Involuzione

30 marzo 2009 ore 22:34 segnala
Lasciti.
Sangue per la strada, corpi immobili.
In attesa della tanto ambita evoluzione.
Marcivamo insieme, tutti e soli, ammassati nelle zone a più elevata altitudine della megalopoli, assuefatti alla luce che in quei luoghi ancora riusciva a farsi spazi tra il denso strato di polveri sospeso, alacremente, nell'aria fredda.
Tramonto incontentabile perenne, glaciale, senza vento.
In quelle redivive acropoli ci odiavano a vicenda, senza più la forza di sopprimerci.
Non c'erano ingiurie, né comportamenti devianti: non una sola cosa pareva volersi arrischiare a collegar se stessa ad alcunché.
Indicibile terrore percorreva il corpo gracile dei più giovani al propagarsi di un suono di passi cadenzati, una marcia.
Ma non c'era nessun plotone d' esecuzione e nemmeno l' emozione di un conclamato ultimo istante di vita poteva allietare i sepolti vivi, defunti, dissotterrati e lì sadicamente rianimati: un purgatorio senza espiazione, peggiore di qualsiasi cerchio infernale nella sua ineluttabile fissità.
Nessun pensiero, forse la summa di tutto il Pensiero rappresentato in un macabro epigramma, il dolente inceder di un estinzione troppo lenta.
Estraniante.
Decadente decorativismo a dipinger con fugaci pennellate l' apatia.
Cadevano dal cielo istantanee, senza nessuna pietà, tonnellate di fotografie, in un solo momento.
L' umanità intera rappresentata senza nessun filtro di vergognosa ipocrisia.
Mercimonio inarrestabile, morale del consumo catturata in tanti piccoli attimi:

gerontofili, corruttele, contemplazione della morte, genitali irrorati artificialmente di sangue e mostrati come merce per condivisioni, ira razionalizzata, bambine. Milioni di bambine.

Piccoli corpi segnati da ematomi rossi, un sorriso smagliante, le vene del braccio, delle spalle e del piede destro costellate da buchi fatti senza troppa perizia.
Stese su poltroncine nere con la linea squadrata, minimaliste, su tavolini d' art decò, su letti barocchi in stanze dannunziane, su luride piastrelle di cenciosi ospedali psichiatrici.
Guardano il soffitto mentre muovendo gli arti toccano le monete d'oro sparpagliate a loro intorno, come per controllare che non manchi nulla, che tutto sia andato secondo la loro volontà adamantina.
Nessun turbamento, le foto creavano un mosaico di senziente aberrazione sul cemento armato.
Panta rei.

Forse, ma noi non più con lui.

Forse.

Learning by doing

30 marzo 2009 ore 22:30 segnala

L'etereo, una grande altezza, una grande altezza.
Mondi sovrapposti.
Varcavo una soglia, indesiderato.
"Dove ti trovi? hai avuto tutto quello che volevi! Tutto quello che avevamo!"
Strisciavo tra le macerie alla ricerca di un padrone dal quale farmi accarezzare, fiutavo una preda alla quale consegnarmi,
spontaneamente, senza alcuna alternativa.
Ossigeno, Assenza di...
Mancanza di... Privato di....
Ossigeno, boccheggiavo agitando le mie braccia, voltando ripetutamente il mio capo: ora a sinistra, ora a destra.
Aiutatemi!
Afferravo sostegni invisibili, senza forma, dimensione, spessore.
Rannicchiato a, rovinato da, riservato a, risvegliato da.
Rubavo le speranze ai vivi, le carni ai defunti tenuto in vita dalla convinzione di esistere.
Intrappolato in una prigione grande quanto un continente, vasta quanto la Via Lattea, fino ai bordi dell'essente, nero nulla, estesa.
Il divino e il razionale, ero simbolo e storia, umile umanità e tracotante trascendenza, fuga letteraria da un mondo imploso sul suo stesso funzionamento normato.
Due mondi sovrapposti, inconciliabili.
Così vicini.
Profetico sintomo di debolezza: ero l' evidente prova della malattia della mia società, impietosito dal circostante per il quale ero pietoso. Superfluo.
Non invitato al banchetto degli dei.
Non ricercato dagli umani, né come capo né come schiavo.

Troppo o troppo poco; troppo, troppo poco.
Essere inutile, tutto quello che volevo, tutto quello che per me avevate: un esistenza leziosamente vuota. Perfetta.
L'etereo, una grande altezza, grande altezza.