Il Galata Capitolino

27 maggio 2012 ore 19:17 segnala

L’asciutta e composta bellezza virile si può contemplare nel Galata morente una statua in marmo conservata nei Musei capitolini.
Purtroppo è solo una copia romana perché l’originale in bronzo è andato perduto.
L’opera faceva parte del Donario di Attalo, un monumento dell'antica città ellenistica di Pergamo decorato da sculture in bronzo realizzate da Epigono e dalla sua scuola, monumento oggi noto solo in parte grazie a copie marmoree di epoca romana.
Il donario celebrava la vittoria sulla tribù celtica dei Galati che aveva preso parte alle spedizioni celtiche nei Balcani del III secolo a.C. e che si era stanziata dapprima in Tracia ed in seguito vicino al Regno di Pergamo.
I Galati, chiamati anche Galli dai Romani, noti come guerrieri valorosi e molto rispettati sia dai Greci sia dai Romani, minacciavano i vicini e richiedevano tributi: nel 240 a.C., re Attalo I, infine, li attaccò e li sconfisse gravemente e tale vittoria garantì ai pergameni notevoli conquiste territoriali ed una rinnovata potenza nello scacchiere del Mediterraneo orientale.
La statua, pensata essenzialmente per una veduta frontale, nonostante la complessità degli atteggiamenti, raffigura un guerriero galata completamente nudo – eccetto un torchon, il gioiello tipico dei celti, intorno al collo – semisdraiato e con il volto rivolto in basso che attende la morte causatagli da una ferita sul petto.
L’opera, nonostante il patetismo tipico della scuola pergamena, è lontana dalla visione idealizzante dell’arte greca ed è tutta vissuta con grande realismo contraddistinto dalla presenza del torchon, dai baffi, dai capelli ispidi nonché dalla nudità propria del modo di combattere di questo popolo.
Il guerriero, è semisdraiato su una base di forma ovale sulla quale compaiono alcune armi abbandonate sempre di concezione gallica, la gamba sinistra leggermente allungata, mentre quella destra è flessa. Solo il sostegno del braccio destro garantisce l’equilibrio della scultura. Il braccio sinistro è, infatti, piegato e la mano appoggiata e preme sulla coscia destra, il torso è flesso e ruotato verso destra per mettere in rilievo l'incisione della ferita: la schiena è ben rappresentata dal volume arrotondato.
Il volto è scolpito con estrema accuratezza: gli zigomi alti, le labbra ben disegnate e carnose dalle quali si può facilmente intravedere la dentatura superiore, l'acconciatura dei capelli dalle folte e lunghe ciocche, e i baffi folti e scompigliati conferiscono al soggetto i tratti tipici del guerriero celtico.
L'artista ha voluto evidenziare il dolore dello sconfitto, accentuandone il coraggio ed il valore: le rughe sulla fronte ed il leggero rigonfiamento all'altezza delle tempie lasciano intuire la resistenza al dolore del guerriero in punto di morte. Nulla in questo volto sembra voler dimostrare la rassegnazione del gallo al dolore e alla morte, al contrario il suo volto sembra avere una espressione fiera che non accenna minimamente all'abbandono; si potrebbe pensare ad un guerriero non sottomesso, che affronta con coraggio e onore la sconfitta del suo popolo e il proprio destino di morte imminente. Ma è anche riuscito perfettamente a cogliere lo spirito di colui che muore con onore animato da un forte senso di disprezzo verso il carnefice.
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