Come è profondo il mare ...

02 ottobre 2021 ore 01:03 segnala


Ci sono posti che non smettono mai di parlarmi. Per quanto io li abbia vissuti, per quanto io ne abbia esplorato fino all'ultimo metro quadro, essi continuano a parlarmi. Ce n'é uno in particolare che non riuscirò mai a sostiuire con un altro: il porto della mia città. Ho perso il conto di tutte le volte in cui l'ho nominato, anche qui dentro: probabilmente in ogni blog che ho scritto nel corso di questi anni ne troverete sempre anche solo un minimo accenno. Il punto è che quando parlo del "mio" porto, in cui si può dire che sono cresciuta, mi viene quasi l'istinto di immaginarlo. Come si può immaginare ciò che si conosce come le proprie tasche? È una domanda complessa a cui ora vorrei provare a dare una risposta. Esistono due modi attraverso i quali poter vedere la realtà che ci circonda in base al mezzo che utilizziamo. Da una parte ci sono gli occhi, descrivibili anatomicamente in tutti i loro componenti, i quali ci permettono di fare esperienza empirica della materialità - scomponibile a sua volta in atomi -  che abbiamo davanti; dall'altra parte c'é la mente - descrivibile solo in astratto (ammesso che, come me, respingiate la teoria positivista che la associa al cervello) - la quale crea come una sovrapposizione: sopra la realtà concreta, fisica, esperita empiricamente, si sovrappone la realtà, sia anche idealizzata, esperita sensibilmente (cioè attraverso i sensi). Qual è la conseguenza di questo diverso modo di esperire il mondo? I geografi umani parlerebbero di "costruzioni mentali di luoghi" oppure di una proiezione della propria interiorità su di un determinato luogo. Insomma, la tesi di fondo è la medesima: riversare su di una realtà fisica - quale può essere appunto un posto materiale - significati soggettivi di per sé immateriali. Questo filosofeggiamento proemiale per dire che il porto della mia città, nonostante tutte le descrizioni che ne ho fatto, non ha oggettivamente nulla di speciale al di fuori della soggettivitá di cui io ho circondato i suoi contorni. Quando parlo del porto non dico come lo vedo, bensì come lo percepisco. E a volte lo percepisco in maniera talmente potente da stravolgere completamente le sue caratteristiche urbanistiche, senza tra l'altro accorgermene. Vi racconto brevemente una piccola storia, come se fossimo tutti seduti davanti ad un grande fuoco con in mano  bastoncini di marshmallow da abbrustolire. Non molto tempo fa una persona il cui ricordo verrà sfortunatamente sbiadito o, meglio, attenuato dal trascorrere del tempo - un processo di decomposizione mentale inevitabile - e che abitava lontano da me quando la conobbi, mi venne a trovare, ma il primissimo luogo che andò a visitare fu proprio il porto su cui ho costruito montagne di storie. La persona in questione rimase soddisfatta del paesaggio, ma non trovó corrispondenza tra l'immagine del porto che io avevo contribuito a farle idealizzare e il porto in tutta la sua materialità ed era a tal punto disorientata da arrivare a pensare di aver sbagliato posto. No, non aveva sbagliato luogo. Semplicemente, lo guardava con i suoi occhi e non con la mia mente. Dove lui vedeva una scaletta di pietra pericolante soprastante un muretto sul punto di crollare io ci vedevo una muraglia immensa da far invidia persino a quella cinese! Questa mia immaginazione irruenta e sconfinata è causa della mia felicità nell'infelicitá e della mia infelicitá tout court. Provo a spiegarmi anche in questo caso. Non sono cresciuta nella ricchezza e, fino ad oggi, posso dire di non averci mai nemmeno vissuto temporaneamente. Ho viaggiato molto poco, ho esplorato poco il globo, mi sono sempre mossa su brevi tragitti, eppure non ho mai avvertito ciò come una mancanza. Sin da piccola sono sempre stata una grande sognatrice, una grande lettrice di romanzi, appassionata di storia antica, curiosa del mondo che mi circondava. Grazie a queste mie attidudini ho compensato, con i libri, appunto, l'impossibilità di poter cercare risposte in altro modo - magari partendo, zaino in spalla, verso qualche località distante dalla mia vecchia casa mai ristrutturata che non serve nemmeno specificare quanto fosse per me il castello più bello del mondo. Ho avuto un'infanzia oggettivamente terribile, ma soggettivamente da favola. E nell'infelicitá totale sono riuscita, da sola, completamente da sola, a dare luce al mio mondo privo di finestre. E ci sono riuscita grazie all'immaginazione, ai libri, alle storie, alle fiabe, ai CD dentro la scatola dei cereali contenenti giochi interattivi sulla storia, sulla geografia, sulla scienza, sulla letteratura. Ma questa mia felicità costruita su delle fragili fondamenta - qualcuno direbbe "sulle assi portanti" e non è un caso che questo qualcuno abbia a che fare con la persona del racconto di cui prima - è in realtà, e lo è sempre stata, una infelicità mascherata. Rinchiudermi nel mio mondo ideale non ha fatto altro che allontanarmi dalla realtà fisica, scatenando in me una sorta di "sindrome dell'alieno". E così mi sono sentita a lungo: un extraterrestre incompreso. Dopo questa breve parentesi autobiografica, ritorniamo al mio porto. Ora che sto scrivendo è mezzanotte passata. Da poco sono ritornata a casa dopo aver mangiato fuori con degli amici e aver approfittato della digestione per passeggiare al porto. Poco prima che andassi all'appuntamento si è scatenato un diluvio incredibile. L'aria si è rinfrescata e un giubbottino sulle spalle non mi è dispiaciuto affatto. Il porto era quasi vuoto, immerso in quel suo silenzio ancestrale rotto unicamente dalle onde che si spezzavano contro le enormi barche e gli imponenti yacht. I raggi lunari si riflettevano sulla superficie del mare e, alla mia destra, mi sono ritrovata la dedica a Lucio Dalla che vi riporto in foto alla fine di questo testo, recante la scritta "Come è profondo il mare". Per l'appunto: come è profondo il mare? Non vi è mai capitato di sentire il desiderio di sprofondarci? A me sì. Peccato non avere le branchie. Ci sono strumenti sostitutivi. Ma non credo possa essere la stessa cosa. Quando sono ritornata a casa ho sentito l'impulso irrefrenabile di scrivere. Avrei voluto farlo direttamente lì, al porto, seduta per terra, con i piedi penzoloni sopra la superficie dell'acqua, ma la presenza improvvisa di altra gente non mi ha permesso di concentrarmi.
Che cosa ho scritto? Questa è la domanda che mi pongo spesso. Io scrivo, ma cosa scrivo? E non meno importante: ciò che scrivo poi corrisponde davvero a ciò che avrei voluto scrivere? Io divago. Non a caso l'ultimo blog l'ho intitolato "divagazione notturna". Ho un'idea, la butto giù e poi parlo di tutt'altro. Sono fatta così. Nessuno è mai riuscito a capirmi. Qualcuno ci ha provato, ma credo che i più abbiano accettato ciò che sono piuttosto che comprenderlo. Ho vissuto a lungo in mezzo a persone che non parlavano. Questo è il motivo per cui a volte dico che si parli di ciò che si vuole basta che si parli. Non so, io ascolterei persino qualcuno parlare delle pratiche di allevamento del bestiame dei popoli nilotici. Sarò sincera: per quanto mi piaccia l'etnografia, ascolterei quel tizio perché le sue parole probabilmente mi farebbero pensare a qualcosa, qualcosa che probabilmente non c'entrerebbe nulla con i popoli nilotici. Ma non è questo l'importante. Cioè sì, ascoltarsi è bello, e avere qualcuno che stia attento a ciò che dici è sicuramente fantastico, ma a volte a me basterebbe anche solo parlare con qualcuno che sì, mi ascoltasse, ma che al tempo stesso pensasse a mille cose diverse perché magari le mie parole gli farebbero venire in mente mille voli pindarici e vorrei anche che mi rendesse partecipe di queste sue digressioni mentre io divagherei sopra le sue divagazioni. Forse una volta una cosa del genere mi è successa. E non è stato un caso che forse mi sono innamorata proprio in quel momento. E non è stato un caso nemmeno che il mio amore abbia raggiunto le vette più alte quando qualcuno è riuscito a vedere il porto con la mia mente. Sia anche per poco.
Come é profondo il mare. Anche il cuore non scherza.




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Ci sono posti che non smettono mai di parlarmi. Per quanto io li abbia vissuti, per quanto io ne abbia esplorato fino all'ultimo metro quadro, essi continuano a parlarmi. Ce n'é uno in particolare che non riuscirò mai a sostiuire con un altro: il porto della mia città. Ho perso il conto di tutte...
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