ha sempre più il vento in poppa. Tutto cospira in suo favore. Facta è impotente, Giolitti si è fatto da parte, i partiti tradizionali sono allo sbando. Non sapendo governare, litigano.
Il fondatore dei fasci con il suo ruggente pergamo, “Il popolo d’Italia”, e le sue invettive al fulmicotone contro tutti, sembra più temibile di quanto non sia. La sua forza è l’uso che ne fa. È un formidabile tempista, che stordisce e sgomenta, ma anche infiamma e convince l’opinione pubblica, che nessuno meglio di lui conosce e sa manipolare. Ha alle spalle trentacinque deputati, ma parla come se ne avesse dieci volte di più, come se avesse in Parlamento la maggioranza assoluta.
Il Paese è sempre più con lui e lui lo sente, lo sa, ne approfitta. Anche fisicamente ha il piglio del conducadòr. Cammina con passo marziale, ha la voce stentorea di chi, a suo tempo, seppe ubbidire e ora vuole comandare. Mette tutti gli avversari nello stesso calderone e li tiene in pugno. Conosce la tecnica del colpo di scena e del colpo di mano, e in questo, ma solo in questo, somiglia all’amico-nemico d’Annunzio, il solo che teme, anche se il pescarese non capisce niente di politica e il suo governo fiumano è stato una pagliacciata.
Benito ha dietro di sé le squadracce che menano le mani a più non posso, danno ordini a chi dovrebbe darli a loro. Si sentono dei padri eterni a cui tutto è lecito. Sono grandi frequentatori di casini, come il loro capo che, a detta della moglie, donna Rachele, ha “sempre il cannone carico” e non perde occasione di dare fuoco alle polveri.
Mussolini può contare sui poteri forti: la Corona, innanzitutto, gli Stati Maggiori, l’establishment economico e finanziario, l’alta burocrazia, la sussiegosa diplomazia.
Il povero Facta non sa più che pesci pigliare. Non se la deve vedere solo con una situazione disperata, che ha trascinato il Paese in un cul de sac; se la deve vedere anche con la moglie che non gli perdona di aver accettato l’incarico di formare il governo. Lui, ogni volta che lei lo rimbrotta, bisbiglia: “Si è fatto tardi, andiamo a letto”. Al povero Facta non resta che abbozzare. Ma non è così che si governa.
A complicare le cose, già complicate, lo sciopero generale di agosto che fallisce desolatamente. La redazione milanese della “Giustizia”, foglio socialista riformista, telefona al corrispondente romano: “Ne abbiamo pieni i c. dello sciopero. Ditelo chiaramente a Treves, a Turati e agli altri”. I socialisti non sono mai andati d’accordo, ma questa volta forse esagerano, almeno nel turpiloquio.
Finalmente Facta, con grande soddisfazione della moglie, getta la spugna che, per paura di bagnarsi, non aveva mai strizzato. La palla passa a Orlando, il presidente della Vittoria, cui non sembra vero di tornare al potere. Ma nemmeno lui ce la fa. È il turno di Bonomi, che non ha sorte migliore. Il re rilancia la carta Facta che, alieno com’è dalla responsabilità e succubo della moglie, sempre più invadente e dissuasiva, la lascia cadere. Ma “re Sciaboletta” è testardo e, vista la resistenza dal pupillo di Giolitti, si costerna al punto che gli occhi dell’augusto interlocutore s’inumidiscono. Di fronte a un simile spettacolo, pur sapendo, a casa, di dover fare i conti con la moglie, accetta l’incarico a malincuore.
Non cambia niente e la situazione peggiora. E questo imbaldanzisce vieppiù i fascisti che hanno deciso di marciare su Roma. A guidarli saranno Italo Balbo, che d’Annunzio ha definito “pizzo di ferro”, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, monarchico per la pelle, manesco e trombone, il taciturno Michele Bianchi e l’attempato generale Emilio del Bono, che ama far all’amore sui drappi neri stesi per terra. La data è fissata per il 28 ottobre e sarà preceduta da una grande adunata, quattro giorni prima a Napoli.
Nella città vesuviana si danno convegno sessantamila camicie nere. Il Duce, con i suoi pistolotti, con la potenza della voce e il bombastico ottimismo, li conquista. Gli applausi non si contano e il romagnolo li riscuote compiaciuto e sicuro di sé.
La situazione precipita e l’esecutivo si riunisce alle prime luci dell’alba del 28 ottobre, e decide lo stato d’assedio. Ma quando il re vede la bozza del proclama, sbotta: “Queste decisioni spettano soltanto a me... Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile”. Facta non insiste e si dimette. Con gran soddisfazione della moglie. Quella sera andranno a letto più presto.


Nascita di una dittatura / 5

Scocca l’ora del romagnolo. Il re lo convoca a Roma con un telegramma firmato dal generale Cittadini: “Urgentissimo, precedenza assoluta, onorevole Mussolini, Milano: sua Maestà mi incarica di pregarla di recarsi a Roma desiderando conferire con lei. Ossequi.”.
La designazione era nell’aria, ma Benito non sta nella pelle: è giunto il suo momento. E non poteva non giungere: non ha sbagliato una mossa, ha saputo tenere a bada i nemici e procurarsi molti potenti amici. Il potere, quello vero, che dura e che conta, è con lui. Lo è perché i rossi fanno più paura dei neri. Lo è perché convinto di poter addomesticare il parvenu venuto da Predappio. Non sarà difficile invischiarlo nelle spire del Palazzo.
Ma hanno fatto i conti senza l’oste. Mussolini, cinico e spregiudicato, esibizionista e istrione, sa il fatto suo. Ha alle spalle un lungo e bellicoso passato di militante e di capo socialista, è pronto a tutte le prove, disposto a tutti i compromessi, sa usare con avvedutezza il bastone e la carota. È più di quel che sembra perché, in fondo, ama solo il potere, meglio se assoluto.
La convocazione del sovrano, lui se l’aspettava, vista la piega tumultuosa presa dagli eventi. Ma un conto è aspettarsi una nomina (e che nomina), un conto è vedersela ufficialmente conferire.
Benito lascia “Il popolo d’Italia” e corre a casa. Mette nella valigia gli effetti personali e parte in vagone letto per Roma. Arriva con due ore di ritardo perché i fedelissimi, che vanno crescendo a dismisura, come sempre capita quando ci bacia la fortuna, vogliono festeggiarlo durante il percorso. Ha in tasca la lista dei ministri. Non vuole perdere tempo: l’Italia ha bisogno di essere governata. Il sovrano lo riceve al Quirinale, dove l’ex maestro di scuola s’intrattiene un’ora. Gli agiografi tramandano che il futuro Duce, al cospetto del re, pronunciò la storica frase: “Vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”.
In realtà, non gli portava niente, se non le sue camicie nere e la caparbia determinazione a prendere in mano le sorti del Paese, rigirarlo come un calzino, ripristinarvi l’ordine e rimetterlo in carreggiata. Un piano ambizioso, ma Benito era sicuro di farcela. A qualunque prezzo.
Il neo primo ministro garantisce a Vittorio Emanuele III che nell’esecutivo non ci saranno solo fascisti, ma anche popolari. Un none per tutti: Giovanni Gronchi, futuro presidente della nostra Repubblica. Il 4 novembre l’inglese “Daily Telegraph” saluta il premier con queste parole: “Alla camicia rossa di Garibaldi è succeduta quella nera di Mussolini, e fra i due fenomeni il più forte e notevole è il secondo”.
La gente finalmente si domanda cos’è il fascismo. Non è facile rispondere perché il fascismo è tutto, e tutto il suo contrario. “È un tubo vuoto dirà Pirandello in cui ognuno mette ciò che più gli aggrada”. Il suo fondatore estaticamente e confusamente lo definisce “Un fenomeno religioso di vaste proporzioni storiche contro il quale nulla si può. Esso rappresenta il prodigio della razza umana che si ritrova, si riscatta, vuol esser grande”. Un identikit astratto, che tanto dice nella forma quanto poco chiarisce nella sostanza. Ma in politica le parole, anche le più vuote, le più ampollose, pronunciate al momento giusto, dall’uomo giusto, sortiscono un effetto prodigioso.
Filosofi e intellettuali vogliono dire la loro e la dicono. Per Giovanni Gentile, uomo di alto pensiero, il fascismo è “elevazione e rinnovamento dello spirito”. Per Adriano Tilgher: “È assoluto attivismo trapiantato nel terreno politico”. Per Leo Longanesi, che ha capito tutto, è “l’ultimo slancio sentimentale della borghesia”.
Illuminante la valutazione di Renzo De Felice, il più documentato storico del “fenomeno”: “Con la metà del 1922, buona parte della classe dirigente italiana era ormai convinta che senza un accordo con il fascismo non fosse possibile pacificare il Paese e costituire un governo stabile ed efficiente... che solo immettendo i fascisti nello Stato si potesse svirilizzare la loro carica sovversiva e integrarli nel ‘sistema’, il che avrebbe portato, a sua volta, alla dissoluzione del fascismo”. Lo storico conclude: “Lo sforzo massimo nell’ottobre del 1922 non fu quello di stroncare la ‘marcia’, ma quello di incapsulare Mussolini e il fascismo in un governo di coalizione presieduto da una personalità liberale. Ma Mussolini, giocando abilmente sulle divisioni e i contrasti della classe politica e della stessa famiglia reale, riuscì a far naufragare tutte le altre candidature”. Il romagnolo non conquistò il potere: lo raccattò. E se lo tenne ben stretto per vent’anni, che sarebbero stati, forse, di più senza la suicida alleanza con Hitler, le infami leggi razziali e una guerra perduta nel modo peggiore."

Fin qui, Roberto Gervaso. Per apprendere, riflettere, giudicare.

TC :cuore
cdde8173-d509-4e73-9cd3-b5f126c32fbf
Nel sistemare certe mie cartelle, ho trovato questa interessante disamina di Roberto Gervaso che, stimolato da un suo lettore, ci regala il suo punto di vista riguardo un periodo storico così tanto controverso. Il ventennio fascista. "Signor Gervaso, mi piace molto la Storia, ma la conosco poco....
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16/01/2021 10:12:24
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Commenti

  1. ninfeadelnilo 16 gennaio 2021 ore 16:10
    :wow Che ripasso di storia.... Interessante ricordare e conoscere ciò che non sapevo, ma che mattone però :drunk mi pesa la capa. :hehe Che non ci bastano i problemi di oggi che ci dobbiamo ripassare anche quelli di ieri? :haha Una cosa è certa, che politica di ieri e quella di oggi si riscontra sempre problemi del momento e che non tutti i politici sono sempre all'altezza della situazione. Ogni epoca ha le sue piaghe e la storia ce la racconta, basta andare a cercare come hai fatto tu per saperne di più. Per oggi va bene così, grazie. :anykey
  2. tecerco 16 gennaio 2021 ore 20:19
    @ninfeadelnilo Allora, mo' te spiego, Raffy. :hehe Anzi, te confesso. 0:-) Avevo scritto che il tutto era tratto da una vecchia cartella, sita nel presente vetusto computer. :yoyo Ch'era successo ner 2010? M'ero 'mbattuto in quanto hai letto. E l'avevo conservato nella citata cartella, cor penziero che prima o poi moo leggevo er Gervaso. :drunk Taa faccio breve...nun l'ho mai letto da allora...me so' proprio scordato :micio ed ora, visto che me dicheno che sto comp poterebbe schiatta' da un momento all'antro e perdo tutto, che ha pensato zio tec? "Io intanto me ce faccio un posterello..me ce faccio, :furbo e poi Iddio provvederà". Ner frattempo, te tu l'hai letto e te ne ringrazzio sentitamente, :batarosa anche perchè me dai l'abbrivio che moo leggo pure io, visto che Tu, Amica mia, mattone a parte, l'hai apprezzato. :ammucchiata Uff..ma ma quanto me fai scrive' :renna ...ce potevi ariva' puro da sola a capi' er tutto, no?? Grazie grazie grazie, :firulì ma sei proprio na lettrice indefessa!! :inchino
  3. ninfeadelnilo 16 gennaio 2021 ore 20:52
    Te possino, :anykey tu non l'hai mai letto e me l'hai fatto legge a me. :hehe Proprio quà lo dovevi postà. :haha Io ho l'abbitudine de legge, ma tu regolati, perchè detto tra noi, alla fine nun me ricordo un... :cens di quel che ho letto. La prossima volta vacce leggero che quanno sento puzza de mattone, nun te leggo più, a parte che er genere nun è er mio. E te lamenti che t'ho fatto svrive troppo per rispore, pensa a ninfea che ha letto :hihi Inventate n'artra cosa. Ma che fine ha fatto la leggerezza e la comicità dello zio tc? :firulì
    Mejo ride :many :many :many
  4. tecerco 16 gennaio 2021 ore 21:08
    @ninfeadelnilo 'o vedi a esse sinceri ce se rimette? e ciai raggione da venne comunque, che too fatto legge a te pria de leggermelo mua'. Perdoooono. Ma dai, mica me so'arabbiato che m'hai fatto scrive troppo..scherzavo... anzi, data la mia logorrea galoppante, me sta benissimo! Ed è questo, te ricordi Raffy che in parte ne parlammo, il tipo di caxxeggio che propongo in questa nuova era blogghina. Ciuoè, chiacchierare in libertà...Un ssssaluto carissimo!
  5. tecerco 16 gennaio 2021 ore 21:52
    Me lo sono letto. Lungo, pesante e a tratti ripetitivo. Ma è lo stile di Gervaso. Credo che abbia punteggiato gli avvenimenti ed i protagonisti piu' importanti,che hanno favorito l'ascesa al potere di Mussolini, senza scendere in dettagli anche violenti che hanno distinto il ventennio fascista, nè raccontarci quanto di buono invece il fascismo ha saputo organizzare. Un articolo generico. Voto: 5
  6. ninfeadelnilo 16 gennaio 2021 ore 22:05
    A Tc come la metti la metti con te mi diverto sempre. Ridevo da sola mentre te rispondevo e te strapazzavo... :many altrimenti che caxxeggio è? :haha :hoho
    Zao
  7. tecerco 16 gennaio 2021 ore 22:13
    @ninfeadelnilo..ma no che nun m'hai strapazzato...nun c'erano i cazzottoni :anykey :anykey di buona memoria. A la proscien vorta! :flower
  8. ninfeadelnilo 16 gennaio 2021 ore 22:29
    T'accontento subito... :gun :mitra :duello :clava :anykey :hihi :haha :hehe :hoho
  9. tecerco 16 gennaio 2021 ore 23:29
    @ninfeadelnilo...e mi mancavano, ora vado a letto appagato e sereno! :mitra :gun :batabox
  10. ninfeadelnilo 19 gennaio 2021 ore 17:33
    E'da ieri che passo, ancora sta cartella... :haha Sotterralaaaaaa! :anykey
  11. didi71 04 febbraio 2021 ore 15:56
    questo me lo lascio per quando fa più caldo magari sotto l'ombrellone :ok
  12. didi71 04 febbraio 2021 ore 15:58
    ....a me nun m'hai fregato tie!! :assy
  13. tecerco 04 febbraio 2021 ore 16:09
    @didi71 te tata t'avrei avvisata deferente, o reginetta del blog! :firulì

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