La chiavetta ...

31 dicembre 2021 ore 23:54 segnala
È la fine di un altro anno. Un anno che è iniziato con le migliori premesse ma che si è rivelato uno dei più brutti della mia vita. Magari di questo ne riparliamo in un'altra occasione. Sono quasi le ventitré e mi tocca aspettare un'oretta non tanto per festeggiare l'arrivo di un nuovo anno di cui, sinceramente, poco mi importa, quanto perché devo iscrivermi ad un esame universitario le cui iscrizioni aprono proprio a partire dalla mezza. Ho l'umore a terra per tutta una serie di motivi, tra cui il fatto che mi trovo in isolamento obbligatorio in quanto positiva al Covid (eh già, quest'anno continua a perseguitarmi fino all'ultimo secondo!).
In questo momento sono seduta davanti la mia scrivania e tengo in mano, oltre al cellulare con cui sto scrivendo queste righe, una chiavetta minuscola, quasi più piccola dell'unghia del mio mignolo; una chiavetta vecchia, tutta rigata, di un grigio ormai rovinato, che però ha per me un valore affettivo immenso. Pensate che questa è una di quelle pochissime volte in cui ho avuto il coraggio di toglierla dal suo nascondiglio segreto per tenerla tra le mani e osservarla. Mi chiedo: quante emozioni può contenere un oggetto così minuscolo? Voi tutti avrete sicuramente qualche oggetto simile, legato ad una persona speciale o ad una situazione particolare, che custodite gelosamente, e che magari prendete raramente perché vi fa riaffiorare ricordi abbastanza dolorosi che vorreste lasciare in un angolo per timore che vi rattristino.
Vorrei raccontarvi la storia di questa chiavetta e di come ne sono entrata in possesso, ma è troppo pazzesca e sembra copiata da uno di quei film strappalacrime in cui succedono cose che si pensano inverosimili. Beh, in questo caso è tutto vero. Però preferisco tacerne il racconto perché a volte le cose troppo belle bisogna semplicemente tenersele dentro al proprio cuore. E poi è divertente alimentare la curiosità della gente (anche se sono sicura che avrà altro a cui pensare che ad una stupida chiavetta).
Mentre in sottofondo odo i primi fuochi d'artificio che mi ricordano come là fuori, al contrario di me, ci siano persone in clima festivo, voglio spendere due parole su questo oggettino perché sì, mi piace l'idea che da qualche parte, nel cyberspazio, ci siano delle righe anche per esso.
Lo avrete sicuramente capito. È un segreto di pulcinella: questa chiavetta è speciale per me perché incarna una persona, quella persona che l'ha posseduta fino a quando non ha deciso che fosse arrivato il momento di separarsene per affidarla alle cure di un'altra. A me. Ho sempre trovato commovente quando qualcuno dona qualcosa a qualcun altro. Potrete dunque immaginare come mi sia sentita quando non solo una persona mi ha donato una cosa, ma quella cosa apparteneva a lei da anni. Non mi è mai successo in tutta la mia vita. Forse per qualcuno non sarà un evento così memorabile. Per me però lo è stato. È stato quasi magico. Sarà che mi affeziono agli oggetti come fossero persone e l'idea di sbarazzarmene non mi alletta per nulla. Per questo sono rimasta piacevolmente sorpresa quando ho ricevuto in regalo un pacchettino contenente, tra le altre cose, questa chiavetta. Qualcuno di voi potrà pensare: si tratta di una chiavetta vuota o è provvista di qualche file? È una domanda molto arguta. In effetti, la chiavetta qualcosa conteneva: musica. Una lista di canzoni attraverso le quali ripercorrere ciò che è stato. E cosa è stato? Un amore? Un'amicizia? Che importa? È da tempo che ho smesso di cercare necessariamente di dare un nome definito a cose che non ne hanno bisogno.
Questa chiavetta è tutto ciò che mi rimane del suo proprietario originario. Non è buffo? Beh, sì, ci sono pure i ricordi, ovviamente. Ma quelli non hanno materialità. Non si possono toccare. Invece questa chiavetta posso sfiorarla con i polpastrelli, accarezzarla, annusarla, volendo anche baciarla, immaginando le mani che prima di me l'hanno toccata. Mani da musicista, morbide, con dita elastiche, affusolate, un po' pelosette. Vedete? È un attimo. Chiudi gli occhi per qualche secondo e già il freddo metallo di una chiavetta si trasforma in pelle vellutata. Sapete, è per questo che la nascondo per bene e mi privo della sua vista e del suo tatto. Non riesco a vederla per ciò che è. Non potrei nemmeno mai usarla per altri scopi che esulino dalla sua mera contemplazione. Sono fatta così. Che volete farci? La vita è talmente severa che non riesco a non tentare di renderla meno austera con qualche pizzico di poesia.
Manca poco alla mezzanotte. Vi confesso che sono un po' triste. Non vedo l'ora di lasciarmi alle spalle questo anno orribile, ma allo stesso tempo non voglio dire addio alle persone che questo stesso anno mi ha portato via. E sono tante. Troppe. Alcune me le ha strappate all'improvviso lasciandomi dentro un vuoto che difficilmente riuscirò a colmare. Non vi nego che vorrei tanto poterle abbracciare un'ultima volta. Peccato che questo non sia uno di quei buoni propositi che si formulano per l'anno nuovo. È un desiderio impossibile da avverarsi che sono costretta a chiudere in un cassetto insieme alla bustina di plastica in cui conservo la chiavetta che, pochi minuti prima della mezzanotte, mi ha permesso di toccare metaforicamente una di quelle persone che non rivedró mai più. 
Chiudo qui augurando a tutti voi lettori ciò che più desiderate.




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È la fine di un altro anno. Un anno che è iniziato con le migliori premesse ma che si è rivelato uno dei più brutti della mia vita. Magari di questo ne riparliamo in un'altra occasione. Sono quasi le ventitré e mi tocca aspettare un'oretta non tanto per festeggiare l'arrivo di un nuovo anno di cui,...
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Inno alla rabbia...

01 novembre 2021 ore 01:19 segnala

Stasera vorrei celebrare un inno alla rabbia: un modo alternativo per dire che desidero offrire un tributo alle emozioni. Pensateci: che cos'é la rabbia? Un miscuglio di stati d'animo. Quando diciamo che siamo arrabbiati sottointendiamo che siamo tristi, delusi, frustrati, amareggiati, disillusi, feriti. Anche l'amore, volendo, è un gran serbatoio di rabbia.
Sì, lo so già cosa starete pensando: "questa qui stasera è incazzata e vuole rifilarci chissà quale spiegazione per giustificare il suo stato emotivo". Beh, è esattamente così. Sapete perché sono arrabbiata? Perché c'é chi pensa che i veri nobili d'animo non debbano manifestare emozioni così dirompenti.
Perché sei arrabbiata? Perché non dovrei esserlo? Perché dovrei sempre essere felice? Il mondo non è rose e fiori. Certo, potrei fingere di essere serena, indossare una maschera non appena metto piede nella vita pubblica, ma perché dovrei? Non sono un'attrice della commedia dell'arte. Sono un essere umano. Gioisco e soffro. Rido e piango. E a volte urlo. Perché gli altri si ostinano a voler abbassare il volume del tuo grido come se fossi un televisore assordante da silenziare? E soprattutto: perché non c'é mai nessuno al nostro fianco quando siamo arrabbiati? Arrabbiati con chi? Con cosa? Beh, con la vita, con il mondo, con la morte, con la vicina di casa, con la società, con il cosmo, con una zanzara ... Che importa? A cosa serve tenersi tutto dentro? Accumulare sempre più energia a che pro? Per poi rendere più forte la detonazione?
Io fatico a comprendere la gente. Ci provo e ci riprovo, ci spero e ci dispero, mi illudo e mi disilludo, ci casco e ci ricasco. Non ho mai trovato una sola persona che mi prendesse per mano e mi dicesse: "Fai bene ad arrabbiarti". Tutti vi dicono: "Non serve a nulla arrabbiarsi", oppure "vedrai che con un sonnellino passa tutto", "non farti il sangue amaro", "riposati", "medita un po'". No. Non funziona così. Non si beve una camomilla e passa tutto. E allora cosa si dovrebbe fare? Prendere un paio di piatti e spaccarli per terra? Prendere a testate un muro? Spaccare il vetro di una finestra? No, nemmeno. Beh, a meno che i piatti non siano di vostra suocera e non sia lei la causa della vostra rabbia: in quel caso potrebbe non essere poi un'idea tanto malvagia! Scherzi a parte, a volte bisogna semplicemente assecondare il proprio istinto e mettersi a piangere o a urlare (magari non alle due di notte, per non incorrere in una denuncia per disturbo alla quiete pubblica, ma non occorre nemmeno ergersi sul pizzo di una montagna!).
Vi siete mai trovati nella condizione di non sentirvi in diritto di arrabbiarvi? Io sì. Sempre. Vi confesso che mi sento perennemente sotto pressione e sotto giudizio. Gli altri si aspettano che io sia costantemente così maledettamente monolitica, piatta, sempre sorridente, alla mano, socievole. Quando non mi va di esserlo mi guardano male, mi giudicano e, cosa ancora più grave, mi allontanano. Perché? Certo, a volte può accadere che una persona voglia stare da sola, ma non è una regola fissa. Io, a parti alternate, faccio sempre la prova di restare per capire se l'altra persona voglia realmente stare da sola o abbia, invece, bisogno di sfogarsi su una spalla in carne e ossa e non su un cuscino di piume d'oca. Il problema è che la gente non ce la fa proprio a restare se non in situazioni in cui si è perfettamente "signori". Ecco, questo termine mi fa arrabbiare da matti. Essere "signori" significa non arrabbiarsi mai? Essere sempre impassibili? Io lo definirei essere "falsi" altro che "signori"! Rifletteteci: cosa c'é di più vero e autentico dell'essere arrabbiati? Io non sopporto chi non si espone mai, chi rimane sempre sulle sue, chi non lascia trasparire un briciolo di emozioni. Qual è la differenza tra queste persone e una roccia? Nessuna. Badate bene: per me arrabbiarsi non significa scannarsi, sbattere le cose o chissà che altro. Quella non è rabbia. È solo violenza fine a se stessa. Per me arrabbiarsi significa manifestare le proprie emozioni. E sì, capita di alzare la voce di una tonalità di troppo oppure svegliarsi un po' più scorbutici e lunatici del solito. Capita a tutti, prima o poi. Quindi perché allontanarsi? Non è facile restare accanto ad una persona che vive momenti così intensi, però non tutto deve sempre essere semplice. Sapete quante volte mi son chiesta se non fossero davvero amici le persone che si comportano in questo modo? E la risposta è si e no. Sono amici a modo loro e non sono amici a modo mio. Io non sono una persona facile da gestire. Posso sembrarlo di primo acchito ma sono più che altro uno specchietto per le allodole. Nonostante questo, se tengo veramente ad una persona, non potete capire che fine faccio fare al mio orgoglio. Non avete idea di quanti bocconi amari ingoi quotidianamente per amore degli amici che ho più cari. Mi dispiace solo che sia uno sforzo a senso unico. Il motto delle persone è: "fate pure agli altri ciò che non vorreste mai che fosse fatto a voi".
È un periodo agghiacciante. Mi sembra di essere sul pizzo di una montagna russa sempre sul punto di schiantarmi in picchiata sull'asfalto. A volte mi convinco di essere un disastro che sa solo combinare casini. Eppure...eppure basterebbe solo che qualcuno mi stesse vicino e mi facesse capire che mi comprende per farmi sentire meglio. Dico davvero. Vorrei che qualcuno mi dicesse: "Lo so". Che cosa dovrebbe sapere? Quello che provo, quello che sento, il motivo per cui a volte mi lascio andare e faccio un po' casino. Non siamo tutti un po' un disastro? Io ho imparato ad accettarlo negli altri. Perché nessuno accetta che lo sia anche io? È una delle cose più brutte che possiate fare, dire: "Ah, sei di cattivo umore, ci sentiamo domani allora". Ci sono volte in cui aspetto trepidante che arrivi una persona potenzialmente in grado di strapparmi un sorriso che, però, si arrende subito al primo tentativo e se ne va sperando che "domani" la rabbia sia andata via. Questa cosa mi fa sentire un clown. È come se bisognasse indossare un naso rosso, reprimere tutto ciò che si ha dentro, per poter avere la compagnia altrui. È abbastanza deprimente.
Io ci ho un po' perso le speranze, però vi confesso che sarebbe bello avere qualcuno che vi portasse davvero sulla punta di una montagna, vi desse la mano, e vi dicesse: "Ecco, ora puoi urlare quanto vuoi, fino a quando non crolli sulle ginocchia".
Cosa c'è di più umano della fragilità?
Buonanotte. Spero che almeno voi abbiate chi non vi lascia soli quando è l'intero Universo ad evitarvi.






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Stasera vorrei celebrare un inno alla rabbia: un modo alternativo per dire che desidero offrire un tributo alle emozioni. Pensateci: che cos'é la rabbia? Un miscuglio di stati d'animo. Quando diciamo che siamo arrabbiati sottointendiamo che siamo tristi, delusi, frustrati, amareggiati, disillusi,...
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Tic, ossessioni, dipendenza affettiva e compagnia bella ...

26 ottobre 2021 ore 15:25 segnala

Sono una persona terribilmente abitudinaria. Il fatto è che non posso fare a meno del carattere stabile delle abitudini, una stabilità che sembra vacillare di fronte alle vicissitudini della vita. Vi faccio un esempio. Per andare in università devo recarmi alla stazione ferroviaria e prendere il treno. Una volta salita, mi siedo sempre nello stesso posto della stessa fila della medesima carrozza. Mi viene automatico dirigermi subito lì. Non ci penso nemmeno. È come se i miei piedi si muovessero da soli e mi ci portassero senza che io ci faccia caso. E capita che a volte proprio quel posto sia occupato da qualche altra persona, il che innesca in me un moto assurdo di frustrazione e nervosismo. Beh, una reazione un po' esagerata, e avete tutte le ragioni per pensarlo. Ma la nostra mente è una galassia per buona parte incomprensibile, per cui ho smesso da tempo di capire perché siamo portati a fare o a non fare determinate cose. Oltre ad amare la routine, ho dei tic quasi da disturbo ossessivo compulsivo. Vi faccio un altro esempio. Avete presente le righe che ci sono sulle piastrelle? Bene. Se mi ci fisso faccio di tutto per cercare di non pestarle, il che spiega perché il più delle volte tengo la testa alta così da non accorgermi del fatto che io ci stia passando ripetutamente sopra con i piedi. Per non parlare del tubetto del dentrificio. Credo di essere l'unica persona al mondo in grado di impiegarci mesi prima di consumare un solo tubetto di dentrificio: lo strizzo e lo spremo talmente tanto perché non voglio che rimanga dentro nemmeno una goccia minuscola. Questione di risparmio, direte voi. In realtà non è proprio così. È semplicemente una piccola ossessione. Un'ossessione simile a quella di molte altre persone fissate con l'ordine, la pulizia, la disposizione simmetrica degli oggetti nello spazio, i germi, e chissà quali altre stranezze infinite. Non nego che sono affascinata da queste cose per il semplice fatto che sono talmente fuori dalla monotonia della quotidianità da rappresentare ai miei occhi un elemento di originalità quasi creativa. Di conseguenza amo le persone che hanno questi tic. Ovviamente, non a livello patologico. Di una persona a volte apprezzo più queste stranezze che non altre qualità per così dire comuni, perché mi danno la sensazione di un'unicità contrapposta ad una grigia e indistinguibile massa conforme. In ogni caso, non sono qui a rendervi partecipi del mio interesse per la psicologia comportamentale. Tutta questa premessa - ah, dimenticavo di dirvi che sono fissata con i preamboli - per arrivare a parlare di ciò che più mi preme in questo momento: la dipendenza affettiva. La parola "dipendenza" è gia terribile di suo - io sono dipendente da tante cose: dai libri, dalla coca cola, dalle serie tv, dai probiotici, dalla pioggia, dall'odore della benzina, dalla musica, dagli abbracci di mia nonna, dalla pasta ... - se poi la accompagnamo al termine "affettiva" allora diventa una piaga da debellare. Questa brutta, bruttissima espressione, che designa un orribile stato mentale, mi è più volte stata affibbiata. Perché sì: dopo i tic, le abitudini, le ossessioni, le piastrelle, il dentifricio e la coca-cola, Dio, o chi per lui, ha deciso di mandarmi pure quest'altra croce. Ed io me la sono addossata. Come si dice? Hai fatto dodici, puoi benissimo fare tredici - quanto avrei preferito non aver mai imparato a far di conto! Essere dipendenti da qualcuno significa pensare stupidamente di non riuscire ad andare più avanti nella vita senza la presenza di quella persona. Sentite l'arroganza di questo pensiero intrusivo: "non riuscire più ad andare avanti nella vita!" Quando qualcuno che conoscete vi confessa di trovarsi in un tale stato mentale, non esitate un secondo a fargli capire che si tratta di un'assurditá, che nella vita esistono cose ben peggiori e di certo una sola persona non può avere un tal potere su di voi. Sono d'accordo. Ho perso il conto di tutte le volte in cui ho rivolto frasi del genere a qualche mia amica. Il problema peró si crea quando ad essere coinvolti in una situazione simile siamo noi. A volte senza che ce ne rendiamo conto. Siamo talmente sicuri di noi da non accorgerci di esserci infilati in una rete con tutte le scarpe (tacchi compresi, nel mio caso). E allora a quel punto che si fa?
Ahimé, io confesso di esserci passata in una situazione del genere e non è stata proprio una passeggiata primaverile. Se la vostra mente si barrica dietro un pensiero che diventa quasi un assioma, solamente voi avete le armi per poter abbattere quel muro. Certo, gli altri possono cercare di aiutarvi, ma serve a poco se voi non siete i primi a voler aiutare voi stessi.
Se fatico a buttare nel bidone dell'immondizia un paio di vecchie scarpe, convinta che, così facendo, io stia gettando tutti i ricordi ad esse correlate, come penso di poter guarire (che brutto verbo, lo so!) da quel buco nero che ha origine nel petto a causa dell'assenza improvvisa di una persona con cui ho vissuto giorno e notte per anni? Qui l'abitudine si radica per bene. Non si tratta più di spremere un tubetto di dentifricio. Qui si tratta di dover stravolgere tutto, distruggere tutto dalle fondamenta, e ricostruire dalle assi portanti. Bisogna riorganizzare tutto. Occorre riadattarsi. A cosa? A un letto troppo grande, ad una casa troppo silenziosa, ad un bucato meno voluminoso, ad un garage troppo vuoto, ad una lista della spesa più corta. Sembrano stupidaggini, ma non lo sono. Sicuramente non lo sono per chi ha la sensazione perenne di poggiare i piedi su un pavimento che oscilla incessantemente e non sta mai fermo. Il tempo. Credo che sia il tempo l'unico mezzo utile in questi casi. E, ovviamente, la volontà, un po' più di fiducia in se stessi, di autostima, di coraggio. Ho capito, ad oggi, che la parola chiave è proprio fiducia, sicurezza in se stessi. Tutto ha origine da qui: dalla paura di non essere abbastanza, dal timore di essere sempre in difetto rispetto agli altri. L'immagine che ho allegato a questo post è esemplare di tutto ciò che sto scrivendo. Osservate il collo che nel secondo riquadro si spezza. Perché si frantuma? Il nostro collo sta benissimo su da solo, senza bisogno di un sostegno, l'anatomia non ha dubbi su questo.  Scioccamente a volte riteniamo che non sia così. La nostra mente è talmente offuscata da arrivare a mettere in discussione un fatto di natura.
Io sono riuscita a uscire da questo tunnel. Ho riflettuto, mi sono guardata allo specchio, mi sono presa per mano, e ho guidato me stessa alla luce. Questo però non basta. Non è sufficiente abbandonare il tunnel: occorre distruggerlo, farlo esplodere con delle mine. E per farlo è necessario lavorare su se stessi. Altrimenti si rischia di finirci dentro di nuovo.
Prima di chiudere, vi faccio un po' ridere: per lavorare su me stessa a volte sapete che faccio? Prendo un tubetto di dentrificio pieno a metà e lo butto, oppure bevo acqua per un mese per combattere il mio desiderio di caffeina e anidride carbonica. E lo faccio perché sono convinta che per fronteggiare le cose grandi bisogna prima imparare a vincere quelle piccole.




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Sono una persona terribilmente abitudinaria. Il fatto è che non posso fare a meno del carattere stabile delle abitudini, una stabilità che sembra vacillare di fronte alle vicissitudini della vita. Vi faccio un esempio. Per andare in università devo recarmi alla stazione ferroviaria e prendere il...
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Come è profondo il mare ...

02 ottobre 2021 ore 01:03 segnala


Ci sono posti che non smettono mai di parlarmi. Per quanto io li abbia vissuti, per quanto io ne abbia esplorato fino all'ultimo metro quadro, essi continuano a parlarmi. Ce n'é uno in particolare che non riuscirò mai a sostiuire con un altro: il porto della mia città. Ho perso il conto di tutte le volte in cui l'ho nominato, anche qui dentro: probabilmente in ogni blog che ho scritto nel corso di questi anni ne troverete sempre anche solo un minimo accenno. Il punto è che quando parlo del "mio" porto, in cui si può dire che sono cresciuta, mi viene quasi l'istinto di immaginarlo. Come si può immaginare ciò che si conosce come le proprie tasche? È una domanda complessa a cui ora vorrei provare a dare una risposta. Esistono due modi attraverso i quali poter vedere la realtà che ci circonda in base al mezzo che utilizziamo. Da una parte ci sono gli occhi, descrivibili anatomicamente in tutti i loro componenti, i quali ci permettono di fare esperienza empirica della materialità - scomponibile a sua volta in atomi -  che abbiamo davanti; dall'altra parte c'é la mente - descrivibile solo in astratto (ammesso che, come me, respingiate la teoria positivista che la associa al cervello) - la quale crea come una sovrapposizione: sopra la realtà concreta, fisica, esperita empiricamente, si sovrappone la realtà, sia anche idealizzata, esperita sensibilmente (cioè attraverso i sensi). Qual è la conseguenza di questo diverso modo di esperire il mondo? I geografi umani parlerebbero di "costruzioni mentali di luoghi" oppure di una proiezione della propria interiorità su di un determinato luogo. Insomma, la tesi di fondo è la medesima: riversare su di una realtà fisica - quale può essere appunto un posto materiale - significati soggettivi di per sé immateriali. Questo filosofeggiamento proemiale per dire che il porto della mia città, nonostante tutte le descrizioni che ne ho fatto, non ha oggettivamente nulla di speciale al di fuori della soggettivitá di cui io ho circondato i suoi contorni. Quando parlo del porto non dico come lo vedo, bensì come lo percepisco. E a volte lo percepisco in maniera talmente potente da stravolgere completamente le sue caratteristiche urbanistiche, senza tra l'altro accorgermene. Vi racconto brevemente una piccola storia, come se fossimo tutti seduti davanti ad un grande fuoco con in mano  bastoncini di marshmallow da abbrustolire. Non molto tempo fa una persona il cui ricordo verrà sfortunatamente sbiadito o, meglio, attenuato dal trascorrere del tempo - un processo di decomposizione mentale inevitabile - e che abitava lontano da me quando la conobbi, mi venne a trovare, ma il primissimo luogo che andò a visitare fu proprio il porto su cui ho costruito montagne di storie. La persona in questione rimase soddisfatta del paesaggio, ma non trovó corrispondenza tra l'immagine del porto che io avevo contribuito a farle idealizzare e il porto in tutta la sua materialità ed era a tal punto disorientata da arrivare a pensare di aver sbagliato posto. No, non aveva sbagliato luogo. Semplicemente, lo guardava con i suoi occhi e non con la mia mente. Dove lui vedeva una scaletta di pietra pericolante soprastante un muretto sul punto di crollare io ci vedevo una muraglia immensa da far invidia persino a quella cinese! Questa mia immaginazione irruenta e sconfinata è causa della mia felicità nell'infelicitá e della mia infelicitá tout court. Provo a spiegarmi anche in questo caso. Non sono cresciuta nella ricchezza e, fino ad oggi, posso dire di non averci mai nemmeno vissuto temporaneamente. Ho viaggiato molto poco, ho esplorato poco il globo, mi sono sempre mossa su brevi tragitti, eppure non ho mai avvertito ciò come una mancanza. Sin da piccola sono sempre stata una grande sognatrice, una grande lettrice di romanzi, appassionata di storia antica, curiosa del mondo che mi circondava. Grazie a queste mie attidudini ho compensato, con i libri, appunto, l'impossibilità di poter cercare risposte in altro modo - magari partendo, zaino in spalla, verso qualche località distante dalla mia vecchia casa mai ristrutturata che non serve nemmeno specificare quanto fosse per me il castello più bello del mondo. Ho avuto un'infanzia oggettivamente terribile, ma soggettivamente da favola. E nell'infelicitá totale sono riuscita, da sola, completamente da sola, a dare luce al mio mondo privo di finestre. E ci sono riuscita grazie all'immaginazione, ai libri, alle storie, alle fiabe, ai CD dentro la scatola dei cereali contenenti giochi interattivi sulla storia, sulla geografia, sulla scienza, sulla letteratura. Ma questa mia felicità costruita su delle fragili fondamenta - qualcuno direbbe "sulle assi portanti" e non è un caso che questo qualcuno abbia a che fare con la persona del racconto di cui prima - è in realtà, e lo è sempre stata, una infelicità mascherata. Rinchiudermi nel mio mondo ideale non ha fatto altro che allontanarmi dalla realtà fisica, scatenando in me una sorta di "sindrome dell'alieno". E così mi sono sentita a lungo: un extraterrestre incompreso. Dopo questa breve parentesi autobiografica, ritorniamo al mio porto. Ora che sto scrivendo è mezzanotte passata. Da poco sono ritornata a casa dopo aver mangiato fuori con degli amici e aver approfittato della digestione per passeggiare al porto. Poco prima che andassi all'appuntamento si è scatenato un diluvio incredibile. L'aria si è rinfrescata e un giubbottino sulle spalle non mi è dispiaciuto affatto. Il porto era quasi vuoto, immerso in quel suo silenzio ancestrale rotto unicamente dalle onde che si spezzavano contro le enormi barche e gli imponenti yacht. I raggi lunari si riflettevano sulla superficie del mare e, alla mia destra, mi sono ritrovata la dedica a Lucio Dalla che vi riporto in foto alla fine di questo testo, recante la scritta "Come è profondo il mare". Per l'appunto: come è profondo il mare? Non vi è mai capitato di sentire il desiderio di sprofondarci? A me sì. Peccato non avere le branchie. Ci sono strumenti sostitutivi. Ma non credo possa essere la stessa cosa. Quando sono ritornata a casa ho sentito l'impulso irrefrenabile di scrivere. Avrei voluto farlo direttamente lì, al porto, seduta per terra, con i piedi penzoloni sopra la superficie dell'acqua, ma la presenza improvvisa di altra gente non mi ha permesso di concentrarmi.
Che cosa ho scritto? Questa è la domanda che mi pongo spesso. Io scrivo, ma cosa scrivo? E non meno importante: ciò che scrivo poi corrisponde davvero a ciò che avrei voluto scrivere? Io divago. Non a caso l'ultimo blog l'ho intitolato "divagazione notturna". Ho un'idea, la butto giù e poi parlo di tutt'altro. Sono fatta così. Nessuno è mai riuscito a capirmi. Qualcuno ci ha provato, ma credo che i più abbiano accettato ciò che sono piuttosto che comprenderlo. Ho vissuto a lungo in mezzo a persone che non parlavano. Questo è il motivo per cui a volte dico che si parli di ciò che si vuole basta che si parli. Non so, io ascolterei persino qualcuno parlare delle pratiche di allevamento del bestiame dei popoli nilotici. Sarò sincera: per quanto mi piaccia l'etnografia, ascolterei quel tizio perché le sue parole probabilmente mi farebbero pensare a qualcosa, qualcosa che probabilmente non c'entrerebbe nulla con i popoli nilotici. Ma non è questo l'importante. Cioè sì, ascoltarsi è bello, e avere qualcuno che stia attento a ciò che dici è sicuramente fantastico, ma a volte a me basterebbe anche solo parlare con qualcuno che sì, mi ascoltasse, ma che al tempo stesso pensasse a mille cose diverse perché magari le mie parole gli farebbero venire in mente mille voli pindarici e vorrei anche che mi rendesse partecipe di queste sue digressioni mentre io divagherei sopra le sue divagazioni. Forse una volta una cosa del genere mi è successa. E non è stato un caso che forse mi sono innamorata proprio in quel momento. E non è stato un caso nemmeno che il mio amore abbia raggiunto le vette più alte quando qualcuno è riuscito a vedere il porto con la mia mente. Sia anche per poco.
Come é profondo il mare. Anche il cuore non scherza.




... Divagazione notturna (1)...

12 marzo 2021 ore 01:58 segnala
Ci sono notti che mi piacerebbe proprio condividere con qualcuno: stanotte é una di queste. C'é uno strano rumore di sottofondo: non so cosa sia; se il mare non fosse stato troppo lontano avrei pensato che fossero le onde che si frastagliavano sugli scogli. Sembra vento, ma non si muove una foglia. Forse un'auto in folle, ma non mi sembra che ci siano veicoli in moto. Potrei continuare ancora per qualche oretta immaginando tutto ciò che questo suono potrebbe essere ma che non è.  Mi perdo tanto. A volte ho la sensazione che la mia mente sia un vasto oceano e che io, su una piccola barca a remi, cerchi di solcarla meglio che posso, rischiando di imbattermi in un inevitabile naufragio. Devo confessare che i miei infiniti giri di parole spesso non sono altro che un espediente per evitare di pensare a ciò che, in ogni caso, penso, ma a cui vorrei non pensare. Tuttavia, pensare di non voler pensare a qualcosa significa comunque pensarla, per cui mi ritrovo immersa in quest'altro circolo vizioso senza sperare di poter trovare alcuna via di fuga. Ho bisogno di una persona che funga da faro per me. Ho bisogno di qualcuno che mi ritrovi quando io mi perdo o che, alla peggio, si perda insieme a me. Io da sola non arresto certamente la mia navigazione, però svio troppo dal percorso principale e mi trovo a percorrere vie impervie. Ho il desiderio di qualcuno. Desiderio. È una delle mie parole preferite, lo sapevate? Desiderio deriva dal latino e, letteralmente, significa "mancanza di stelle". È una sensazione di mancanza. D'altronde se si desidera qualcosa evidentemente è perché questo qualcosa non lo si ha. Io stanotte desidero una persona. La desidero perché mi manca e perché la vorrei qui, proprio al mio fianco. Sono sdraiata su un letto abbastanza piccolo perché non sono a casa mia; tuttavia, potrei farmi più in là e tu ci entreresti facilmente. Ecco. Mi sono ripromessa di non utilizzare la seconda persona singolare come destinatario delle mie parole e, ancora una volta, non sono riuscita a tener fede al mio proposito. Ogni volta che scrivo è difficile capire a chi io mi rivolga. Beh, sicuramente mi rivolgo a tutti i lettori che sono qui di passaggio e che vengono a leggere le divagazioni notturne di una ragazza che non conoscono, sperando di capirci qualcosa, ma finendo col non capirci più niente. E poi mi rivolgo a chi ho in testa. Soprattutto a chi ho in testa.
Se sono qui a scrivere piuttosto che a dormire o, perlomeno, a provarci, è perché, trovandomi in un periodo in cui non ho nessuno con cui parlare, ho bisogno di esprimere tutti questi pensieri arzigogolati e sconnessi che si scontrano tra loro formando un groviglio inestricabile dentro di me. Io non ho mai preteso di essere compresa, semmai ho sempre desiderato di essere ascoltata. Le parole. Le parole sono così sottovalutate al giorno d'oggi. Io non sarei nulla se non esistessero le parole. Io amo parlare, anche se presumo si sia capito abbastanza facilmente. Amo anche scrivere, certo, è una mia grande passione, però parlare a voce è indispensabile per me. Sembrerà strano, ma io non parlo tanto. Quotidianamente apro la bocca molte volte, quello sì. Ma non parlo. Mi limito semplicemente a emettere dei suoni. Parlare, per me, significa mettersi a nudo e io non riesco a farlo né con tutti né facilmente. È così. A volte passano anni senza che io parli. E quando conosco qualcuno che mi ispira particolarmente fiducia ho sempre paura di spaventarlo perché gli riverso addosso tutte le parole che mi sono tenuta dentro nel corso di quegli anni. A volte le parole si ribellano al mio corpo e lo assediano a tal punto da sfinirlo quanto basta per fuoriscire. Ed è allora che scrivo. Credo sia autoconservazione. Mi viene in mente un libro che sto leggendo, di Grossman: "Che tu sia per me il coltello". È un romanzo epistolare che fatico a continuare perché è troppo profondo e mi ci rispecchio talmente tanto che mi fa male leggere ciò che, sostanzialmente, mi trovo a vivere. Mi dispiace non poterlo consigliare ad una persona in particolare né poter condividere con lui le mie considerazioni a riguardo. Riesco ad apprezzare a pieno qualcosa solo se la condivido con qualcuno. Che sia una canzone, un libro, una frase, un film, una barzelletta, un aforisma, una foto, una sensazione, un pensiero, un'emozione, una giornata fortunata, il raggiungimento di un traguardo, una paura, una speranza, una piccola vincita, il voto di un esame andato bene, un'impressione, un tramonto, una coccinella che atterra su un mio dito, un fiore, la figura particolare della corteccia di un albero, il mare... ho sempre bisogno di condividere tutto questo con qualcuno per poter stare bene ed essere felice. Non perché io non sia in grado, da sola, di apprezzare le piccole e grandi cose della vita: credo che quando si è in due sia sempre tutto più semplice e più bello. Una canzone. Mi viene in mente il testo di una canzone che fa più o meno così: "non vedo l'ora che arrivi la sera, quando lei mi toglie i guantoni e mi cuce le ferite". Una volta una persona mi disse che aveva avuto una giornata molto impegnativa, ma che, fortunatamente, la sera sarei arrivata io a leccargli le ferite. È una delle frasi più belle che mi siano mai state dette. Riuscire a togliere le ferite a qualcuno è un traguardo incredibile. Magari possiamo riparlarne in un'altra divagazione notturna. Sento che i miei occhi diventano di secondo in secondo sempre più pesanti.
Buonanotte.




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Ci sono notti che mi piacerebbe proprio condividere con qualcuno: stanotte é una di queste. C'é uno strano rumore di sottofondo: non so cosa sia; se il mare non fosse stato troppo lontano avrei pensato che fossero le onde che si frastagliavano sugli scogli. Sembra vento, ma non si muove una foglia....
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... Driiiiin ...

17 agosto 2020 ore 14:27 segnala

Ei! Vecchia bicicletta! Sì, dico proprio a te! Oggi è il mio compleanno. Che dici? Mi regali cinque minuti del tuo tempo? Ti va di essere pedalata un po' da me? Non preoccuparti: ricordo ancora come si fa. Giuro, il tempo di arrivare alla punta del molo e poi le nostre strade si divideranno. Di nuovo. Allora, accetti? Bene. Dunque, ora salgo sul tuo sellino, ok? Eccomi, delicatamente, come ho sempre fatto. Appoggio le mani sul tuo manubrio, i sandali sui tuoi pedali. Possiamo partire? Sei pronta? Io sì. Allora, andiamo! Aspetta! Devo sistemarti le marce. Chi è stato a toccartele? Sicuramente qualcuno sbadato che non aveva la minima idea di come farti partire. No! Non ti sto rimproverando. Solo che, forse, sono un po' gelosa di sapere che qualcun altro si è adagiato su di te, ti ha sfiorata, ti ha guidata... Sì, scusa, non importa. Ci rimangono così pochi metri a disposizione che sarebbe meglio se ci concentrassimo solo su di noi. Ti piace questo posto, vero? E' un bel porto. Ci sono barche ovunque, di qualsiasi colore e dimensione. No, bicicletta, non vorrei salire su nessuno di questi yacht lussuosi che mi circondano. Perché? Beh, sono già su di te. Pensi sia poco? Ti sbagli. Se rimaniamo qui, a terra, possiamo immaginare quanto sarebbe bello salire su di un'imbarcazione di quel genere. Possiamo fantasticarci in tutti i modi possibili. Se invece ci salissimo non potremmo più farlo. Invece, così, possiamo divertirci a pensare a tutti i mari che potremmo solcare, a tutti i luoghi più lontani che potremmo raggiungere, compresi quelli che ancora non esistono. Solo rimanendo in una posizione così inferiore è possibile sognare ciò che c'è lassù. Oh, scusa, mi sono fermata senza accorgermene. Ora riparto. Lo sai, quando mi perdo nei miei soliloqui il tempo trascorre senza che io mi accorga di non stargli dietro. Cosa stavamo dicendo? Ah, si. Sono felice su di te. Su di un sellino un po' scucito. Un po' di olio sulla tua catena quando hai intenzione di mettercelo? Se vuoi, io ne ho ancora un po' dentro una boccetta conservata nella borsa. La tengo sempre lì, per abitudine, per ricordo, per nostalgia. Tutta la mia quotidianità è costellata di coperte di Linus. Ma tu sai pure questo, non è così? Lo vedi? Conosci tante cose di me. Nessuna di queste barche sa chi sono. Sì, l'ignoto ha pur sempre il suo fascino, ma vuoi mettere afferrare la mano ... volevo dire, il manubrio ... il manubrio di una person... di una bicicletta di cui ci si è già abituati? A cosa pensi? Immaginavi questo panorama esattamente come te lo descrissi tempo fa? Davvero? E ti sei pure arrampicata su quel famoso muretto di pietra di cui parlo sempre? La vista da lassù è mozzafiato, non credi? Il mare, il cielo, l'Etna all'orizzonte... come si fa a rimanerne indifferenti? Qualsiasi cosa io scriva, potrebbe essere riassunta benissimo con queste tre parole: il mare, il cielo, e l'Etna. Lo sai, non avrei mai immaginato di poter mai essere qui, con te. Stai camminando dove cammino sempre io. Stai guardando ciò che guardo sempre io. E non è più necessario che io ti descriva nulla. Lo vedi benissimo da te. Stiamo quasi per arrivare, vero? No, non sto osservando che con gli occhi della mente. Come potrei tenerli aperti? Pensi davvero che se io aprissi gli occhi tu saresti qui? Come dici? Sei già stata qui? No, non ne avevo idea. Quindi, mi stai dicendo che, aprendo gli occhi, tu non spariresti? Non lo so, non voglio rischiare. E poi, visto che tra poco ci separeremo, non mi va di vedere la tua assenza. E' già abbastanza percepirla. Come dici? Vorresti farmi un regalo? Ma non è già questo un regalo? E cosa vorresti lasciarmi? Cosa vorrei? Vorrei che questo molo non finisse lì. Vorrei che continuasse ancora. Però sì, hai ragione: non ha senso ritardare ulteriormente la partenza. Dove andrai? Ritorni a casa? E non tornerai più qui? No, non dirmelo. Se sapessi che tornassi, pure in un ipotetico futuro lontano, non riuscirei ad allontanarmi da qui nemmeno di un centimetro, per la paura di perdere la coincidenza con te. Se succederà ancora, ci incontreremo per caso. Sarà comunque bello ripercorrere questa pedana pensando: "chissà se, poco fa, la mia bicicletta si trovava esattamente dove sto io ora". Hai visto? Pensavi che fossi io a guidarti. Senza accorgertene, sei stata tu a trasportare me. E non solo ora. Quando ti conobbi eri così timida e insicura. Al di là dell'amore che ti ho dato, che ci siamo dati!, la cosa che più mi rende orgogliosa è la consapevolezza di averti reso più forte di prima. Non sarai una fuoriserie, non sarai velocissima, non sarai lucidissima, ma sei altrettanto bella. Va bene, bicicletta, sento che ti sei fermata e che è ora che io scenda dal tuo sellino. Vorrei chiederti di fare attenzione al mondo, di non permettere a nessuno di bucarti le ruote o di farti stringere troppo il manubrio ... ma, cara bicicletta, ormai ho talmente fiducia in te da non preoccuparmi degli ostacoli che incontrerai nel corso dei tuoi viaggi. E allora, ti accarezzo un'ultima volta e... vai pure! Sei andata via? Ah, sei ancora qui. Mi chiedi se sono felice? E' una domanda difficile, lo sai? Facciamo così. Suona un'ultima volta il tuo campanellino per me. Registrerò il tuo suono nella memoria e ogni volta che verrò qui sarà come se l'eco del tuo scampannellio non mi abbandonasse mai. Mi chiedi di aprire gli occhi? Ancora? Va bene. Tu suona ed io apro gli occhi. Insieme. Al mio tre. Uno. Due. Due e mezzo. Due e tre quarti. (Perchè i secondi devono essere così veloci?). TRE. DRIIIIIIIN. Apro! Non c'è nessuno. Avevo ragione a volerli tenere serrati. E' meglio che me ne vada. Però, aspetta un attimo. Cos'è questo? E' l'orma di una ruota. Allora, era qui davvero. DRIIIIIIN.




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Ei! Vecchia bicicletta! Sì, dico proprio a te! Oggi è il mio compleanno. Che dici? Mi regali cinque minuti del tuo tempo? Ti va di essere pedalata un po' da me? Non preoccuparti: ricordo ancora come si fa. Giuro, il tempo di arrivare alla punta del molo e poi le nostre strade si divideranno. Di...
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FaNtAsIe PeRiCoLoSe ...

15 agosto 2020 ore 16:44 segnala

Mi siedo su di un'esile sedia di legno, in balcone, davanti ad un tavolino accostato al muro. Da una delle tasche dei miei jeans prendo un elastico per capelli, verde acqua, come il colore del mare che, con la coda dell'occhio, intravvedo alla mia sinistra, dietro una vecchia ringhiera arrugginita. Raccolgo i miei folti capelli scuri in una coda, sfiorando con le mani il mio collo bagnato da tante piccole goccioline di sudore causato da un raggio di sole puntato sulla mia nuca. Appoggio un grosso libro sul tavolo; apro la pagina laddove vi avevo lasciato un segnalibro regalatomi da una mia compagna di liceo di cui ho perso i contatti. Con la matita in una mano e il righello nell'altra mi accingo a leggere e a sottolineare ciò che, da lì a poco, dovrò studiare e ripetere per un esame che si sta avvicinando sempre di più, sebbene io mi stia adagiando, forse, un po' troppo sugli allori. Infilo due auricolari neri nelle orecchie, cercando della musica rilassante che possa aiutarmi a mantenere desta la concentrazione. Trovatala, inizio a leggere. I miei occhi seguono pedissequamente ogni frase della prima pagina, comprese la punteggiatura e, persino, gli spazi bianchi. Avverto una gocciolina sulla fronte che, da lì a poco, so per certo bagnerà la pagina. Percepisco ogni suo minimo movimento sulla mia pelle accaldata. Seguo la sua scia umida con il pensiero. La immagino come una piccola barca a vela che solca la mia fronte, sulla quale sta per scatenarsi un temporale di fantasie. Le mie pupille non riescono più a stare dietro a quelle parole inchiostrate. Ho quasi la sensazione che tutte le lettere si stiano cambiando di posto, mischiandosi tra loro, tanto che non riesco più a comprendere il senso di ciò che tento di leggere. Sento che tutte le goccioline in bilico sul mio viso, sulla punta del naso, sul mento, stiano per riversarsi su quel libro, inondandolo completamente. Sento un venticello leggero soffiarmi sulla schiena e ciò mi offre qualche momento di sollievo. Ma ormai è troppo tardi. Avverto una sempre più opprimente pressione sui fianchi, come se qualcuno o qualcosa di invisibile mi stesse per afferrare e trascinare via dalla mia postazione. Mi aggrappo ai piedi del tavolo, con tutte le forze che ho, lottando come una lumaca che vorrebbe rimanere attaccata allo scoglio da cui sta per essere catturata. So che posso farcela. So che posso resistere alle tentazioni della mia mente. Basta solo che non chiuda gli occhi. Fintanto che li tengo aperti, so che niente potrà rapirmi dalla realtà. La pressione aumenta e, con essa, il sudore causato dalla fatica. Un calore insopportabile si riversa su di me. Come se i raggi del sole si fossero accaniti sulla mia pelle. Non resisto. Un flusso di luce accecante mi colpisce la vista. Sono costretta a chiudere gli occhi. Eccola. La vedo. Sta arrivando. Dal fondo del tunnel sfreccia alla velocità della luce quella che so già essere, da lontano, una di quelle fantasie che tanto odio perchè mi distrae da ciò che devo fare, ma che tanto amo al punto da pormi al centro della galleria, a braccia spalancate, non desiderando altro che di esserne investita. Perchè, a dirla tutta, non mi sono mai eccitata così tanto quanto l'urto con una delle tante fantasie che mi fanno sentire viva. Eccola. Si avvicina sempre di più. Riesco a scorgerne solo due punti riflessi, come due palle di fuoco, simili ai fanali di un'automobile. Mi travolge con tutta la sua forza, ma senza appiattirmi. Il mio corpo, anzi, la accoglie tutta, come un vortice affamato che risucchia l'oggetto di tutti i suoi piaceri carnali e mentali. Dopo averla inghiottita, fino a sentirla scendere verso il mio stomaco, come un grosso serpente che divora per intero la sua preda, mi sento come trasportata in un'altra dimensione, un mondo in cui non esistono altre leggi al di fuori di quelle che solo la mia fantasia può emanare. Rivedo me stessa seduta, davanti a quel tavolino così barcollante. Come un flashback al rallentatore rivivo ogni singolo gesto da me compiuto: l'elastico, la coda, il libro, il collo, la gocciolina di sudore sulla fronte. Assisto, da spettatrice, al preludio di ciò che, nella mia mente, andava prendendo forma, ma che io, risoluta, tentavo invano di bloccare. Giungo al momento della pressione sui fianchi. Solo che, stavolta, spettatrice della mia stessa fantasia, ciò che prima era invisibile ora mi appare in tutta la sua chiarezza. Lui. Il mio desiderio. Predatrice del mio stesso desiderio. Lui. Mi afferra. Mi stringe. Mi strattona. Quale violenta passione potrà mai indurlo a esercitare una tale aggressione su di me? Resisto. No. Perchè mai dovrei resistere? Lascio la presa dalle gambe del tavolo. Ed è lì che lui mi avvolge completamente e mi trascina via. Sono sua. Sono completamente sua. Un turbine di emozioni ci trascina per l'aria, come volatili strattonati tra le pareti dell'inferno dantesco, nella cerchia dei lussuriosi. Sono sua. Sì, sono completamente sua. Ma lui è il mio desiderio. Lui è il mio desiderio. Lui è mio. Completamente mio. Talmente mio che voglio sentirlo totalmente dentro di me. Nel mio corpo. Nella mia mente. Ci strattoniamo come rinchiusi in una gabbia, senza più sentire nulla di ciò che ci circonda. Solo la voglia l'uno dell'altra. Lo sento ansimare. Sento la sua forza disintegrarsi sotto il peso della mia voglia grondante. E' sfinito tanto quanto io sto riprendendomi dalla resistenza che gli ho inizialmente opposto. I suoi occhi si fissano sui miei; le sue vene si gonfiano. Gli affondo le unghie nella schiena. Di che hai paura, desiderio? Della forza con cui possiamo entrarci dentro. A questo punto, allora, non resta altro che... Squilla il cellulare. Spalanco gli occhi di colpo. La notifica di un messaggio mi riporta alla realtà. Davanti a me, una pagina sottolineata a metà. Dietro di me, un desiderio che non aspetta altro che riavermi con sè. Al prossimo giro sarà ancora più aggressivo, per il fatto che io gli sia stata portata via. Di nuovo.
S.




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Mi siedo su di un'esile sedia di legno, in balcone, davanti ad un tavolino accostato al muro. Da una delle tasche dei miei jeans prendo un elastico per capelli, verde acqua, come il colore del mare che, con la coda dell'occhio, intravvedo alla mia sinistra, dietro una vecchia ringhiera...
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Oh, DoLcE PiaNoForTe...

21 maggio 2019 ore 20:48 segnala

In un minuscolo angolo della mia mente c'é un piccolo pianoforte che inizia a suonare quando il mio umore incomincia a vacillare. È un pianoforte molto dolce, e sebbene io non abbia mai imparato a suonarlo, perlomeno ho imparato a riconoscerne i tasti. È incredibile come una semplice tastiera possa produrre delle note così belle ed è altrettanto strepitoso come una serie di note possa suscitare così tante emozioni in una persona, da indurla persino a lacrimare per la commozione. Vedete, quando ascolto un pianoforte è come se qualcuno mi stesse accarezzando la testa; una dolce ninna nanna che mi trasporta in una dimensione intermedia tra il sogno e la realtà. Il pianoforte oltrepassa i confini della realtà immanente e valica quelli del sogno.
Oh, dolce pianoforte, con te ho trascorso alcuni dei momenti più tranquilli e sereni della mia esistenza. Quando ti ascolto divento una bambina, gli occhi mi si inumidiscono e diventano lucidi per la sorpresa che mi induci.  A volte sento persino mancarmi il fiato. È come se le tue note mi entrassero dentro al corpo e poi sempre più in profondità, fino a raggiungere l'anima o comunque la parte più intima del mio essere immateriale.
Oh, dolce pianoforte, non mi stuferei mai di darti ascolto. Se potessi impedirti di spegnerti lo farei immediatamente. Come preferire il rumore assordante di un mondo disordinato alle rilassanti note della tua tastiera armonica?
Oh, dolce pianoforte, sí, sto incominciando a sentire qualche nota. Ti stai per caso accendendo? Vuol dire che avverti la mia malinconia? Tranquillo, non è nulla, un po' di tristezza passeggera, ma vedrai che tra pochi minuti starò meglio: inizierò ad ascoltarti e tutti i miei tristi pensieri si perderanno in un buco nero mentre tu mi trasporterai sull'erba di quel bellissimo boschetto attraversato da un fiumicello dentro al quale sguazzano innumerevoli pesci colorati. Mi adageró sul prato, lentamente, i raggi del sole che mi sfiorano il viso, mentre gioco a tirare dei sassolini dentro l'acqua.
Oh, dolce pianoforte, ci sei ancora? A volte ho paura che la musica che sento nella mia testa sia solamente uno scherzo della mia memoria a lungo termine e che tu in realtà non suoni più niente di nuovo per me. È così? Sono solo ricordi quelli che ho dentro?
No, aspetta, questa melodia non me l'hai mai suonata. Allora ci sei ancora, non te ne sei andato! Che bello! Pensavo di averti perso. Scusa, io ho sempre paura di perdere ciò che mi rende felice e non vorrei mai che un giorno nella mia testa non ci fosse più alcuna tua nota. Io non immagino nemmeno quanto possa essere devastante il silenzio.
Oh, dolce pianoforte, continua a cullarmi cosi come stai facendo ora e così come hai sempre fatto. Io chiudo gli occhi, provo a immaginarti, ma non ci riesco: tutto ciò che vedo sono solo delle lucine informi. Forse sei talmente bello che nessuna forma materiale potrebbe mai contenere la tua essenza? Non importa, davvero, a pensarci bene non mi interessa come tu sia... basta che tu non esaurisca le tue note per me.
Oh, mio dolce pianoforte, sì, in questo momento ti sento più mio che mai. Più passa il tempo più cerco di confinarti in uno spazio che sia sempre più al segreto nella mia mente, così che davvero nessuno possa mai innamorarsi delle tue note. Non mi va di essere egoista, però non vorrei mai che tu smettessi di suonare per me e iniziassi a farlo per qualcun altro. Chi potrebbe poi riuscire a farmi sorridere ancora? Una chitarra? Un flauto? Un violino? No! No! No! Per quanto le loro melodie possano essere bellissime, io non rinuncerei mai al mio piccolo pianoforte.
Oh, dolce pianoforte, se un giorno accadesse che qualche tuo tasto si rompesse io non smetterei mai di ascoltarti: i tuoi eventuali stridolii non potrebbero in ogni caso essere peggiori del frastuono che spacca i timpani non appena ti riversi in strada. E poi mi sarei talmente abituata al tuo suono che non ci farei nemmeno caso alle tue imperfezioni. Anzi, forse sarei più felice perché mentre per gli altri saresti ormai un vecchio strumento da raccattare, per me continueresti ad essere lo strumento più dolce di questo mondo.
Oh, dolce pianoforte, dovrebbe essere il contrario, ma sei proprio tu ad accordare me. Mi riassesti in una maniera incredibile. Forse un giorno impareró a suonarti e allora ti sfioreró delicatamente con i polpastrelli così da essere più delicata possibile e non provocarti dolore. Indosseró anche un paio di guanti soffici, così da non sporcare i tuoi lucidi tasti bianchi.
Oh, dolce pianoforte, sento che ti stai piano piano spegnendo. Hai scacciato la mia tristezza e ora vuoi riposarti? Io potrei farti addormentare: non posso suonarti nulla, però posso cantarti la ninna nanna, ti va?
Oh, mio dolce pianoforte, forse prima sono stata un po' troppo egoista con te: io non voglio privare il mondo della tua melodia. Sì, ti vorrei tutto per me, certo, però sei talmente bello che sicuramente potrai fare del bene a tantissime altre persone, potrai allietare chi è triste con le tue note e rendere felici un sacco di persone, oltre a me. Sì, voglio che sia così. Voglio condividerti con l'intero universo.
Però promettimi una cosa, mio dolcissimo pianoforte: promettimi che non ti farai mai nemmeno minimamente sfiorare da gente con le mani pesanti e promettimi anche che non ti dimenticherai mai di me e che avrai sempre anche solo una nota da suonarmi, almeno per farmi addormentare felice.






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In un minuscolo angolo della mia mente c'é un piccolo pianoforte che inizia a suonare quando il mio umore incomincia a vacillare. È un pianoforte molto dolce, e sebbene io non abbia mai imparato a suonarlo, perlomeno ho imparato a riconoscerne i tasti. È incredibile come una semplice tastiera...
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In Un UnIvErSo PaRaLLeLo...

13 agosto 2018 ore 23:37 segnala

Caro amico mio,
è da tanto che non ti scrivo. Non so esattamente quanto tempo sia passato dall'ultima volta in cui l'ho fatto, ma so per certo che di tempo ne è trascorso molto. Avrei voglia di raccontarti tutto ciò che mi è successo in tutti questi anni, ma non è né il momento né il luogo adatto per farlo. Però, a dirla tutta, ripensandoci, non occorre nemmeno che io te lo narri, perché ogni volta che ho vissuto un'esperienza bella o brutta che fosse, ti ho quasi sempre pensato, dunque è come se in un certo qual modo ti avessi reso partecipe della mia vita. Insomma, fisicamente non eri accanto a me, ma mentalmente probabilmente si. O almeno è così che voglio pensare che sia.
Stasera ti scrivo perché mi manchi (sí, lo so, non è una novità) e perché mi sei venuto in mente mentre ero seduta sul balcone, spalle a muro, per terra, osservando un meraviglioso e immenso cielo stellato. Il cielo, la luna, le stelle e l'universo in generale sono stati quasi sempre al centro delle nostre chiacchierate-riflessioni notturni. Ricordo come se fosse ieri i tuoi occhi scintillanti mentre erano intenti ad ammirare la luna. Tu la guardavi direttamente, io la guardavo attraverso i riflessi dei tuoi occhi. Ricordo con meno nitidezza l'immagine del mio sguardo - così come me lo descrivevi tu e così come appariva nelle fotografie - perché da quando siamo lontani penso proprio che i miei occhi non siano più gli stessi rispetto a quando c'eri tu con me. Ammetto che non è stato facile - e non lo è tutt'ora - stare senza di te, tuttavia in qualche modo bisogna pur andare avanti, anche se da una parte si vorrebbe sempre rimanere ancorati al passato, soprattutto a quei momenti in cui si vorrebbe avere il potere di fermare il tempo così da godersi per un lasso di tempo indefinito quegli attimi che ti fanno commuovere non appena ci ripensi.
Non appena ne ho l'occasione ti scrivo. Lo faccio perché mi fa stare meglio, anche se preferirei di gran lunga poterti dire tutto ciò a voce, viso a viso, anche se prima di parlare penso proprio che starei per ore tra le tue braccia, recuperando tutti quelli abbracci mancati, di cui avrei così tanta voglia e necessità.
Quanto vorrei che venissi da me, bussassi alla porta, e non appena ti aprissi mi afferrassi la mano, mi trasportassi con te senza dire una parola, rimanendo indifferente al mio stupore, e mi trascinassi in un luogo deserto - una vasta distesa erbosa, una piccola spiaggetta - per poi farmi sdraiare accanto a te, farmi puntare lo sguardo in alto, mentre la tua mano scivola sotto la mia, stringendola forte, rimanendo così immobili a fissare il cielo stellato, in silenzio, un silenzio fatto però di mille discorsi, tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare per tutti questi anni.
Non so cosa darei per far sì che questo mio desiderio si avverasse e non fosse destinato a rimanere solamente e unicamente un sogno nel cassetto irrealizzabile.
È vero, ormai i miei occhi non ti vedono più, le mie orecchie non ti sentono più, la mia pelle non entra più a contatto con la tua, il mio naso non sente più il tuo odore, la mia bocca non sfiora più le tue guance... è vero, tuttavia la mia mente nemmeno per un attimo ti cestina nell'oblio.
Spesso chiudo gli occhi, provo a immaginarti qui con me, tento alla cieca di toccarti, accarezzarti, di afferarti la mano, di sfiorarti: a volte ho quasi l'impressione di sentire sui polpastrelli i folti peli del tuo braccio. Ogni volta è una faticaccia doverli riaprire, sapendo per certo che riaprendo gli occhi non ti troverò davanti a me, ne tantomeno alle spalle, o nella stessa casa, nella stessa via, quartiere, paese, città, regione, nazione, continente, pianeta, via lattea, universo. Ci sono volte che ti penso così distante da me che ho quasi la sensazione che tu nemmeno esista più.
Non voglio che questa lettera diventi triste perché so quanto tu ci tenevi a vedermi felice e sorridente. Non ti posso assicurare che sono felice ne tantomeno prometterti che lo sarò presto, però posso assicurarti che sto sorridendo e che lo faccio ogni volta che ti penso perché lo abbiamo sempre fatto - sorridere insieme - anche quando ci trovavamo di fronte a periodi meno belli. A nostro modo cercavamo di renderci la vita meno pesante semplicemente essendoci l'uno per l'altra. E lo so che in qualche universo parallelo le cose vanno ancora così. In un universo parallelo a quest'ora staremo parlando, con un bel cono gelato in mano, io stracciatella e fragola, tu cioccolato e panna; a quest'ora saremo a piedi nudi sul bagnasciuga, l'acqua del mare che ci bagna le gambe, le zanzare che ci pungono come se non ci fosse un domani. Tutto ciò ha qualcosa di profondamente poetico, lo so, ma lo sai che sono fatta così. E so anche che ti piace.
Sai, quando ho iniziato a scrivere questa lettera ero un po'triste, ma ora sto decisamente meglio. Probabilmente è l'effetto placebo: è come se ciò che scrivessi tu lo leggessi, o meglio,è come se ciò che scrivessi ti arrivasse nella testa senza bisogno che questo pezzo di carta faccia da mediatore. Insomma, non so spiegarlo con esattezza, ma questo è quanto. Lo so che non leggerai mai queste righe, però so che immagini che io possa scrivere qualcosa di simile. Non importa che tu ne sappia con esattezza il contenuto, ma importa soltanto che più o meno immagini ciò che io potrei scriverti. Sai che ho sempre avuto la passione per la scrittura e sai anche quante lettere ti ho scritto perché sono sempre state il mio cavallo di battaglia, dunque non dovrebbe essere difficile per te immaginare queste righe. E a me basta questo.
Vorrei continuare a scriverti per tutta la notte, ma ora voglio solo chiudere gli occhi e continuare questo lungo monologo nella mia testa, immaginando di recitare questa lettera di fronte ad un'immensa platea il cui unico spettatore sei tu.
Intanto, caro amico mio, ti mando una dolce buonanotte accompagnata da un abbraccio, ovunque tu possa trovarti in questo momento.
-S.






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Caro amico mio, è da tanto che non ti scrivo. Non so esattamente quanto tempo sia passato dall'ultima volta in cui l'ho fatto, ma so per certo che di tempo ne è trascorso molto. Avrei voglia di raccontarti tutto ciò che mi è successo in tutti questi anni, ma non è né il momento né il luogo adatto...
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13/08/2018 23:37:36
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Un MeSSaGGio In MaRe...

31 marzo 2018 ore 16:17 segnala

Ho scritto una lettera sulla pagina strappata e un po' ingiallita di un vecchio quaderno a righe ormai invecchiato, per poi inserirla all'interno di una bottiglia di vetro e gettarla in mare dopo averla saldamente richiusa con un grosso tappo da sughero.
In quei pochi minuti in cui ho osservato la bottiglia allontanarsi dalla riva, trasportata dalle forti correnti marine, ho pensato al luogo in cui sarebbe giunta prima o poi (se mai fosse approdata mai da qualche parte) e alla fine che avrebbe fatto. Si sarebbe schiantata contro un enorme scoglio, riducendosi a infiniti cocci di vetro, e la lettera al suo interno sarebbe affondata fino a raggiungere il fondo marino per poi disintegrarsi lentamente, mentre l'inchiosto piano piano sarebbe sbiadito? oppure sarebbe approdata su qualche isololetta e lì, sulla sabbia, nessuno l'avrebbe mai trovata? oppure un marinaio l'avrebbe trovata, afferrata, anche solo perchè spinto dalla curiosità di sapere cosa mai ci fosse mai scritto? oppure, per un puro caso del destino, un giorno o l'altro sarebbe mai giunta tra le tue mani? Beh, quest'ulitma possibilità, nonché forse la più improbabile tra le tutte, è quella che più mi ha spinto a scrivere quella lettera.
Ormai di tempo ne è passato un bel po' da quando ho visto la mia bottiglietta diventare un punto microscopico all'orizzonte, nel momento in cui il sole stava per tramontare, con quelli effetti di luce sfumati che hanno reso il tutto più magico, per poi sparire completamente dalla mia vista.
Bottiglietta, spero di averti conferito una forza tale da resistere a qualsiasi tipo di intemperie, tempeste, pioggia, grandine, maremoti, affinchè tu possa continuare il tuo viaggio. E se tu non dovessi per qualsiasi motivo raggiungere la meta da me tanto auspicata, allora ti prego di continuare a viaggiare senza sosta, perchè prima o poi quasi certamente arriverai da qualche parte, qualsiasi essa sia.
Ti penso spesso tra le onde del mare, in tutta la tua fragile forza: in un certo senso mi ricordi molto me, non tra le onde del mare, ma tra gli ostacoli che spesso e volentieri la vita suole porre in mezzo al cammino della gente. Quando mi trovo di fronte a una difficoltà a prima vista insormontabile penso a te e allora dentro di me trovo la forza di arrancare e di rialzarmi ogni volta che qualcuno mi fa uno sgambetto: così come tu hai il compito di non arrestarti mai di fronte a nulla, allo stesso modo anche io devo sempre trovare il modo di cavarmela da qualsiasi situazione più o meno ostica in cui mi vengo a trovare.
Carissima bottiglietta, sappi che al tuo interno trasporti un misero pezzetto di carta straccia così debole da potersi addirittura distruggere qualora al tuo interno entrasse anche solo una minuscola goccia d'acqua. Fai attenzione lungo tutto il tuo tragitto e pensa che senza quel foglietto persino la tua esistenza diventerebbe futile. Prenditene cura come fosse la cosa più preziosa che esista a questo mondo. E' vero, all'esterno può apprire solo come cartaccia, ma ciò che importa è il suo contenuto.
Ci sarà mai qualcuno che leggerà ciò che ho scritto? E' una domanda che probabilmente non troverà mai risposta. Il tutto è reso più impossibile dal fatto che alla fine della mia letterina non ho messo alcuna firma di riconoscimento. Una lettera anonima - potreste aver modo di pensare - ma in realtà non è proprio così.
Ci sono voluti mesi e mesi per scrivere quella lettera. Ogni volta che incominciavo a scrivere c'era sempre un motivo che mi costringeva a rimettere giù la penna: o un magone improvviso, o un'improvvisa ispirazione poi scomparsa altrettanto improvvisamente, o la sensazione di star scrivendo una serie infinita di baggianate inutili che tanto mai nessuno avrebbe mai letto.
Il mio intento era quello di scrivere una lettera brevissima. Poche parole, ma giuste. Non è stata un'impresa molto semplice, dal momento in cui di parole da dire io ne avrei non dico infinite ma giù di lì (il concetto di infinito ben si adatta ai pensieri, alle sensazioni, alle emozioni presenti proprio qui, dentro di me, nella mia interiorità più profonda).
E allora come fare per trovare poche parole giuste da dire? Non si rischia di dire troppo poco? Non si rischia di non essere compresi? Ecco, tutte queste domande hanno fatto sì che io scrivessi e cancellassi, scrivessi e cancellassi, scrivessi e cancellassi centinaia di migliaia di lettere.
Ma i problemi non sono mica finiti qui. Per chi scrivere la lettera? A chi inviarla? Chi il destinatario? La meta, come già si sa, non può essere decisa da me, dal momento in cui persino un vento leggero potrebbe spingere la mia bottiglietta in una direzione piuttosto che in un'altra. Ma il destinatario invece sì. Beh, facile, molto facile: io voglio che sia tu a ricevere la mia lettera. Ma chi è questo "tu"? Non rimanete troppo sorpresi quando leggerete da me che non lo so nemmeno io chi sia questo "tu". Una persona che amo? Il mio migliore amico? Un amico immaginario? Forse uno di questi tre, forse nessuno di essi o forse tutti e tre insieme. Non lo so. Di certezze nella mia vita me ne sono rimaste poche.
L'unica cosa che posso dire con certezza è che questo "tu" è un tu bello, bellissimo, pieno di sogni e di desideri. Perlomeno è così che io me lo immaginavo... o me lo immagino... devo usare l'imperfetto o il presente? Se usassi il primo dovrei implicitamente ammettere che questo tu ormai non esiste più; se invece usassi il secondo ne affermerei sì l'esistenza ma allo stesso tempo questa stessa esistenza la metterei in dubbio. Beh, lasciamo entrambe le opzioni, dal momento in cui probabilmente sono entrambe corrette. Questo "tu" potrebbe essere (o essere stato) benissimo solamente e "semplicemente" un prodotto della mia mente o una infantile idealizzazione che ad un certo punto è andata a sbattere contro un muro indistruttibile.
Insomma, come vedete la faccenda del destinatario è più complessa di quanto si possa minimamente immaginare. Solo il mio cuore sa a chi realmente è rivolta quella lettera, e dopo di lui solo tu puoi esserne a conoscenza, ammettendo che qualcosa di te esista ancora. Vi basti sapere che un destinatario fisico esiste e volendo semplificare il tutto potrei dire che sia proprio lui il mio tu. La mia paura è che - dal momento in cui le persone sono soggette a profondi cambiamenti nel corso del tempo - tu non riesca più a riconoscermi. Sarebbe un peccato. Se tu disegnassi un puntino su un foglio, e altre miliardi di persone facessero la stessa cosa, ed io dovessi riconoscere il tuo tra i tanti puntini disegnati, penso che ci riuscirei al primo colpo. Credimi, non è una presunzione azzardata ed eccessivamente esagerata. Ti ho studiato tanto nel corso degli anni: ho conosciuto le tue mani, le tue braccia, il tuo respiro... mi fermo qui con la lista, sennò dovrei continuare fino a quando non sia arrivata a descrivere l'ultimo poro della tua pelle che ho imparato a riconoscere.
Se un giorno la mia lettera arrivasse a te per puro caso o per destino (non so esattamente quale possa essere la differenza tra i due) spero solo che tu faccia un sorriso e possa pensare che ci sono stati giorni in cui un sorriso simile al tuo era stampato sul mio volto fisso sul tuo sguardo. Non ho apportato alcuna firma alla fine del foglio, perchè se anche tu - come me- ricordi il modo in cui scrivo (o perlomeno la mia calligrafia) allora non servirà un riferimento esplicito del mittente, ma già il tuo cuore saprà identificarlo all'istante. Nel caso in cui tu non mi riconoscessi o non sorridessi leggendo il contenuto di quella lettera - ma anche nel caso in cui il tuo cuore non tremasse al mio pensiero - allora ti prego di non distruggere quel pezzo di carta nè la bottiglietta in cui è stato custodito: rimetti tutto al suo posto, e rigetta la bottiglia in mare, facendole continuare il suo viaggio verso ignote mete. Fai tutto ciò che vuoi, ma non arrestare la sua corsa. Se invece ti scendesse una lacrima (anche invisibile) dopo averlo letto, allora rimetti il bigliettino dentro la bottiglia, nascondi la bottiglietta nella parte interna del tuo giubbiotto, torna a casa, e nascondila nel primo cassetto della tua scrivania, non dico per sempre (il "per sempre" ci ha sempre fregati) ma perlomeno fino a quando starai bene pensando che dentro quel cassetto, alla fin fine, c'è un pezzettino del mio cuore.
Adesso immagino che tutti vogliano sapere cosa ci sia scritto in quella lettera-bigliettino. Sono proprio tentata a dirvelo, ma credo proprio che non lo farò, solo per il semplice fatto che vi rovinerei la sorpresa nel caso in cui foste proprio voi a trovarla. In ogni caso non è nulla di così inimmaginabile, solo dodici lettere. Dodici lettere che possono cambiarti la vita. Che possono cambiare la vita a tutti noi se qualcuno ce le dicesse e le pensasse realmente.
P.S. Non dimenticate di ributtare la bottiglietta in mare così da far continuare la sua navigazione e permetterle di raggiungere un posto caldo in una scrivania, o in alternativa l'Oceano.
S.





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Ho scritto una lettera sulla pagina strappata e un po' ingiallita di un vecchio quaderno a righe ormai invecchiato, per poi inserirla all'interno di una bottiglia di vetro e gettarla in mare dopo averla saldamente richiusa con un grosso tappo da sughero. In quei pochi minuti in cui ho osservato...
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