[racconto] Sfogo cieco

29 giugno 2020 ore 14:06 segnala

Dal momento in cui Alba aveva chiuso la porta del suo ufficio per dare una parvenza di riservatezza a quella discussione, i toni si erano alzati gradualmente ad ogni scambio di accuse fino a che le urla erano ormai diventate di dominio pubblico su tutto il piano. I colleghi di Alba e Giorgio non capivano esattamente le argomentazioni dei due, intercettando di tanto in tanto qualche raffica di parole sgranate con maggiore rabbia delle altre, ma nessuno pensava minimamente di intromettersi o di invitarli a moderare i toni. In ufficio le questioni si regolavano autonomamente, e se sfuggivano talvolta discussioni dai toni particolarmente accesi, pazienza. Si sarebbe discusso, sarebbero scappati degli insulti, ci si sarebbe accusati e poi guardati in cagnesco per qualche settimana, ma era così che le cose filavano sul lavoro, specie in settimane come quelle in cui si accavallavano le campagne di grossi clienti, che ingolfavano l’azienda di lavoro e minavano gli equilibri personali esistenti tra il personale dei vari uffici.
«Devi piantarla di scaricare colpe agli altri ogni volta che ti piantano una grana. Vedi di farti un esame di coscienza di tanto in tanto. Se la grafica di Greenwood non è pronta la colpa è di chi ha programmato il lavoro per la prossima settimana, ed è compito tuo farlo!» attaccava a muso duro Giorgio, che non riusciva più a stare seduto compostamente di fronte alla scrivania di Alba.
«Non ti azzardare a fare questioni: si era detto mesi fa che se slittava il pacchetto Transcorp, Greenwood passava in priorità. Se non siete in grado di tenere a mente direttive precise e avete bisogno di essere controllati quotidianamente, forse dovreste tornare all’asilo. Comunque da oggi in poi lo farò, e voglio vedere chi sarà il primo a lamentarsi con l’ufficio del personale di troppe ingerenze. Perché se poi vengo a saperlo – e sarai di certo tu a farlo – stavolta te la faccio pagare, intesi?» rispose a tono la donna, senza scomporsi troppo ma con nella voce il sibilo tagliente di un rasoio.
A quel punto Giorgio si alzò di scatto appoggiando le mani sulla scrivania e sporgendosi verso la donna con un indice che la puntava sul viso che pareva la canna di una pistola pronta a sparare. «Giuro che il vizio di minacciare la gente te lo faccio passare una volta per tutte. Questo cazzo di atteggiamento da troia prima o poi te lo rimangi con gli interessi, vedrai se non dico la verità. Vedi che bravo? Adesso comincio a minacciare pure io, e sono molto più bravo di te, perché una volta che mi incazzo davvero poi io faccio sul serio, e lo sai!»
Alba non era il tipo da tirarsi indietro se stuzzicata e rispose con la stessa violenza, rizzandosi in piedi e allontanando l’indice puntato di Giorgio con un irruento manrovescio: «Se non ti tira con l’amante o tua moglie non te la dà più, non è certo l’ufficio il posto giusto per venire a sfogarsi, capito coglione? O impari a fare il tuo lavoro, o cominci a impacchettare la tua roba perché ti garantisco che ti faccio sbattere fuori da quest’azienda in due giorni. Lo sai che mi basta una parola col direttore generale. Io non voglio più prendere merda a causa di coglioni lavativi che non sanno lavorare, chiaro?»
Al punto in cui si era Giorgio bolliva come una pentola a pressione e sapeva di non poter attaccare oltre, perché col suo carattere sarebbe passato alle vie di fatto, assestandole finalmente quel ceffone che da tanto tempo fantasticava di mollarle, e che l’avrebbe sicuramente messa a tacere per il resto della discussione (e probabilmente evitato discussioni a venire), ma che sarebbe davvero valso licenziamento e denuncia penale. Pertanto, senza aggiungere null’altro che un sibilo, girò su sé stesso e uscì dall’ufficio della donna sbattendosi la porta alle spalle. «Puttana bastarda…»
«Idiota testa di cazzo!» ribatté Alba con un urlo che accompagnò l’uomo fuori dall’ufficio. Quindi si lasciò cadere sulla poltroncina esausta per la tensione nervosa, dando un’occhiata all’orario sullo schermo del computer. «È ora di pranzo e per colpa di questo stronzo non avrò più appetito per il resto della giornata», penso mentre si alzò dirigendosi alla grande vetrata che dava sul parcheggio aziendale. Dalla grande porta automatica dell’ingresso uscivano alla chetichella gli impiegati che si apprestavano ad andare a pranzo e, tra questi, notò anche Giorgio che uscendo dall’edificio con falcate di toro al trotto, si chiuse nella sua Volvo station wagon e partì con una sgommata singhiozzante dovuta al nervosismo e sicuramente non ad un desiderio di virile e cafone esibizionismo. Il piacere di sapere rovinato anche l’appetito di quell’idiota non le fece passare il nervoso, ma le strappò comunque un mezzo sorriso isterico. Tuttavia non sopportava di rimanere in quell’ufficio un minuto in più. Aveva bisogno di una boccata di aria fresca, di andare a sfogare la propria rabbia fuori da lì, dove si sentiva addosso gli occhi di tutta l’azienda dopo quell’alterco che sicuramente era stato udito ovunque. Indossò quindi la giacca del tailleur azzurro di Chanel che indossava quel giorno, afferrò al volo la sua borsetta Louis Vuitton e si avviò verso l’uscita solcando i corridoi col passo sicuro e aggressivo di un’indossatrice, ignorando volutamente qualsiasi sguardo e dribblando qualsiasi cenno di saluto. Arrivata fuori dall’edificio le sembrò finalmente di riprendere fiato dopo un’apnea ma non si fermò, anzi, continuò a camminare con passo sostenuto e portamento arrogante in direzione delle zone più affollate del centro metropolitano: se qualche collega la stava osservando da lontano, non doveva ravvisare in lei il minimo segnale di cedimento. Solo dopo alcune centinaia di metri Alba si fermò a prendere fiato e a guardarsi in faccia nel riflesso della vetrina sfavillante di una boutique di Fendi. Lì, soffermandosi a lungo immobile, scrutava il suo viso teso e affilato di rancore, senza degnare di uno sguardo gli eleganti capi in mostra. Nella calca del centro all’ora di punta, voltarsi verso una vetrina e fingersi abbagliata dal desiderio degli acquisti era l’unico modo per sfogare occhiate di odio che avrebbero incenerito chiunque. Non avrebbe avuto senso sedersi al tavolino di un bar a sorseggiare una tisana, il suo sguardo e il suo atteggiamento avrebbero fulminato il cameriere, e l’ultima cosa di cui sentiva il bisogno era proprio di sentirsi addosso l’occhiata di un’altra persona che la considerava una stronza altezzosa ed arrogante. Si sentiva intrattabile, aggressiva e irrecuperabile in quel pozzo di rancore in cui la discussione in ufficio l’aveva precipitata al culmine dell’ennesima giornata da dimenticare sul lavoro. L’unica cosa di cui avrebbe avuto davvero bisogno era uno sfogo cieco e violento, in cui poter concentrare ogni tensione aggressiva. Togliersi le scarpe e spaccare quella vetrina di Fendi con quei maledetti tacchi da 12 poteva essere un’ottima soluzione, anche se l’ideale sarebbe stato rientrare di corsa in ufficio con una mazza da baseball e regalare un leggendario argomento di conversazione ai suoi colleghi da qui alla pensione.
Fortunatamente le venne subito in mente qualcosa di efficace e più sicuro per tutti. Persino di piacevole, a pensarci. E nessuno poteva sapere quanto Alba avesse bisogno di un sorso di piacevole libertà per mandare giù quel boccone di peloso nervosismo che la soffocava. Ricominciò a camminare per quella via, svoltando quasi subito sulla sinistra, su una via più stretta del corso principale, vuota e silenziosa, che sarebbe stata decorosa ed elegante, se non fosse per i suoi palazzi molto alti che la chiudevano e la ombreggiavano dandole un’atmosfera di tristezza. Allo scalpiccio dei suoi tacchi che risuonavano nella via solitaria, si aggiunsero subito dei passi lenti e pesanti. Un “Ehi, bellissima!” riecheggiò nella via. Alba si voltò senza fermarsi, notando che all’imbocco della via un figuro alto, piuttosto massiccio, abbigliato con una tuta sportiva volgare e alla moda e dall’aspetto decisamente sgradevole. Era uno degli inevitabili mandrilli da strada, appartenente a quell’incomprensibile categoria di maschi che considera lo starnazzo pubblico una forma di irresistibile corteggiamento. Alba continuò per la sua strada, accelerando leggermente il passo sentendo che quelli dell’uomo sembravano proprio seguirla. Fortunatamente l’obiettivo della sua passeggiata era ormai a una decina di metri. Verso la fine di questa lunga via vi era infatti un ampio e lussuoso salone di bellezza, con un’insegna in finto stile art decò che introduceva un locale tuttavia abbastanza antico – pare fosse stato inaugurato negli anni ’50 - ma gestito con eleganza e cura. Vi entrò introducendosi velocemente, soffermandosi per un istante sulla soglia con sollievo e scrutando dalla vetrata il ceffo che la seguiva in strada. Lo vide fermo sul marciapiede di fronte, che le sorrideva con le mani in tasca e che se ne tornava da dove era venuto con l’aria divertita di chi è uscito impunito dall’ennesima bravata, che probabilmente, in barba a qualsiasi presunto sfoggio di virilità, era il suo autentico fine ultimo.
Alba quindi entrò rassicurata nel salone, che era un posto molto tranquillo anche perché abbastanza isolato da altre attività commerciali, non particolarmente di moda ma molto ambito da un certo tipo di clientela di alto livello, ed i suoi prezzi erano naturalmente adeguati al contesto. Era il salone di riferimento di Alba da diversi anni, per questo la donna vi entrò sicura e soddisfatta della scelta che aveva fatto, dirigendosi dritta al bancone dell’accoglienza dove operava la titolare, una donna bionda molto appariscente e truccata, più in là della mezza età, a cui la sofisticazione dell’aspetto non donava nulla se non un filo di sottile volgarità.
«Buongiorno Alba, che sorpresa vederti oggi. O forse ho dimenticato di segnarti un appuntamento? Manicure, capelli, pulizia del viso?», le disse la proprietaria affrettandosi a consultare l’agenda delle prenotazioni, mentre il sorriso le si adombrava nel pensiero di aver commesso una negligenza.
«Buongiorno a te Carla», le rispose Alba stirando un sorriso cortese che mal celava il malumore. «Non preoccuparti, non avevo preso alcun appuntamento. Sono qui per la stanza», le disse abbassando leggermente il tono sulle ultime parole. «Ah, ma certo, nessun problema», le rispose la bionda proprietaria, chiudendo l’agenda e sollevando invece il ricevitore del telefono, su cui pigiò un numero che dove corrispondere ad un interno. «Ho qui una signora per una stanza. Ne abbiamo libere, vero? Molto bene, arriva subito». Quindi chiamò una collaboratrice che stava riordinando una vetrina con gli ultimi arrivi nel settore del balsamo per capelli. «Per favore Giada, accompagna la signora alle stanze», quindi si rivolse ad Alba con un sorriso complice e confortante: «Tutto a posto cara, e buon divertimento». Alba ebbe l’istinto di rispondere al suo augurio, ma le sembrò una cosa superflua e finta. Si limitò a rispondere al sorriso con uno analogo, molto più tirato e timido, quindi si accodò alla collaboratrice che già le indirizzava una strada in realtà non nuova. Non era la prima volta che noleggiava una stanza infatti; c’erano stati anzi periodi in cui se ne era servita quotidianamente per settimane, ma ora a ben pensarci mancava dal quel posto da più di un mese. L’ultima volta infatti era venuta per una semplice messa in piega, non aveva sentito il desiderio di noleggiare una stanza. La commessa le fece strada attraverso la scala a chiocciola che portava nel piano interrato, dov’erano gli spogliatoi del personale e il magazzino. Giunte qui sotto imboccarono un corridoio con alcune piccole stanze chiuse: quella con i comandi elettrici e termici, quella con la caldaia del sistema idraulico, altre senza alcuna targhetta che le identificasse. Alla fine del corridoio, lungo all’incirca 20 metri, a destra vi era la stretta rampa di una scalinata che saliva e da cui proveniva una musica ritmata, roba techno ad alto volume schermata dalle pareti della struttura. Le donne salirono i gradini spuntando su un altro corridoio molto più breve e fiocamente illuminato da lampadine a basso voltaggio all’altezza del battiscopa, su cui a destra stavano le porte di 5 stanze che si sarebbero detto molto piccole, a giudicare dalla distanza l’una dall’altra. Solo la porta dell’ultima stanza in fondo era aperta, e la commessa si fermò indicandola ad Alba con un luminoso sorriso. Anche lei le augurò “buon divertimento”, e stavolta la donna ringraziò in modo automatico, senza farsi nessun problema, perché la sua attenzione era ormai concentrata su altre cose. Alba entrò dunque nella quinta stanza in fondo, chiudendosi dentro a chiave appendendo immediatamente la borsetta ai ganci inchiodati sulla porta, quindi si tolse anche la giacca del tailleur poggiandola con cura al gancio accanto. Quindi si voltò alla sua destra, dove c’era un lungo specchio che la rifletteva a figura intera, dove per qualche secondo si guardò nuovamente. Stavolta era un riflesso che non mescolava al suo viso teso la luminosità e il lusso degli accessori di una casa di moda, come l’immagine che vide prima nella vetrina della boutique. Era un riflesso molto più scuro, nella penombra di quella piccola stanza illuminata debolmente come lo era il corridoio. Voltò le spalle allo specchio e ci si appoggiò, come se avesse trovato finalmente per la prima volta un punto su cui sfogare la sua fragilità. Quindi voltò la testa alla sua destra e sulla parte bassa della parete, a poco meno di un metro da terra li vide: due buchi circolari ampi quanto un pugno attraverso cui si vedeva solo buio, per ora.
La musica elettronica ritmata e dal volume ovattato che risuonava senza invadenza in tutto l’ambiente, lasciava comunque in primo piano il fruscio del movimento silenzioso delle persone nelle stanze, anche quelle oltre la parete. L’attesa e i misteriosi rumori che riusciva a intercettare inebriavano Alba di timore e frenesia, un miscuglio di sensazioni contrastanti che riusciva a sovrapporsi all’ansia nervosa che la possedevano fino a quel momento. Si accostò alla parete, osservando i buchi oscuri e vuoti. Proprio da lì sembravano provenire rumori confusi di movimenti, forse lo scalpiccio di scarpe, lo sfregare della stoffa di vestiti, respiri, l’improvviso tintinnio di oggetti metallici che sbattono tra loro. Inserì con lenta prudenza le dita di una mano dentro uno dei buchi, muovendoli. Non trovò nulla al tatto, ma non era questo che le interessava, voleva attirare l’attenzione e comunicare che c’era; quindi ritrasse le dita con la stessa lentezza con la quale le aveva inserite.
Dopo qualche secondo, dallo stesso buco, apparì un pene turgido, eccitato dall’inconsueto ma non famelico. Alba lo osservò senza sorpresa. Era di dimensioni normali, non l’avrebbe definito di carnagione bruna, ma olivastra sì. Quindi si accosciò davanti a quel membro, osservandolo per un momento, spingendo lo sguardo attraverso il buco fino a distinguere l’ordito dei peli del pube di colui che stava dall’altra parte della parete. Lo prese in mano senza stringerlo, ne valutò però il turgore. Non era durissimo, proprio come preferiva, perché piaceva a lei farli diventare davvero duri. Cominciò quindi a masturbarlo con lenta dolcezza, rimanendo quasi ipnotizzata dal glande che appariva e spariva tra le pieghe del prepuzio, che diventava sempre più liscio e lucente man mano che il pene le si intostava nella mano. Decise quindi di avvolgere la cappella con le labbra, passandoci sopra la lingua circolarmente e insalivandola. Le piaceva mappare con calma le dimensioni e la forma del glande quand’era gonfio, ogni volta che faceva sesso orale a un uomo. Questa cappella le piaceva, sentendola di forma elegantemente arrotondata eppur slanciata. Non le importava guardarla, perché amava che fosse la lingua a lavorare per lo sguardo della sua mente. Poi affondò con la bocca per prendere l’asta tutta in bocca, il più possibile, fino a farsi ostruire la gola dalla punta. Le piaceva sottoporsi per qualche secondo a quella sensazione di soffocamento, ma soprattutto amava decidere lei quando e per quanto tempo, mentre detestava quando gli uomini le premevano la testa verso di loro per imporglielo. Quella parete la proteggeva anche da quello, oltre che dallo sguardo di colui che offriva il suo membro. Non gli interessava lo sguardo, né l’identità, era interessata solo al cazzo. In quel modo era libera di adorare ed abusare in libertà dell’unica parte del maschio che davvero l’attraeva facendole perdere il controllo, almeno in quel momento. I pompini infatti erano l’unico modo in cui riusciva veramente e velocemente a scaricarsi da tensione, ansia e preoccupazioni. Ma era un hobby che la esponeva al pericolo di voci e giudizi calunniosi, che una donna nella sua posizione non poteva permettersi. Quando un giorno, nella ciarliera noia di una manicure, la sua amica Carla le parlò dell’idea che aveva avuto assieme al proprietario del sexy shop “Kataklisma” che aveva l’ingresso sulla via opposta, ma con cui condivideva i servizi del piano interrato, trovò la soluzione alle sue voglie inconfessabili. Avrebbe esclusivamente dovuto confessarle a Carla, e per forza di cose anche al suo staff da cui però non doveva temere indiscrezioni, perché inutili pettegolezzi mandati in giro potevano compromettere un’attività abbastanza lucrosa. Del resto una donna pagava duecento euro per quello sfizio segreto e sicuro in pieno centro cittadino, e agli uomini dietro le pareti probabilmente veniva chiesto altrettanto, se non di più. E quelle cinque stanzine coi buchi alle pareti erano in gran parte sempre occupate, a quel che sapeva, a tutti gli orari ma con picchi costanti all’ora di uscita dagli uffici.
Alba aveva completamente insalivato tutta l’asta, che ora si faceva scorrere agevolmente e con studiata lentezza dalle labbra alla gola, facendo sì che la lingua e le labbra che avvolgevano il membro fossero un morbido tappeto caldo su cui farlo scivolare. Poi le labbra si contrassero sigillando la circonferenza dell’asta, cominciando a scorrere il pene al massimo della sua eccitazione con sempre maggiore velocità, mentre la lingua frullava a carezzarne lo scorrimento con frenetica voluttà. Qualche decina di secondi di applicazione di questa tecnica solitamente era sufficiente a stroncare la resistenza del membro più tenace, ed anche stavolta Alba portò il misterioso maschio di turno al piacere. Sentì un fioco mugolio di libidine trapassare la parete, mentre la bocca le si inondava di sperma caldo e non particolarmente denso. Lo sputava quasi sempre, dopo qualche secondo in un fazzolettino di carta, ma stavolta il pompino non le era sufficiente: sentiva di desiderare anche la sensazione di calore del seme lungo la gola, fin allo stomaco. Lo ingoiò quindi senza volersi soffermare a valutarne il sapore. Nel frattempo, quel palo di carne e sangue che fino a poco tempo prima furoreggiava come un guerriero nel suo palato, ora si ritraeva dalla sua bocca timido, stravolto e infrollito, per sparire nel buio del buco.
La sensazione di potere che le dava portare un maschio all’orgasmo, e di conseguenza a quella condizione di ottundimento indifeso era un toccasana per l’umore di Alba. Era un piacere proibito che le provocava più di un piacere sessuale. Tutto ciò la lasciava infatti bagnata e desiderosa, ma era comunque se avesse vissuto un orgasmo mentale, o meglio ancora, come se gli orgasmi che causava le permettessero di succhiare forza, baldanza ed arroganza dal malcapitato, nutrendo in questo modo il suo lato più algido e mascolino che le era indispensabile esibire sul lavoro. Alba ora si sentiva una persona completamente diversa da quando era entrata in quella stanza; erano passati sì e no venti minuti, ma le erano stati sufficienti per far evaporare completamente ogni scoria di ira e negatività. Si rimise infatti la giacca con un sorriso soddisfatto in viso, quasi beffardo, ed uscì dalla stanza imboccando la scala che la portava al piano interrato e che l’avrebbe fatta sboccare nel salone del centro estetico. Con lo stesso sorriso salutò Carla all’uscita del salone, dopo averle saldato in contanti il noleggio della stanza. L’estetista incassò soddisfatta le banconote, ammucchiandole senza guardarle in un incavo separato del cassetto della cassa colmo di biglietti di grosso taglio. Carla si soffermò a notare, una volta di più, come ciascuna delle sue clienti non mancasse mai di uscir fuori da quelle stanzette senza un sorriso di sfida verso la vita dipinto in viso.
Con quello stesso sorriso Alba tornò verso l’ufficio fendendo la folla dell’ora di punta con sicurezza, sfidando gli sguardi di chi la osservava e compiacendosi di ogni luccichio di ammirazione che si vedeva addosso. Tornando al lavoro, attraversando il lungo corridoio che portava al proprio ufficio, guardò tutti negli occhi, distribuendo sorrisi, saluti e strizzate d’occhio. Le sembrò giusto offrire in pasto ai suoi colleghi gesti di distensione e serenità, dopo aver dato spettacolo della sua furia. Non era stata la prima volta, purtroppo conoscendosi non sarebbe stata l’ultima, ma poco male perché in fondo tutto passa.
Che tutto passa lo pensava pure Giorgio, mentre parcheggiava accuratamente la sua Volvo familiare dopo la pausa pranzo. Scendendo dalla vettura la chiuse schiacciando un pulsante sul telecomando. Dopo due passi si fermò e schiacciò di nuovo il pulsante del telecomando, nel dubbio che non si fosse chiusa al primo tentativo. Sorrise sentendo i crampi del suo stomaco, che non aveva ancora visto cibo per pranzo e aveva deciso di farsi sentire. Si sarebbe fermato a prendere qualcosa da sgranocchiare al distributore all’ingresso del palazzo. Mentre ritirava dalla macchinetta un pacchetto da quattro crackers alle olive, oltraggiosamente prezzato a due euro con la scusa di essere impreziosito dalla farina di kamut, Giorgio continuava a sorridere scioccamente. Pensava ancora al “Kataklisma”, da cui era appena uscito: “Siano donne, trans, froci, chi se ne importa. Siano benedette quelle bocche d’artista e il giorno in cui mi hanno parlato di quel posto”.
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29/06/2020 14:06:39
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La notte

04 maggio 2020 ore 23:54 segnala
Fiori esangui di bellezza nelle aiuole
che piangono alla luna il loro ultimo giorno,
e amanti insonni
che si palleggiano il buio alla luce degli schermi,
su un tappeto di vite addormentate
in attesa della loro ennesima seconda possibilità.

[racconto] Elaborazione del lutto

07 aprile 2020 ore 18:04 segnala

Il viale che portava all’interno della struttura era lungo ed ombroso, alberato su entrambi i lati con una vegetazione ad alto fusto piantumata sicuramente da molti decenni. Sfilavano parallele agli alberi due fitte file di croci di ferro, semplici, ciascuna col nome di un caduto della città morto al fronte durante la guerra del ‘15-’18.
Daniele aveva sempre percorso quel viale a piedi, nonostante lo si potesse tranquillamente percorrere in auto per giungere al parcheggio nei pressi del portale d’entrata. Era un cammino in cui il suo sguardo inquadrava una fila di croci e non lo mollava fino all’ultimo nome, come se fosse suo preciso dovere civico lustrare il ricordo anonimo di quei nomi lontani nel tempo. E al ritorno faceva la stessa identica cosa con la fila di croci dell’altro lato. Procedeva con le mani giunte dietro la schiena e passo misurato, una postura da anziano che non era, che solo la sacralità del luogo impediva apparisse palesemente ridicola.
Varcò l’enorme portale d’ingresso come se entrasse in un luogo familiare. E del resto lo era. Anche Adele sapeva dell’attrazione che lui aveva per i cimiteri, per questo quando le chiese di vedersi lì dentro non ebbe nulla da ridire, anche se l’idea non le dava di certo molto entusiasmo. E del resto era ormai da tempo che entrambi rifuggivano ogni accenno di attrito o di litigio, cercando di assecondarsi l’un l’altro in quelle ormai rare volte in cui si cercavano.
Camminava con lenta disinvoltura attraverso i viali che intersecavano i campi di sepoltura, ora con passo più sciolto rispetto a quello lento e legato con cui rendeva silenzioso omaggio ai caduti. Il cimitero era strutturato in quadranti adiacenti l’un l’altro, aggiunti nel tempo. Ogni campo rispecchiava le sepolture di un’epoca ben precisa e le epigrafi sulle tombe avevano stili ben precisi, e col tempo aveva imparato a riconoscerli tutti.
Daniele amava raccogliersi dentro i cimiteri, ma senza una particolare ossessività. Erano luoghi da vivere col massimo rispetto, in cui trovava la dimensione perfetta per ragionamenti e idee, e naturalmente perché riusciva a confidare i pronti sentimenti ai propri cari lì sepolti. Quegli stessi sentimenti che nella sua vita quotidiana riusciva ad esternare col contagocce: perlopiù rabbia e risentimento, null’altro di meglio.
La vide da lontano passeggiare nel campo principale, quello centrale e più grande di tutti gli altri. Passeggiava con le mani in tasca assorta nella lettura dei nomi delle sepolture. Aveva quell’espressione seriosa e grave di quando ci si impegna al massimo per comprendere situazioni ed emozioni. Adele era una donna molto tranquilla e riflessiva, anche lei, e del resto solo quelle qualità gli permisero di trascinare il rapporto con Daniele per quattro anni, fino a quel giorno al cimitero. Una donna diversa, appena più impulsiva, non avrebbe retto al quarto mese, una volta terminate le settimane dell’idillio sessuale.
Camminò verso di lei, senza fretta. Era sicuro che lei lo aveva già notato. Del resto in quel deserto coltivato a tombe, la minima cosa in movimento destava subito attenzione. Giunse fino a percorrere il viale che fronteggiava la fila di sepolcri che Adele stava lentamente passando in rassegna. Gli sguardi si incontrarono senza sorpresa e con un attimo di tenerezza da parte di lui, che la ringraziava di esserci. Senza fretta arrivarono a trovarsi uno accanto all’altra, entrambi con le mani in tasca, ed entrambi con una gran voglia che l’altro non esprimesse alcuna ulteriore manifestazione di affetto che non fosse lo scarno “ciao” del saluto reciproco.
«Questo posto. A quest’ora e in questa stagione, è incredibile. Sono arrivata dieci minuti fa e non si è vista anima viva. Eppure non è un posto lugubre. Sembra quasi che possa schizzarti davanti il Bianconiglio ansimante per il ritardo da un momento all’altro. Ammetto che quando me lo hai proposto però, non ero molto entusiasta», esordì Adele proseguendo la sua lenta passeggiata, mentre Daniele le si affiancava allo stesso ritmo.
«Ecco, ora capisci perché ti ho sempre detto che i cimiteri mi mettono dentro una certa serenità d’animo. Non accolgono solo la morte, ma distillano anche i sentimenti dalle anime dei vivi, acuiscono i sensi e i pensieri, ispirano i progetti, vivificano gli istinti», rispose l’uomo col tono di chi la sapeva lunga.
«Francamente non sono ancora arrivata a certe consapevolezze. Però ammetto che non è un posto dove mi sento a disagio. Almeno fin quando non calerà il sole, ma non penso resteremo qui così a lungo, vero?», le chiese allora Adele, iniziando a sondare il terreno per capire cosa Daniele volesse da lei e perché l’avesse invitata quel giorno proprio in quel posto.
«Oddio, proprio no! Non è un campeggio», le rispose l’uomo arcuando la bocca in un sorriso, quindi indicandole la parete più lontana del quadrilatero che componeva il campo in cui camminavano. «Visto quanti fiori laggiù? Vediamo se indovini quale celebrità è sepolta in quella tomba».
«Sì, lo so. Quel cantante di quel gruppo degli anni ’60… Oddio, non mi ricordo nessuno dei due nomi in questo momento».
«Non importa, era una curiosità ma vedo che la conoscevi già.»
Calò il silenzio su quella conversazione spinta a tentativi, nella quale nessuno dei due riusciva davvero a parlare. Solo le gambe sembravano muoversi autonomamente seguendo un percorso casuale nei sentieri tra le file di tombe. Entrambi si godevano un momento molto particolare, un momento senza discussioni, recriminazioni, accuse reciproche. Vivevano uno stato di pacifica ansia rispettosa del luogo, di una pace che riusciva a posarsi persino sul loro amore inacidito da mesi di contrasti violenti e che si trascinavano addosso mentre gli marciva dentro.
La voce flebile di Adele ruppe faticosamente il silenzio. «Posso azzardare un’ipotesi? Hai portato il nostro rapporto a morire qui, in un luogo dell’eterno riposo? Siamo qui a seppellire il nostro amore?»
«Che bella idea… lo dico senza ironia, te lo giuro. Sarebbe quasi il migliore gesto pietoso da fare. Bisognerebbe però dare il colpo di grazia a un moribondo prima di seppellirlo, e non sai quanto mi fa male parlare della nostra storia in certi termini. Ma no, non ti ho fatto venire per questo motivo». E si interruppe nuovamente, come per raccogliere energie. «Allora spiegami, ti prego», insistette lei preparandosi al sorgere di qualsiasi altra nuova tempesta, al fragore dello spezzarsi di quel filo di pace.
«No, vedi, volevo esattamente questo. Proprio quello che stiamo facendo. Volevo offrirti un gesto d’amore, come eravamo capaci di fare tempo fa. Ti ho portato in un posto che sapevo potesse imporci la serenità di questi momenti. Ti ricordi l’ultimo momento in cui siamo stati sereni insieme? Io francamente no. E poi, il cimitero è uno dei pochi posti in cui non ho mai fantasticato di suicidarmi, sai?»
L’ultima frase su Adele ebbe l’effetto di una pugnalata al ventre che le mozzò il fiato. Daniele non le aveva mai confessato pensieri suicidi, e venirlo a sapere in quel momento, in una frase che mescolava l’idea del suicidio a quello dell’amore per lei, le dava il capogiro. La parola “suicidio” però copriva tutto il resto: Daniele ne parlava con una disinvoltura che la impauriva. Tuttavia non le riuscì minimamente di voltarsi a guardarlo, di esibire un indizio di fragilità. L’unica crepa la manifestò rispondendogli con voce arrochita. «È tanto tempo che hai pensieri suicidi?»
«Da sempre, che io ricordi. Ma il pensiero di congiungersi alla morte penso faccia parte della vita. C’è chi ne fugge il pensiero, chi lo corteggia, chi si fa tormentare, chi finge di dimenticarlo… Io probabilmente sto elaborando il lutto della mia stessa morte da tutta la vita, lentamente, senza farmi dominare dal pensiero ma rendendola un’eventualità normale ed accettata. Siamo molto diversi anche in questo».
«E che ne sai? Non ti ho mai parlato delle mie vedute in questo campo», rispose Adele piccata, anche se in cuor suo gli riconosceva l’esattezza del concetto.
«Dici?», le rispose Daniele quasi beffardo. Ma oramai l’aveva portata dove lui voleva. Le prese le mani nelle sue facendola guardare attorno. «Riconosci dove siamo? Volevo offrirti un ultimo vero gesto d’amore e portarti davanti a quella tomba che ti angoscia tenendoti per mano, quella che mi hai sempre detto che non sei riuscita ad accettare, la tomba che non sei mai riuscita a venire a cercare, che ti fa singhiozzare in silenzio tante volte, e non credere che non me ne sia mai accorto…»
I due erano arrivati davanti a una tomba interrata come tante, con un nome comune ed un epitaffio che non brillava per originalità, ma che per la donna era da lunghi anni un pozzo di dispiacere infinito in cui non aveva mai avuto il coraggio di affacciarsi. Adele iniziò a singhiozzare connettendo il luogo alle proprie emozioni più profonde, profilando al suo sguardo inondato da una piena di lacrime, il nome sulla lapide della tomba a cui non era mai riuscita ad accostarsi. Ebbe bisogno di molto amore intorno, per andare ad inchinarcisi davanti e piangere anni di lacrime trattenute. Ma Daniele era lì proprio per quello.
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« immagine » Il viale che portava all’interno della struttura era lungo ed ombroso, alberato su entrambi i lati con una vegetazione ad alto fusto piantumata sicuramente da molti decenni. Sfilavano parallele agli alberi due fitte file di croci di ferro, semplici, ciascuna col nome di un caduto dell...
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Le parole a un cane che sta morendo

04 novembre 2019 ore 14:33 segnala

“Patatone, ma come stai? Visto chi c’è? Papone è tornato con te, sei contento? Sei stato tanto male oggi, vero? Ma adesso papone ti fa passare tutto, vedrai. Ti salutano tanto tutti, anche Gayatri, i gattacci, i cuginetti, ti vogliono bene tutti sai? Ti vogliamo tutti un bene infinito. Adesso vedrai che ti passa tutto. Questo bel cagnolone, facciamogli un bel po’ di coccole, a queste guanciotte, queste orecchiette… Cucciolone mio sei stato tanto male, ma ora sono con te. Solo una cosa ti chiedo: un giorno, quando morirò anche io, verrai a prendermi? Mi verrai incontro? Ti prego, così torneremo a passeggiare insieme. Adesso vuoi dormire con papone che ti coccola? Dormiamo cucciolone…”
Ho pensato a questo momento per anni, in certi periodi ogni giorno e più volte al giorno. In certi momenti era un pensiero ossessionante, man mano che l’età avanzava e i tuoi acciacchi non andavano di pari passo con i miei. Ho sempre saputo che doverti accompagnare al momento della morte sarebbe stato difficilissimo, ma sapevo anche che per nulla al mondo avrei rinunciato a stringerti a me mentre te ne saresti andato. Ti ho lasciato solo per oggi, in mano ai medici, ma ora siamo di nuovo insieme e basta così. Quando ho visto che ti portavano dentro questa stanza, su quel carrello, tu non mi vedevi, non ti ho detto nulla finché non ti hanno poggiato sul tavolo perché volevo farti una sorpresa. Magari avresti pensato che ti portavano a fare ancora un altro esame, e invece no, c’è papone! Chissà se eri contento come lo ero io. Ti conoscevo a menadito, parlavamo con gli sguardi, ma da due giorni non riuscivo più a comunicare con te. Ho faticato a scorgere in te un piccolo segnale di gioia, anche stavolta. Eppure, vedendoti, in me posso dirti che è evaporata tutta l’angoscia che sentivo solo pochi istanti prima per aver preso con Monica una decisione che avrebbe messo fine alla tua vita: sono stato davvero contento e sollevato di essere di nuovo con te. È bello essere felici negli ultimi minuti che si passano insieme. Chissà se lo hai avvertito, che ero felice. Eppure te lo garantisco, erano veri sorrisi di sollievo e gioia i miei. È vero, ad un certo punto ho iniziato a lacrimarti addosso, su quel faccione scuro e preoccupato, ma volevo che qualcosa di me ti restasse addosso, e che non fossero solo le mie parole e il mio odore. Mentre ti parlavo ci guardavamo negli occhi, quei tuoi occhi grandi e acquosi, dolcemente velati dall’età e dalla sofferenza degli ultimi giorni. Ma rimanevano comunque quegli occhi grandi che da sempre non finivano di scrutarmi ad ogni parola, ad ogni gesto che facevo, che mi assorbivano insaziabili di comprensione, ingordi di me e di attenzioni. In quella pupilla sgranata e scura avrei voluto sparire per un attimo, per alleviare quell’accenno di dolore che accennava ad esplodere in me attendendo solo un mio cedimento. Poi hai avuto un singulto alla pancia, un movimento delle zampe, e mi hai riportato alla mente le tue sofferenze che dovevano essere indicibili, e con essi la promessa che ti avevo appena fatto di farti addormentare e cancellare ogni tuo dolore. Mi sono alzato da te, sono andato ad aprire la porta, “Ora” ho detto solamente al primo medico che ho incrociato con lo sguardo. Poi siamo tornati insieme, e stavolta sarebbe stato fino alla fine. Ci siamo accucciati insieme e ti ho carezzato con le dita sul muso e tra gli occhi, come ti piaceva tanto che facessi per farti rilassare, ricordi? È vero, è entrato il medico, ma c’eravamo solo noi. No, non riaprire gli occhi, dormiamo. Il medico mi dice qualcosa, forse quello che via via sta facendo. Conosco già la procedura, i passi, ho vissuto questi momenti fin troppe volte, ma stavolta non distinguo le parole. Non mi importa però, sono concentrato sul tuo respiro e so che mi farai capire tu quello che succede. Dormi tesoro mio adorato, tu che puoi lasciati culare dal sonno che ti portano le mie carezze. So che sei addormentato profondamente, dolcemente, ora forse senti solo l’eco dei miei sussurri che si fanno forse più incerti e incrinati. Il medico mi dice che è l’ultima, questo l’ho capito. Ma stai già andando via, lo sento. Il tuo respiro diventa un rantolo che si replica delicatamente solo per due volte. So che è finita. Sei andato, mi sollevo da te ma non smetto di accarezzarti, almeno fino a che il medico non terminerà di auscultarti. Gli chiedo se sei morto, sapendo già che è così. Lui me lo conferma con una voce più strozzata ancora della mia. Ti bacio per l’ultima volta e prendo la porta.
Scusa Juri ma ora devo andare ad attraversare una tempesta di dolore. La testa mi rimbomba da esplodermi, le lacrime oramai mi accecano, ma non piango ancora davvero. Aspetterò di dire a mamma che hai finito di soffrire. Poi dopo sarà l’inferno, l’inferno di dover giustificare al mondo perché si può soffrire così atrocemente per la morte del proprio cane, perché non gli si è voluto bene come un amico ma lo si è amato come un figlio. Arriveranno a dirti che ci sono cose più importanti, e ci sono sempre cose più importanti di qualsiasi cosa possa succedere, come se l’importanza proclamata di ben altri valori misteriosi servisse a tenere acceso un motore che non deve fermarsi un momento. Non sei più un bambino che piange per il pallone portato via dalla corrente del mare. O vuoi che il mondo lo pensi?
Ma qualora fosse, non si dovrebbe mai domandare a un bambino perché piange per la morte del suo cane. Nessuno potrà entrare nel suo mondo e comprenderlo veramente. Magari un altro bambino come lui. In realtà solo il suo cane avrebbe potuto farlo, ma è appena morto, e comunque nessuno avrebbe avuto orecchie per capirlo. Per questo il mistero delle lacrime disperate del bambino, mute testimoni nel tempo dei giorni, rimarrà per sempre il più intimo segreto tra lui e il suo cane.

A Juri
3/3/2007 – 2/1/2019
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« immagine » “Patatone, ma come stai? Visto chi c’è? Papone è tornato con te, sei contento? Sei stato tanto male oggi, vero? Ma adesso papone ti fa passare tutto, vedrai. Ti salutano tanto tutti, anche Gayatri, i gattacci, i cuginetti, ti vogliono bene tutti sai? Ti vogliamo tutti un bene infinito...
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[racconto] La riffa dei lupi cattivi

24 settembre 2019 ore 11:43 segnala
«Signori, un premio così non si era visto mai alla tradizionale riffa dell’Antica Confraternita dei Lupi Cattivi! Ma come vi salta in testa? Una cosa del genere è un affronto ai nostri istinti!», disse Ruperto, lupo cattivo di seconda classe rappresentante del bosco di Spiegelau, predatore di talento. Gli altri lupi che componevano l’uditorio erano fondamentalmente d’accordo con lui nel preservare certi princìpi, ma il premio era francamente troppo bello per contestarlo apertamente.

La confraternita aveva una tradizione secolare. Si diceva fosse stata fondata addirittura dalla Bestia di Gevaudan, la leggendaria belva che nel Settecento per diversi anni terrorizzò gli abitanti delle contrade di Loziére e sulla cui testa il re francese Luigi XV mise una taglia favolosa. La loggia era situata in una capiente grotta nascosta nei meandri della Foresta Nera, nel Baden-Wurttemberg, e lì vi si riunivano i più importanti e famosi lupi cattivi d’Europa. Qui una volta all’anno si discuteva dei problemi della categoria, che erano i più disparati, dalla previdenza sociale per i lupi anziani alle tecniche di digestione per prede impegnative e gastronomicamente pesanti. A conclusione del convegno, si organizzava quindi una riffa con in palio prestigiosi omaggi. Tuttavia, come si diceva, mai prima d’ora era stato messo in palio un simile primo premio: una ragazza viva e vegeta, giovane, carina, con uno sguardo languido e con un viso dolcemente lentigginoso che le donavano un’aria alquanto appetitosa.

La contestazione di Ruperto, decisa e indignata, consisteva nel fatto che un tale premio offendeva l’istinto predatorio dei partecipanti, che si nutrivano solo ed esclusivamente di vittime sudate e cacciate in proprio. «Caro Ruperto – si curò di rispondere il Gran Saggio dei Lupi – abbiamo già controllato nei registri, e nei secoli scorsi sono state messe in palio diverse prede vive. Inoltre questa ragazza è venuta qui volontariamente, chiedendo di essere messa in palio come premio per il lupo più fortunato. Pertanto si tacciano le polemiche, ed andiamo ad estrarre il numero vincitore». Fu la stessa ragazza messa in palio ad estrarre il numero vincente da un sacchetto che il Gran Saggio gli porgeva cortesemente. E la sorte volle che il numero estratto fosse proprio quello di Ruperto che volente, ma soprattutto nolente, a fine convegno, fu costretto a portarsi a casa il premio su due gambe, mentre tutti gli altri lupi lo salutavano ridacchiando, schiacciandosi l’occhio e dandosi di gomito l’un l’altro.

Ruperto s’incamminò dunque alla volta della sua foresta ingrugnito, tenendo tra le zampe la fune a cui la ragazza era legata al collo, come tenuta a un guinzaglio. Lei lo seguiva docilmente senza farsi trascinare, camminando di buona lena e senza alcun timore. Dopo un paio di giorni di cammino attraverso boschi e radure, il lupo e la ragazza arrivarono finalmente a destinazione. Alla tana di Ruperto, nei meandri della selva di Spiegelau, si accedeva dalla spaccatura tra due massi di una parete rocciosa. La tana era accogliente, spaziosa ed arredata in modo essenziale. Il lupo non vedeva l’ora di accucciarsi nel suo comodo giaciglio di frasche e schiacciare un pisolino per riposarsi dal lungo viaggio, ma aveva il pensiero di dove mettere la ragazza. Durante il viaggio aveva provato a sbarazzarsene slegandola e sperando che fuggisse, ma lei aveva sempre seguito il lupo a pochi passi di distanza, senza mai manifestare il desiderio di scappare dalle sue grinfie. Ora però, in quella tana, la ragazza rappresentava un problema per Ruperto, che non si convinceva dell’opportunità di mangiare una preda che non aveva cacciato e che non opponeva alcuna resistenza. Si mise al tavolo della cucina osservando la ragazza in silenzio: lei rimaneva in piedi, con l’aria dimessa e rassegnata ma senza mostrare in alcun modo paura. Ruperto non sapeva proprio cosa fare di quella ragazza: ucciderla e mangiarla non le avrebbe dato alcun gusto e del resto un’azione del genere sarebbe stata una macchia per il suo onore di lupo. Rimase dunque a rimuginare sul da farsi, accasciato su una seggiola, sofferente e immerso nei suoi pensieri come un romanziere alla disperata ricerca d’ispirazione. Alla fine decise di alloggiare la ragazza nella sua dispensa. Aprì la porta di un anfratto spazioso ricavato tra le possenti radici sotterranee di una quercia secolare, in cui conservava le sue riserve e sistemò la ragazza, che venne collocata tra prosciutti di cacciatore, salsicce di viandante, braciole di guardiacaccia e la carcassa di un cinghiale in frollatura. Quindi richiuse la porticina e rimandò il problema al giorno dopo.

La mattina successiva venne risvegliato dal rumore della saggina di una scopa che raschiava sul ruvido pavimento della tana. Era la ragazza che, uscita dalla dispensa, aveva cominciato a rassettare di sua iniziativa l’alloggio del lupo. Ruperto, insonnolito e stupefatto, allora prese di petto quello che per lui stava diventando un problema.
«Senti, ora tu devi dirmi cosa vuoi da me. Perché non sei scappata durante il viaggio, o stamattina mentre dormivo?»
«Pensavo l’avessi capito ormai – rispose la ragazza, sorridendo per la prima volta – Io volevo conoscerti. Ho sentito molto parlare di te nel mio villaggio e mi sono invaghita di te. Ho organizzato tutto per poterti incontrare: ho parlato col Gran Saggio dei lupi cattivi, mi sono offerta come premio della riffa e abbiamo truccato l’estrazione perché tu mi vincessi. Ora sono felice perché posso vivere qui con te. Mi chiamo Roxanne, sarò al tuo servizio e farò tutto quello che vorrai. Sei contento?»
Ruperto pensava ancora di dormire e stare vivendo una sorta di incubo, pertanto si precipitò fuori dalla tana uggiolando e corse verso un ruscello nella cui acqua gelida immerse la testa sperando di svegliarsi. Tuttavia, al ritorno nella tana, la ragazza era ancora lì e stava addirittura preparando delle salsicce di viandante in umido per lui. Ruperto non disse nulla, si sedette a tavola e si fece servire, quindi si saziò di cibo ed emise un monumentale rutto a cui la ragazza rispose con una risatina infantile e un entusiastico battimano. Il lupo, perplesso, si alzò da tavola borbottando «Vado a caccia…», quindi uscì. «Buon lavoro, caro!», gli augurò Roxanne mandandogli con la mano un bacio.

L’anno successivo nella Foresta Nera era di nuovo il periodo dell’assemblea dell’Antica Confraternita dei Lupi Cattivi d’Europa. Tutti si rividero con grande piacere, tra pacche sulle spalle e racconti di aneddoti sulla caccia e sulle prede migliori fatte fuori nei mesi precedenti. Pian piano però, tutti si accorsero che mancava Ruperto, il rappresentante della selva di Spiegelau. Il Gran Saggio decise di aspettare un po’ prima di iniziare il convegno, immaginando che Ruperto potesse essere in ritardo. Ma dopo qualche minuto fece il suo ingresso Roxanne, sorridente e salutando tutti con grande allegria. Il Gran Saggio, che si ricordava di lei, le si accostò, domandandole se era successo qualcosa a Ruperto, ma lei risposte con molta naturalezza: «Ah, ma non si preoccupi, sta benissimo ed è anche ingrassato di 8 chili grazie alla mia cucina. Quest’anno rappresento io la selva di Spiegelau, lui è rimasto a casa. Era il suo turno di fare le pulizie di casa».

[racconto] La bottega degli Archetipi

21 agosto 2019 ore 09:24 segnala

Batteva la pioggia quel giorno, nel quartiere multietnico della Città, una zona ricca di umanità e piccoli negozi a vetrina singola. Carlo percorreva il lungo viale principale con una meta precisa, tenendo nelle mani un ombrello aperto e un sacchetto di plastica con dentro una scatola.
Gliene avevano parlato di quel negozio particolare, dove si vendevano articoli unici nel loro genere, introvabili persino sulle più grandi piattaforme di e-commerce globale. Pare non fosse un negozio particolarmente di moda, era invece rivolto a una clientela di nicchia, anche perché vendeva merce molto costosa. Tuttavia Carlo era intenzionato quantomeno a visitarlo, magari a schiarirsi le idee col negoziante, se non proprio a comprare.
Dopo una lunga scarpinata finalmente l’insegna era davanti a lui: “Bottega degli Archetipi”. Carlo vi entrò senza indugi e la campanella della porta che si apriva trillò, indicando l’ingresso di un nuovo cliente al negoziante, un ometto minuto e occhialuto, che non portava bene gli anni della sua mezza età. Con l’aria di chi si trova catapultato tra gli scaffali per caso, Carlo cominciò ad aggirarsi per il negozio con l’aria distratta e le mani dietro la schiena. Il negoziante era un uomo esperto, e di gente che entrava facendo la vaga se ne trovava decine al giorno, quindi decise di venire in aiuto del cliente: «Posso aiutarla?». Carlo si sentì scoperto e gettò le carte in tavola sentendo di potersi fidare: «Guardi, è la prima volta che vengo. Non so nemmeno se è il negozio giusto. Cosa sono queste confezioni su questo scaffale?». L’ometto occhialuto lasciò il suo posto alla cassa per venire a illustrargli i prodotti esposti sullo scaffale indicato da Carlo: una serie di bottiglie di vetro, di foggia e colori diversi, con particolari etichette che parevano accuratamente illustrate a mano, ciascuna con una bustina di polvere legata al collo con un vezzoso fiocco di raso. «Come ben saprà noi qui vendiamo Archetipi di tutti i tipi. Questi sono i nostri bestseller, gli archetipi d’amore. Vede che belli?», gli disse prendendo dallo scaffale e mostrando a Carlo una bottiglietta di vetro azzurro sulla cui etichetta si leggeva, scritto in caratteri corsivi e volteggianti, “Amore per tutta la vita”. «E come funzionano, esattamente?», chiese Carlo mostrando molta curiosità. «È semplicissimo. Basterà aprire la bustina legata alla bottiglia, versarne il contenuto dentro e agitarla per un paio di minuti in modo da farla sciogliere. Poi bisognerà bere tutto il contenuto entro 5 minuti. E l’effetto è garantito».
-«Davvero garantite l’effetto? Cioè, se io bevo questa bottiglietta sono sicuro di trovare un amore che duri tutta la vita?»
-«Assolutamente sì. Garantito al 100%, per questo i nostri prodotti hanno il loro costo. Ma è roba seria, vede? “Made in Germany”, le fanno in laboratori ultratecnologici, è un prodotto sicuro e collaudato. Questa non è roba cinese, per intenderci. Naturalmente l’amore non arriva automaticamente dopo aver bevuto, ci vorrà il suo tempo, potrà essere un giorno, un anno o tre anni, ma è garantito che arriverà.»
-«Incredibile. E avete solo il filtro per l’amore per tutta la vita?»
-«Innanzitutto non chiamiamoli filtri, sono archetipi liofilizzati idratabili. Non parliamo di magia, ma di scienza. E poi ne abbiamo di tutti i tipi, guardi qui. Abbiamo “Anima gemella”, “Grande amore”, “Attrazione fisica”, “Opposti che si attraggono”, “Chi si somiglia si piglia”… »
-«Davvero meraviglioso, c’è davvero una vasta scelta. Ma senta… io ho compiuto 40 anni la settimana scorsa, e mi hanno regalato questo», e così dicendo Carlo estrasse dalla busta di plastica una scatola di cartone dai colori sgargianti su cui campeggiava la scritta “Amore verso persona già impegnata”, e sotto più in piccolo “Collezione Passioni Travolgenti e Contrastate”. «Me lo hanno regalato i colleghi, ma penso che non faccia per me; posso cambiarlo?». Il negoziante prese la scatola tra le mani con un sorriso ironico: «Mi dispiace, ma sicuramente non è stata comprata qui. Questo non è un archetipo, è uno stereotipo. Robaccia da due soldi, se posso permettermi, non è nemmeno la stessa marca che trattiamo noi… Devono averlo comprato nel negozio di stereotipi che c’è sulla traversa a destra, duecento metri più avanti sul viale», e così dicendo restituì la scatola a Carlo. «Ah, che peccato», disse lui riponendola nel sacchetto di plastica, «beh senta, comunque sono interessato all’archetipo “Opposti che si attraggono”, quanto costerebbe?»
-«Lei è fortunato, lo abbiamo in sconto fino a sabato. Può comprarlo a 1500 euro invece che 2500, ed è compresa la garanzia: dopo dieci anni può restituire la confezione con lo scontrino originale, e se non ha funzionato la rimborsiamo. Però le consiglio di fare in fretta, abbiamo scorte limitate e si tratta di un articolo molto richiesto».
-«Lo prendo allora. Posso pagare con carta di credito?»
-«Certamente. Le istruzioni per l’uso le conosce già dunque, ad ogni modo sono anche descritte chiaramente sull’etichetta e per ogni evenienza può sempre rivolgersi al numero verde dell’assistenza clienti. E mi raccomando, non perda lo scontrino», gli disse il negoziante ricevendo la carta di credito da Carlo e portando a termine il pagamento. «Ecco a lei il suo archetipo. Grazie per l’acquisto e si goda il suo “Opposti che si attraggono”, ha fatto un’ottima scelta. In confidenza, l’ho usato anche io per trovare mia moglie e mi sono trovato benissimo».
-«Che bello! Spero di avere la stessa fortuna allora. Grazie mille, e buona serata», e così dicendo Carlo uscì col suo nuovo acquisto dalla bottega, felice e soddisfatto per l’acquisto, aprendo in strada l’ombrello per proteggersi dalla pioggia che continuava a imperversare con ancora maggiore intensità di quando era entrato. La porta del negozio gli si richiuse lentamente alle spalle, facendo nuovamente trillare il campanello.

Qualche istante dopo, dal retrobottega uscì una donna con un pesante scatolone tra le mani, che andò a depositare sul bancone della cassa. «Era un cliente?», chiese la donna al negoziante. «Sì, ha comprato un “Opposti che si attraggono” scontato», rispose l’uomo riponendo la ricevuta della transazione con la carta di credito.
-«Io davvero non capisco questa campagna di sconti che hai voluto fare, eppure le vendite erano già buone».
-«Bisogna dare l’occasione di comprare anche alle persone che non sono ricche. Lasciami fare a modo mio per favore, la mia strategia di marketing funziona. Quando il negozio vendeva placebi e lo gestivi da sola, non mi pare che gli affari fossero così buoni, no?»
-«No, però quasi rimpiango quei tempi. A furia di lavorare insieme litighiamo tutto il giorno. Almeno prima litigavamo solo a casa e per problemi di coppia. Vediamo le cose in modo troppo diverso».
-«Che vuoi farci, gli opposti si attraggono».

[racconto] Il cacciatore di stelle

13 agosto 2019 ore 10:43 segnala
In quel prato silenzioso, isolato, al vertice di una ripida collina che dava una singolare veduta sulla valle, Ivan sapeva che avrebbe riguadagnato la pace, almeno per una sera. Era la notte di S. Lorenzo, la notte delle stelle cadenti e dei desideri che si catturano. L’anno precedente quella stessa notte l’aveva trascorsa con Irene, sempre su quella collina così impervia da raggiungere, e per questo così poco affollata anche durante serate estive, in cui le giovani coppie in cerca di intimità preferivano sudare meno e cercare alcove più comode.

A distanza di un anno molto era cambiato. Irene lo aveva lasciato e si era innamorata di un altro uomo, o forse le cose si erano svolte con un ordine diverso, tuttavia Ivan non aveva mai accettato la cosa. La rassegnazione non aveva mai fatto parte del suo carattere: si era sempre dimostrato possessivo ed egoista, non rispettava le idee altrui che non aderissero alle sue. Per un certo periodo, stare insieme ad un uomo di tale possessivo carattere aveva nutrito la soddisfazione di Irene, ma quando le faville del primo innamoramento si erano sopite, la sua possessività era rimasta a gravarle addosso come pura oppressione. E quando poi la storia era finita, Ivan aveva proseguito nel considerare comunque Irene come di sua esclusiva pertinenza, temporaneamente in libera uscita per schiarirsi le idee, in attesa di ritornare al suo posto, ossia con lui.

La ragazza lo aveva denunciato per stalking, e una volta persino per furto, quando le rubò il cellulare. Era capitato un paio di volte che Ivan avesse avuto dei battibecchi col nuovo ragazzo di Irene, un tipo taciturno, paziente e non irritabile. Proprio per questo forse non c’era ancora mai scappata la rissa. Almeno fino a quella mattina quando, dopo aver incrociato la sua ex mano nella mano col suo nuovo ragazzo, li aveva assaliti mettendo fuori causa subito l’uomo con un pugno alla nuca e finendo con uno schiaffo alla ragazza, che avrebbe voluto costringere a venire con lui la sera a vedere le stelle.

Ivan aveva capito subito la gravità del suo gesto e, in un ragionamento ancora più ampio, che il suo amore per Irene aveva da tempo preso una china torbida e distorta. Quel giorno aveva valutato l’idea di autodenunciarsi ai carabinieri. Poi invece decise che, prima di ogni ulteriore passo, si sarebbe concesso un’ultima notte per sognare e piangere tutte le residue lacrime del suo doloroso amore. Lo avrebbe fatto sdraiato su quella collina a guardare piangere il cielo di comete, come l’anno precedente, quando c’era lei al suo fianco: quando ancora parlavano, ridevano, fumavano insieme.

Aveva detto che sarebbe venuto qui.


Era già buio quando giunse al consueto posto sulla collina. Il profumo delle balle di fieno che maceravano nell’umidità della sera in un campo vicino, intorbidivano l’aria di fragranze liquorose. L’erba era morbida e il terreno soffice, Ivan vi ci sedette come fosse stato schiacciato dal peso del mondo.


Non fare rumore, per amor del cielo.


Sdraiato e faccia al cielo. Gli occhi che col passare dei minuti si abituavano al buio, gli facevano mettere a fuoco un cielo stellato che non avrebbe mai notato con un’occhiata passeggera. Prese anche qualche goccia di 1p-lsd - una droga psichedelica - per rilassarsi ed aprire i suoi sensi alla pace. I pensieri gli si schiarivano, consolandolo per il dolore del suo stato d’animo malinconico e colpevole, mentre l’allucinogeno gli rendeva le stelle più brillanti e la presenza eterea di Irene più reale. In quel momento vide la prima stella cadente e provò il primo sorriso dopo tanto tempo.


Eccolo è lui. Lì, per terra.


La sua mente si espandeva artificiosamente in quel cielo brillante e vivido di decine di venature nere e bluastre, le stelle rilucevano roteando verso i suoi occhi allucinati, cangianti di forma e di brillantezza. Una pace inconsapevole regnava ormai nel suo sorriso al cielo, quando gli parve di vedere davanti a sé Irene. Un'ombra dietro la figura della ragazza si mosse fulminea, e un coltello si conficcò almeno tre volte nel petto di Ivan. Gli si mozzò il fiato, ma non sentì dolore. Vide sparire l’immagine di Irene, che lasciò spazio a un cielo stracolmo di stelle cadenti, come mai nessuno ne aveva viste e mai nessuno ne vedrà: proprio come quando viene gettato un ceppo nella brace ardente di un camino. A Ivan mancò velocemente il respiro, ma era felice: quella cascata di stelle gli conciliava un sonno profondo e sereno.

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« immagine » In quel prato silenzioso, isolato, al vertice di una ripida collina che dava una singolare veduta sulla valle, Ivan sapeva che avrebbe riguadagnato la pace, almeno per una sera. Era la notte di S. Lorenzo, la notte delle stelle cadenti e dei desideri che si catturano. L’anno precedente...
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[racconto] Il lato fresco del cuscino (ghost track)

04 agosto 2019 ore 11:26 segnala

Pin. Sblocca telefono.
Cosa sarei senza questo affare tra le dita? Quante dipendenze tengo sul palmo della mia mano? Forse non ho la testa nemmeno per contarle, per contare tutti i momenti in cui guardo lo smartphone per avere uno sguardo di controllo sulla mia vita. Che si fotta. Accenditi in fretta però. Le dita che fanno scorrere nervosamente icone colorate, alla ricerca di uno stimolo, della creazione di un desiderio che si altro. Che non sia Lei.

Instagram.
Sorrisi, panorami, persone. Colori, colori, colori. Scorro, mi concentro, ma sono sempre più distratta. Mi accorgo che è la mia unghia che guardo ora. Il dito che si muove, si piega, scava nelle storie, gratta vita dallo schermo. Vita degli altri, vita che non mi importa e che non tocca. Ho messo un cuoricino e già non mi ricordo per cosa, ma era il post di un’amica importante, una presenza sicura e felice per me, e lei un cuoricino se lo merita a prescindere. Ci sono persone che meritano cuoricini a prescindere. Ne ho tante intorno a me, per fortuna. A volte mi piacerebbe fossero di più. A volte invece vorrei che non mi conoscesse nessuno: vagare sola nello spazio con una faccia che nessuno hai mai visto, mentre io conosco tutti e in tutti leggo l’animo nel profondo. Basta foto, non mi interessano. Non ne ho nemmeno una con Lui. Chiudi.

Anobii.
Aggiorniamo la biblioteca. Ho finito “L’ultimo dei Mohicani”, tre stelline direi, un po’ deludente. L’ho letto solo perché un giorno le sentì dire che il suo uomo de “L’ultimo dei Mohicani” avrebbe letto il libro, non avrebbe visto il film. L’ennesimo dettaglio che mi entra dentro e scruto ossessivamente nell’illusione che mi porti a Lei. Che libro dovrei provare di Shirley Jackson, a proposito? È a Lei che dovrei chiederlo, ma non lo farò mai. Eppure Lei mi chiese consiglio su Camilleri, forse potrei. Camilleri potrebbe essere un’ottima prossima lettura. Senza libri incominciati non so stare.

Galleria.
Che foto del cazzo. Quante. Le facevo per Lui, guarda quante… Poi non le mandavo mai. Anzi, qualcuna sì, ogni tanto. Che assurdità, in certi momenti mi illudevo come quelle foto potessero essere un ponte per farlo arrivare da me, per stimolare una sua reazione che cancellasse tutta la sua vita attorno, perché desideravo che la vita attorno a me fosse Lui. Che idiota. Però ammetto che non ho mai avuto pensieri così fortemente assurdi fino a oggi, prima di conoscerlo.

Youtube.
Preferiti: in questo periodo parecchi. Quante canzoni da dedicarle. Poterle dire: “Ascoltala, mi fa pensare a te”. Talvolta penso che le persone non sanno la libertà di cui godono, quando possono esprimere liberamente e senza preoccupazioni pensieri, sogni, debolezze, suggestioni alla persona che li seduce. Non ci pensa nessuno. Baustelle, “Il minotauro di Borges”, Lei ed io viviamo in questa canzone e in cento altre che non conosceremo mai insieme.


Telegram. Ore 23:11
Stronzo. Non entra più da giorni. Si è già dimenticato di me. Chissà chi si è trovato, magari con questa comunica con Whatsapp o chissà con cosa. Ah no, guarda, è entrato poco fa. In linea, adesso. Lui tiene in mano il telefono, ha aperto questa stessa applicazione. Sta guardando me, ne sono sicura. Non mi scrive. Non mi scriverà lo so, me lo immagino, tranquillo e imperturbabile. Non lo scuote nulla. Solo io impazzisco per tutto questo. Maledetto idiota, ti odio.

Spegni telefono. Getta il telefono dentro un armadio. Copriti la faccia col cuscino dal suo lato fresco.

Telegram. Ore 23:11
Apriamolo. Lo usavo solo per parlare con Lei. È l’unico modo in cui posso sentire un contatto. Guardala lì, è in linea, chissà a che fare, chissà a chi scrive. A tutti tranne a me, troia. Tu e tutte le tu cazzo di convinzioni assurde, le tue domande mai poste, le tue paure, il tuo fottuto talento di non sapere aprirti. E chissà se è un talento che esprimi solo con me… Persino la sofferenza, adesso, non ha lo stesso gusto di quando almeno era la tua voce a impormela.

Spegni telefono. Collega caricabatteria. Gira il cuscino sul suo lato fresco e chiudi gli occhi su una lacrima.

[racconto] La foto di Venere

23 luglio 2019 ore 09:10 segnala
Navigava fra le cifre con la sicurezza di un bravo ufficiale di marina che fronteggia la burrasca sul suo vascello, quando la mano di un collega le posò sul tavolo una lettera, appena arrivata con la posta. Diana non riceveva di frequente missive indirizzate specificatamente a lei, presso lo studio tributario in cui lavorava. Per questo motivo quella busta spezzò la sua concentrazione verso il lavoro: solitamente si trattava di lettere con mittente e indirizzo stampato elettronicamente, tipico delle comunicazioni professionali, ma questa era intestata a penna, con una calligrafia maschile ordinata e molto chiara, in stampatello ma senza riferimenti al mittente. Diana aveva un certo occhio per i dettagli, e questi la fecero alquanto incuriosire sul contenuto della busta, che aprì velocemente ma con attenzione. Estrasse il foglio contenuto ed iniziò a leggere. La lettera era scritta a mano, era la stessa mano maschile, ma stavolta la scrittura in corsivo trasmetteva meno spigolosità e molta armonia. L’incipit la fulminò, facendole scoprire chi ne fosse l’autore. Solo Lui poteva chiamarla storpiando il suo nome, vezzeggiandolo in quel modo divertente cui mai nessuno aveva pensato prima. Rimise il foglio nella busta senza leggere oltre, e tornò al suo lavoro.
O quantomeno fece finta: la temeraria marinaia nella burrasca dei numeri, si era tramutata in una naufraga su una zattera che tenta di resistere alla tempesta. La curva dell’attenzione verso i suoi moduli elettronici stava crollando. Non riusciva più a radunare i pensieri, che le sfuggivano come un gregge disperso che si rifiuta di entrare nel recinto. Ma leggere la lettera sarebbe stato peggio e comunque voleva farlo in pace, a casa sua, dove sarebbe tornata per la pausa pranzo.
Nel viaggio verso casa, in auto Diana non aveva acceso la radio com’era suo solito, perché si era immersa nei sopiti ricordi di quell’esperienza con l’autore di quella lettera, che rievocati, ora tornavano ad ardere. Avevano caratteri diversi, uno agli antipodi dell’altro, modi molto diversi di vedere le cose, però avevano vissuto un rapporto indefinibile, sotto l’influenza di un magnetismo reciproco molto potente che nessuno dei due aveva mai provato prima. Fu tutto così forte e irrazionale che i due ne ebbero paura, sfasciando quell’incantesimo secondo il carattere di ognuno, ciascuno a suo modo, ciascuno per ritornare coi piedi per terra. Fino al giorno in cui le arrivò quella lettera, e la mente di Diana tornò a perdersi nell’assenza.
Arrivata a casa si gettò sul letto maneggiando quella lettera, rimirandola, ragionando sulla bellezza di ricevere una lettera nell’era dei messaggi istantanei. Poi non riuscì più a contenere la sua curiosità, ed estrasse il foglio cominciando a leggere avidamente, gustandosi più volte nella mente quel vezzeggiativo con cui usava chiamarla e con cui apriva la lettera.

“Ho pensato di scriverti, ma ho voluto farlo veramente questa volta: con carta e penna…”

E così proseguì narrandole dell’onda dei suoi ricordi e delle sue fantasie che si ispiravano in lei, confessandole pensieri che non le aveva raccontato mai, enumerando tutte le sue bellezze che usava snocciolare nei momenti in cui si rilassava al sole in primavera, o all’ombra in estate. Le raccontava di idee che aveva avuto, immagini che aveva visto e che avrebbe avuto voler condividere con lei; e persino un libro in cui la sua immagine gli era stata evocata inconsapevolmente dallo scrittore, per delineare un personaggio secondario del proprio romanzo. Quindi concluse evocando la grazia del suo profilo, che lui rammentava in particolare impresso in una foto che lei stessa si era scattata di fronte lo specchio dell’armadio di camera sua. Una foto in cui gli sorrideva maliziosa, con i capelli bagnati da una doccia fugace e un asciugamano magistralmente piazzato ad evidenziare ogni sua deliziosa curva, e a nascondere invece ciò che era di troppo mostrare.

“… una piccola Venere di Botticelli, inconsapevole ma maliziosa, incorniciata nella galleria dei miei ricordi ispiranti.”

Così la definì chiudendo la lettera e senza aggiungere altro, né un saluto, né un augurio, né la firma. Diana richiuse il foglio dentro la busta e, sempre sdraiata, se l’appoggiò sugli occhi chiusi. Gli pareva di percepire l’odore di Lui traspirare dalla carta. E in questa posizione si addormentò, sperando di sognare.

Si risvegliò dopo pochi minuti, incredibilmente molto riposata ma con addosso l’impressione di aver dormito una notte intera o di essersi destata in un mondo parallelo. Aveva in mente l’immagine della “Nascita di Venere”, inchiodata nei pensieri come un’ossessione. Si alzò e si mise davanti allo specchio dell’armadio con l’aiuto del quale aveva scattato quella foto così ben rievocata da Lui. Era vero, osservandosi anche lei riusciva a vedere in quel riflesso l’immagine di Venere che sorge, come se si ammirasse con gli occhi di Lui. Allora si spogliò completamente, prese dal suo letto il lenzuolo giallo stropicciato e lo usò per coprirsi pudicamente come la dea fa nel famoso dipinto, imitandone la postura. Era vero, quello specchio rifletteva l’immagine della Venere che non aveva mai saputo di essere. Prese il telefonino e scattò una fotografia alla sua immagine riflessa dallo specchio.

Tornando in ufficiò, tra un semaforo e l’altro, riguardò quella foto soddisfatta di sé, domandandosi se fosse giusto o no restituirla al suo pittore.
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S'abbenedica, don Andrea.

17 luglio 2019 ore 15:49 segnala

E’ successo di nuovo. La prima volta che mi accadde fu dopo la notizia della scomparsa di Gabriel Garcia Marquez. Senso di smarrimento e ottundimento dei sensi, ma soprattutto attacchi di silenziosa lacrimazione incessante, un pianto muto e improvviso, diluito durante tutto il giorno. Deve essere questo il modo in cui elaboro il lutto per la morte dei miei autori letterari preferiti, quelli con cui ho davvero intessuto un rapporto di amore attraverso le loro opere.
Non sono un estimatore del post luttuoso in occasione delle morti di cosiddetti vip, come genere letterario. Non me ne frega un bel niente, quasi sempre. Fino ad ora queste due sono le uniche eccezioni. E provo a ipotizzare che la cosa identica potrebbe succedere in futuro solo con altre due figure celebri, il più tardi che sia possibile.
Oggi però lo sgomento è tutto per voi, don Andrea. Vi portate via anche tante cose che non sapete. Tante responsabilità, come il mio amore per il romanzo storico, per i dettagli di vita nascosti nelle pieghe della cronaca, per l’invenzione ricamata attorno al fatto reale. Mi avete stupito col “Birraio di Preston” o “Un filo di fumo”, mi avete divertito con il “Nipote del Negus”, mi avete insegnato con “Le pecore e il pastore”, mi avete fatto sanguinare l’anima con “La presa di Makallè”… Ma chissà quante altre persone ve lo staranno dicendo. Allora vi dico un’altra cosa. Volevo che leggeste il mio primo romanzo; non dico farmi anche una piccola prefazione, ma almeno sapere che cosa ve ne pareva, dato che è scritto anche grazie ai vostri silenziosi insegnamenti. E’ un romanzo che non ho ancora terminato, forse proprio in virtù di questo sogno proibito. Ora invece è diventato un sogno impossibile, e spero di avere la forza di terminarlo. Vossia m’aiutasse. Grazie don Andrea.
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