da una pagina di diario scritta tra la musica di Morricone

14 giugno 2011 ore 19:10 segnala


..Se due persone mai nate iniziano ad amarsi il loro amore sarà più vero della realtà, della vita,
se due persone che non esistono decidono di amarsi il loro amore esisterà anche senza di loro, e sarà vero, e sarà vero sempre.
In quanti posti sono stato senza saperlo, quante dimensioni ho sfiorato in un attimo, anche adesso forse sono dentro qualcosa che non capisco.
Il me che è stato te è lo stesso te che è stato me, e per questo ti cerco e non ti trovo perché tu sei già me, e sento la mancanza essendoti, divenendo te, così non ho più bisogno di mancare. L’ assenza è l’ essenza congelata. E’ un’ essenza diversa ma è sempre un’ essenza e quindi sei sempre tu.
E pensa al momento in cui ho avuto il brivido che mi ha dato il coraggio di provare, e pensa al momento in cui dentro i miei occhi piccoli colibrì picchiettavano musica nei rametti del silenzio, e quella melodia dei colibrì e quel leggero solletichio in sottofondo eravamo noi, era la tua era la mia, era la nostra emozione che era lì, che viveva per conto proprio attraverso noi, e puoi capire benissimo come sono riuscito a sentire i colibrì che si nascondono in te, perché tu hai sentito i miei nello stesso istante, eravamo, nello stesso istante, eravamo lo stesso istante,
dove sono tu me lo puoi segnare nella mappa più intima di me, e io potrei ritrovarti anche in un granello di sabbia o in mezzo a tutte le gocce di tutti i mari, scegli una goccia, scegli un mare e poi nasconditi lì, ti ritroverò, perché ho imparato a ritrovarmi,
e quello è il destino che ci fa disperdere nell’ infinito. E in quelle notti buie in cui tornerai a chiederti: ma il destino si fa davvero scegliere da noi, tu ricordati che se tutto è possibile, è possibile anche attraversare il destino.
Nel mare già tanti hanno gettato lettere d’ amore, nell’ aria in pochi hanno gettato invece il loro amore. Solo chi ha tanta fiducia di ritrovarsi è capace a disperdersi.
Mi dolgono i denti degli occhi e così mangio male le cose se so che questo è solo un sogno. Vorrei girare i miei occhi al mio interno per vedermi dentro. E così, se si sposta tutta questa energia dentro noi stessi, come è possibile sentirsi soli, come è possibile essere tanto certi che non potremo mai raggiungere i nostri sogni?...
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sì sì sì sì

26 maggio 2011 ore 17:55 segnala
REFERENDUM 12- 13 GIUGNO - 4 sì per dire no

Volete voi che sia abrogato l'art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante «Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia», e dall'art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?



Volete voi che sia abrogato il comma 1 dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante «Norme in materia ambientale», limitatamente alla seguente parte: «dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito»?




"Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?".




Volete voi che siano abrogati l'art. 1, commi 1, 2, 3, 5 e 6, e l'art. 2 della legge 7 aprile 2010, n. 51, recante «Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza», quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 13-25 gennaio 2011 della Corte costituzionale?


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REFERENDUM 12- 13 GIUGNO - 4 sì per dire no Volete voi che sia abrogato l'art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni...
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il lupo della steppa- H. Hesse

19 maggio 2011 ore 18:03 segnala




Soltanto per pazzi.

In quel periodo mi resi conto sempre di più che la malattia non era dovuta a difetti della sua natura, ma viceversa alla ricchezza di capacità e di energie non armonizzate tra loro.

E questi uomini la cui vita è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità, sentimenti così profondi e indescrivibilmente belli, la schiuma della beatitudine spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s'irradia anche sugli altri e li affascina. Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d'arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.

Vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l’ animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la propria patria, l’ aria, il nutrimento.

Infatti era arrivato al punto che la solitudine e l’ indipendenza non erano più un’ aspirazione, una meta, bensì la sua sorte, la sua condanna; e una volta pronunciata la formula magica senza poterla più ritirare, a nulla gli serviva tendere le braccia con desiderio e buona volontà ed essere disposto a cercar legami e comunioni.

L’ uomo ha la possibilità di dasri tutto allo spirito, al tentativo di avvincarsi alla divinità, all’ ideale della santità. Viceversa piò anche darsi tutto all vita istinitiva, ad desiderio dei sensi, e rivolgere tutte le sue aspirazioni all’ acquisto di piacersi fugaci. Una di queste vie porta alla santità, al martirio dello spirito, all’ annullamento di Dio. L’ altra porta al godimento, al martirio del’ istinto,all’ annullamento nella putredine.

Vivere intensamente si può soltanto a scapito dell’ io.

Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge…

Per arrivare a questo scopo o poter addirittura tentare il balzo di fronte a se stesso, dovrebbe vedere il caso nella propria anima e arrivare ad una perfetta coscienza di sé. Gli si rivelerebbe allora la sua esistenza…

Il giudice che siede di fronte all’ assassino e lo guarda negli occhi e lo sente parlare per un istante con la voce propria (del giudice) e trova anche nel proprio cuore medesimi istinti, le stesse attitudini, le stesse possibilità, dopo un solo istante ridiventa lui, è di nuovo giudice. Ritorna le guscio del proprio io vanitoso, fa il suo dovere e condanna a morte l’ assassino.

Come corpo l’ uomo è uno, come anima mai.

L’ uomo è una cipolla, formata di cento bucce, un tessuto di cento fili.

L’ uomo non è una forma fissa e permanente, ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso tra la natura e lo spirito. Verso lo spirito, verso Dio lo spinge il suo intimo destino; a ritroso, verso la Natura, verso la Madre lo trae la sua intima nostalgia.

Ogni nascita è una separazione dal tutto.

Hai ragione tu, lupo della steppa: mille volte ragione, eppure devi perire. Per questo mondo odierno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perchè hai una dimensione in più. Chi vuol vivere oggi e godere la vita non deve essere come te o come me. Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria…


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« IMMAGINE: http://img528.imageshack.us/img528/2108/copj13mq8.jpg » Soltanto per pazzi. In quel periodo mi resi conto sempre di più che la malattia non era dovuta a difetti della sua natura, ma vicev...
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rarità

21 aprile 2011 ore 23:40 segnala
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Il 21 aprile 2009 stremata dalla malattia è morta di vecchiaia Ashley Hegi, a diciassette anni. Ashley era una della uniche 53 persone al mondo ad essere colpita dalla sindrome di Hutchinson-Gilford, meglio conosciuta come Progeria.
La Progeria è una bruttissima malattia che colpisce i bambini fin dalla nascita; questa condizione causa l’invecchiamento precoce del corpo di chi ne è affetto, senza però intaccare le capacità cerebrali.
Ad oggi non esiste ancora una cura che possa contrastare questa sindrome. Chi ne è affetto muore di vecchiaia entro i 13-15 anni. Ashley Hegi è uno dei casi più conosciuti e eclatanti di Progeria. La ragazza viveva a circa 200 chilometri da Calgary in Canada ed è morta 3 settimane prima dei suoi 18 anni.
Da tutti Ashley era considerata una ragazza brillante, quasi unica, ma non per la sua malattia.
“Quando parlavi con Ashley, non pensavi affatto alla sua malattia; riuscivi a pensare solo a quanto fosse fantastica.” – dice uno dei suoi amici – “Ashley era alta solo un metro e venti, ma aveva un’intelligenza e un cuore alti come una montagna.” – prosegue una sua insegnante.
Ashley conosceva benissimo la sua malattia e proprio perchè sapeva che non le rimaneva molto tempo, dedicava la sua vita a far conoscere la sua condizione, apparendo in moltissimi programmi televisivi e documentari.
Una delle frasi più belle pronunciate da Shley diceva: “Quando qualcuno parla con te, non lasciare che si agiti per la tua malattia, probabilmente quella persona non conosce la Progeria. Parlagli della Progeria e vedrai che capirà. E se non capisce? Non fa niente, sei unico.”

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In genere non mi azzardo a parlare di questi argomenti, perché si rischia sempre di finire nella spettacolarizzazione della malattia, creando una sorta di curiosità in stile guinnes dei primati. Ho deciso di pubblicare questo post non solo per ricordare le tante malattie rare che attanagliano la vita di un gran numero di persone, ma anche e soprattutto per riflettere sull’ ultima frase che lei dice: “Non fa niente, sei unico”. In una società che ci vorrebbe tutti uguali, lei, al di là sicuramente delle difficoltà, ci insegna a custodire e a prenderci cura a prescindere da tutto della nostra meravigliosa esistenza: sempre a contatto con una dignità, con un’ importanza, con una nostra particolarità come essere umani che mai nessuno ci potrà realmente cancellare. Qualsiasi sia il nostro difetto, qualsiasi sia la nostra paura, il nostro punto debole: ognuno di noi è speciale. La nostra debolezza non è mai un limite, ma il valore e l’ espressione d’ una bellezza tutta nostra. Nella straordinaria unicità del suo modo di essere, del suo animo tenace, Ashley è lì. Non andrebbe giudicata per la sua malattia, ma per il modo in cui ha saputo affrontarla. Quando si capisce questo, si capisce tutto.

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_________________________________________________________________________________ Il 21 aprile 2009 stremata dalla malattia è morta di vecchiaia Ashley Hegi, a diciassette anni. Ashley era una della uniche 53 persone al mondo ad essere colpita dalla sindrome di Hutchinson-Gilford, meglio...
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a proposito di pace

17 aprile 2011 ore 23:56 segnala


1) Vittorio Arrigoni. “Restiamo umani”

“E’ un invito a ricordarsi della natura dell’ uomo: io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini a una stessa famiglia che è la natura umana”





2) Questo è un link che gira su facebook.

“Adotta anche tu a distanza un coccodrillo per fermare gli sbarchi dei clandestini”

Potrei scrivere pagine e pagine su questa frase soltanto, ma penso si commenti da sola...ma siamo davvero ridotti così? Ora mi immagino gli stessi che hanno condiviso questo link, andare in chiesa e farsi il segno della croce e difendere le proprie tradizioni, portare a casa il ramoscello d’ ulivo benedetto, fare la colazione pasquale…

ma per cosa?

Condanniamo altrimenti ci Assuefacciamo...
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« VIDEO: SblB2O7AfP4 » 1) Vittorio Arrigoni. “Restiamo umani” “E’ un invito a ricordarsi della natura dell’ uomo: io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere, credo che apparteniamo tutt...
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il dietro di una stella

15 aprile 2011 ore 20:03 segnala




---“Avevo avuto la difterite. Ero diventato cieco a un certo momento. Stavo per morire. Mia madre andò a chiedere la grazia alla Madonna del Divino amore e avvenne il miracolo evidentemente. Guarii però mi chiusi in me stesso, non parlavo con nessuno. Per farmi compagnia, mi raccontavo da solo delle storie. Sognavo di essere un' altra persona, in un altro posto.”Però quel professorino nuovo, il 28enne Pier
Paolo Pisolini gli sta simpatico perché è un asso a giocare a pallone («partite interminabili nel giardinetto della scuola») e anche perché all' ultima mezz' ora di lezione legge alla classe un romanzo russo avvincente e interminabile: «Non vedevamo l' ora che ci leggesse la nuova puntata». Cerami si spremeva le meningi per trovare un modo per poter parlare con quel professore così in gamba che se scrivevi «strazzio» non te lo segnava con la matita blu, in quanto errore grave. Per il prof Pasolini scrivere strazio con due zeta era un errore che veniva dalla lingua parlata e perciò non era grave. Gli errori da segnare in blu, per lui, erano altri. Erano i luoghi comuni, le ruffianerie. A Cerami piaceva quel professore che per venire a scuola prendeva ogni mattina due autobus più la littorina. Doveva trovare la maniera per fargli capire che non era scemo. L' occasione venne quando Pasolini diede un tema libero: «Una domenica in montagna». Cerami capì che era la volta buona. «A ripensarci non era proprio la traccia giusta per dei ragazzi di Ciampino. Era un tema da friulani. Che ne sapevamo noi di montagne? Io ne avevo visto solo una, il Terminillo, e per giunta una domenica d' estate. Una montagna con ghiaccio e neve non sapevo come era fatta». Gli tocca inventare, scrive con furia, a stento riesce a stare dietro alla penna. «Mi inventai un Terminillo con le valanghe di neve che precipitano a valle, dove a un certo punto mi perdo e mi trovo davanti allo Yeti. Allora scappo terrorizzato ma lui mi insegue...». Consegnato il foglio protocollo con il tema, Cerami torna a casa contento. Col passare delle ore, il suo umore cambia in peggio: «Avevo paura di aver esagerato. La notte non dormii. Mi dicevo: il professore penserà che sono davvero un matto, un mitomane. L' Abominevole Uomo delle Nevi al Terminillo. Ma dài!». In piena notte, preda dell' ansia, Cerami si alza, accende la luce e si mette a riscrivere il tema narrando come erano andate davvero le cose al Terminillo. «Descrissi una gita di una noia mortale. Invece che lo Yeti solo mucche e mosche e tafani e le cacche enormi delle mucche sui prati. Avevo scoperto il realismo, la mia futura poetica». L' indomani Cerami va a scuola. In cartella ha il tema nuovo pronto a proporre uno scambio al professorino («mi sono sbagliato, il mio tema vero è questo, l' altro è da buttare, non so cosa mi è preso»). Pasolini entra in classe. Aria severa, ufficiale. Dice: «Cerami Vincenzo, in piedi». Dio, è la fine, la pubblica ignominia. Pasolini estrae un foglio dalla mazzetta dei temi corretti. E legge con la sua voce in falsetto la storia del ragazzo che incontra l' Abominevole Uomo delle Nevi sul Terminillo. È un successo incredibile. Oggi direbbero una standing ovation. «Mi fece un effetto. Non vedevo l' ora di scriverne un altro. Senza saperlo, avevo scoperto la letteratura. . Mi cambiarono la vita quel professorino e quel tema. Da allora, in verità, io non ho fatto altro che continuare a scrivere temi liberi».
Vincenzo Cerami, scrittore e sceneggiatore (tra gli altri film da lui sceneggiati: “La vita è bella”)

---Bruce Springsteen nasce in una cittadina operaia del New Jersey, Freehold, da padre camionista e madre segretaria di origini napoletane. Nei suoi ricordi da adulto il padre è uno spaventoso dittatore, parlare di libri è un’eresia, in casa sua l’ignoranza regna sovrana. Lui è un ragazzino solitario, pigro in genere e svogliato a scuola, tanto da essere isolato sia dai professori sia dai compagni, con i quali ammette di non essere mai riuscito a comunicare. Dagli altri si sentiva separato da un muro contro il quale rimbalzava, si sentiva come uno isolato nello spazio. A nove anni vede per la prima volta Elvis Presley in televisione e incomincia ad appassionarsi alla musica, a quattordici acquista una chitarra da un rigattiere e in casa si scatena l’inferno. Il padre non ne vuole sentir parlare, ma Bruce insiste nella sua passione che, dice, lo ha salvato dall’apatia e a diciassette anni varca per l’ultima volta la porta di casa, imboccando la… via della strada.
Bruce Springsteen, musicista, cantautore statunitense, fra i più rappresentativi della musica rock, soprannominato: The Boss.

---Sono stato un timido cronico, ma con la mia timidezza ci convivevo. Anche se mi sembrava sempre di vivere col freno a mano tirato. Sapevo i limiti che questo comportava, ma in compenso vedevo crescere e arricchirsi il mio mondo interiore. Perché se sei timido non sei capace di condividere il tuo mondo con gli altri, così ti concentri sul tuo, lo fai crescere, lo carichi dei tuoi sentimenti, delle tue emozioni. Alla fine ho sentito il bisogno di raccontarmi, di raccontare il mio mondo con la scrittura, con le canzoni e con tutte le altre cose che ho fatto. Poi ho scoperto che su un palco la timidezza che avevo scompariva. E' una cosa che mi ha sorpreso fin dalla prima volta che ho fatto un concerto e non voglio nemmeno capire da cosa dipenda...
Luciano Ligabue, cantautore, scrittore, regista, sceneggiatore italiano

---«Sono stata una bambina timidissima: non riuscivo a parlare, ad attraversare la strada, a entrare in un negozio. Ancora oggi sto bene con gli introversi».
Dacia Maraini, scrittrice.

---Diversi personaggi famosi quali Albert Einstein, Pablo Picasso, John F. Kennedy, Tom Cruise, Leonardo da Vinci, Walt Disney e molti altri sono dislessici.


Eccetera eccetera…
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« IMMAGINE: http://www.coelum.com/wp-content/uploads/2011/02/arp147_multi.jpg » ---“Avevo avuto la difterite. Ero diventato cieco a un certo momento. Stavo per morire. Mia madre andò a chiedere la gr...
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dialoghi ritardatari tra nonno e nipote

11 aprile 2011 ore 01:25 segnala


I rapporti con certi nostri parenti sono strani. Se non fossimo parenti, con alcuni neanche parleremmo. Ma è il sangue, che sceglie, il flusso delle radici, il senso di qualcosa che si tramanda oltre le generazioni. Ripenso a mio nonno, ma vorrei pensare a lui non come mio nonno ma come uomo. E ripenso a lui per prima cosa nei lillà dentro gli odori delle sue camicie. E ripenso a lui solo come un pezzo, come quello che ho arraffato nel mio percorso con i miei flebili occhi da nipote. Era spesso chino che zappava, tra il campo secco dell’ orto, o tra le viti che beccavano un po’ di sole accanto all’ ombra ingiallita d’ un grande pozzo. Era un contadino che ai pranzi di Natale ai nipoti, confidava che non bisogna mai vergognarsi del lavoro che si fa, se è onesto. Poveri ma onesti, diceva lui, congiungendo il pollice agli altri diti screpolati della mano. Mescolo il suo ricordo con la sua risata, che era una scala a chiodi gialla, e poi i cappelli, che non metteva quasi mai, ma teneva sempre nell’ attaccapanni della sala. Aveva un naso un po’ prolungato, i capelli grigi, mai bianchi, grigi, un grigio resistente che pretendeva chissà perché di non crollare. Non l’ ho visto mai piangere, tranne una volta che era morta una vicina. Mise gli occhiali scuri in casa per non dare identità al proprio dispiacere. Portare lo stesso suo cognome ha sempre pesato nella nostra relazione. Si presentava come un uomo orgoglioso, avaro, a certi tratti severo. Dalla sua bocca uscivano commenti solo di politica, o del tempo, o pensieri della vita quotidiana. Solo una volta intravidi che poteva esserci in lui qualcosa di diverso, quando si mise a parlare con mia cugina, chissà perché, di reincarnazione. Il suo percorso quotidiano era addestrato a svolgere le solite faccende, in ogni periodo dell’ anno. La sera succhiava sempre un piatto di minestra, poi ascoltava puntuale il telegiornale, a tutto volume, nella sua sedia un po’ tagliuzzata accanto alla finestra, dove ogni tanto controllava le luci della strada. Mio nonno aveva fatto la seconda guerra mondiale. Era stato fatto prigioniero in Libia, portato dagli inglesi in India e imprigionato per due anni. Riuscì a tornare a casa solo nel ’46. Non amava parlare di tutto questo. Abbassava la testa o cambiava argomento. Ho sempre creduto che nascondesse qualcosa, qualcosa di profondo, che voleva far morire in segreto, con il suo cuore. Ormai non c’ è più da cinque anni e ognuno in famiglia porta con sé un ricordo proprio, indipendente dalla verità della sua essenza. Per molti il suo temperamento deciso era segno di forza, invece io credo d’ aver intravisto una sua opaca fragilità, non da nonno, non da eroe, ma semplicemente da uomo. Una volta litigammo, mi disse di prendere qualcosa, in malo modo, e io gli risposi con parole pesanti e aspre che sfiorarono il suo intimo. Qualche giorno fa sono venuto a conoscenza di tutte le tragedie che ha dovuto attraversare, sia in famiglia sia da soldato. E’ lì che ho capito che cosa vuol dire portare quel cognome: lo si può capire solo dentro il privato d’ una storia, dentro ogni grammo d’ un pezzo di segreto che un uomo tiene dentro di sé, e ci va in giro, per il mondo, sapendo che nessun altro potrà capire quel suo punto dove debolezza e dignità con precisione si susseguono. Quasi per riavvicinarmi a lui, cercai allora qualcosa di suo, una di quelle cose che gli uomini lasciano, di qua, da qualche parte, in qualche cassetto della vita. Trovai tra altre cose, un sua agendina, dove segnava appuntamenti e appunti di vita contadina. Nell’ ultima pagina aveva scritto il nome dei suoi genitori e sotto, separati da tutto, aveva scritto in bella vista il suo nome e poi di seguito, sottolineato, il mio. I nostri due nomi. Attaccati. Nient’ altro. Solo quei nomi come due strisce, che lì per lì iniziarono ad emozionare la sorpresa del mio cuore. E’ lì che sono un po’ nato di nuovo con un nuovo nonno. E’ che mio nonno non era un uomo da poesia, ma in quelle righe lui ha scritto la più bella poesia che abbia mai letto, in quelle due righe per la prima volta l’ ho guardato negli occhi e l’ ho sentito vero, come un’ energia che non si impunta più nei solchi del quotidiano, che non stoppa il germogliare d’ un sentimento, ma lo lascia andare, libero, nel contatto non più solo tra parenti, ma soprattutto tra spiriti vicini. Forse alcuni ci vogliono così bene che non sanno dircelo e allora lo tengono tra i segreti più profondi.
Oggi sarebbe stato il suo compleanno. Novantasette anni fa mio nonno nasceva in una vecchia casa nella verde campagna Toscana. Ormai quella casa dove ha visto la prima luce, è diventata un comune agriturismo. Attorno in questo periodo è pieno di lillà. Passeggiandoci si ritrova facilmente l’ odore delle sue camicie. E tutto quello che non mi ha mai detto.
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« IMMAGINE: http://www.spaziopiante.com/wp-content/uploads/2010/09/Lill%C3%A0.jpg » I rapporti con certi nostri parenti sono strani. Se non fossimo parenti, con alcuni neanche parleremmo. Ma è il san...
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11/04/2011 01:25:54
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la prima domenica d' aprile (picnic di fantasia)

03 aprile 2011 ore 21:18 segnala


Oggi è la prima domenica d’ aprile. Dalla finestra della camera s’ inaugura il pomeriggio. Sento il velo del vento tra il corpo nudo della primavera. Sento che a contatto con le foglie dell’ ulivo nell’ orto, quei soffi danno il via a minuscoli e armoniosi brani musicali, subito interrotti e sostituiti da nuove melodie d’ una nuova folata. E tutto il respiro è una musica, anche la vivacità del canto d’ usignolo cerca forse di stare dietro alla tastiera indecifrabile dell’ aria. Il sole sorride davanti a tutto questo e si muove tra le colonne centenarie dei muretti come luccicando al piano umido d’ un fiume circondato da mosche e sassi. Ascolto le voci dei vicini seduti all’ ombra sotto casa a chiacchierare e ridere e allora mi sento improvvisamente coinvolto in una dimensione che non esiste, sento che siamo tutti lungo la Senna, a metà ottocento, in un picnic domenicale tra le campagne di Parigi e lo spiegare d’ un panno aggiustato alle stecche dell’ erba e sento il pane e chi pesca, e le briciole del pane e i pesci che fanno quel rumore strano che bolle nel sole, e mi sento come un passeggiatore solitario lungo la riva del fiume e ho i pantaloni sporchi che terrò così fino a quando non tornerò a casa, a cambiarmi per la notte. Ma sono in verità già a casa, nella mia stanza, eppure dal rumore di qualcuno che falcia il prato, sento le gambe delle donne che muovono le ginocchia e camminano tra le prime viole e margherite e lì accanto magari qualcuno con il filo della canna contento d’ aver preso qualcosa e sento alcune auto che non sono che salviette che puliscono o forse sporcano le onde della bocca di chi sta rifocillando la propria compagnia. Le loro risate sono vino che esce da fiaschi di legno come il legno della mia finestra e il legno è come quelle di certe barche che si distaccano dalla terra fino a sera. Vedo una lucertola che s’ asciuga dalla temperatura o forse dall’ acqua e allora non so più qual è la realtà e qual è l’ immaginazione. Sento qualche cane che mordicchia un osso della quiete e sento anche i fiori, i movimenti, il sudore arrostito tra la pelle di qualcuno e un cappello di paglia che mi fa compagnia al confine delle mie sensazioni e delle mie emozioni. M’ accorgo però che seppure le giornate si sono allungate, torna presto la sera, e allora, sento un odore d’ anguilla e l’ appiccicaticcio sporco degli uccelli che si calano dall’ acqua a riva per raccogliere i resti del picnic, sento chi ritorna alle proprie carrozze e i primi commenti sulla giornata e sento il respiro dei cavalli che lavorano anche la domenica e vedo la barca rientrare a riva e anche i pescatori arrotolare di nuovo i loro strumenti e prepararsi per il rientro in città, tra l’ ordinario percorso buio della settimana. A loro non resta che attendere la prossima domenica e sperare ci sia bel tempo per ritrovare questa atmosfera. Chissà quante volte le cose sono andate veramente così nel corso degli anni, forse eravamo lì intorpiditi e confusi sotto forma d’ un’ altra vita, una farfalla di quella primavera, una rosa, una goccia nei cucchiai tra i cestini dei picnic,
ninfee. D’ improvviso sento solo i canti degli uccellini e qualche cane, in lontananza, e li sento come gli unici ami che pescano tra l’ abisso del silenzio. E il silenzio è il fiume e scorre tra le parole, tra le barbe, tra le ore, tra la domeniche già finite, e orchestra momenti sereni di persone che sono già tornate nelle loro case a vivere la loro monotona esistenza. Non permane che la luce arancione del tramonto tanto cara nell’ aria dei dipinti dei pittori.
Quando non resta nient’ altro ad ondeggiare nell’ atmosfera, non rimane che la luce della fantasia.
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03/04/2011 21:18:10
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uomini che non volano

02 aprile 2011 ore 01:07 segnala


"L’ esistenza ha bisogno del più piccolo filo d’ erba come della stella più grande. Non è una questione di disuguaglianza. Nessuno ti può sostituire. Se tu non ci fossi l’ esistenza mancherebbe di qualcosa e quel qualcosa le mancherebbe sempre: non sarebbe mai completa. “

"Ho sentito dire che in Birmania, al termine della seconda guerra mondiale, un piccolo aeroplano venne abbandonato nella foresta. I giapponesi si erano arresi, ma alcuni samurai molto ostinati volevano continuare a combattere, perciò scapparono con quell’ aereo e poi lo abbandonarono nella foresta, nascondendosi da qualche parte. In quella foresta viveva una tribù, una tribù molto primitiva: quelle persone avevano visti molti aerei volare nell’ aria, ma non riuscivano a collegare le due cose; non riconobbero in questo oggetto ciò che loro chiamavano “il grande uccello”. Quando lo ritrovarono, cercarono di ragionare: Che cos’è? Ha le ruote, perciò è sicuramente un veicolo. Per cui lo usarono come carro, facendolo trainare da due cavalli. Funzionava bene e tutti erano molto contenti del servizio che rendeva. Poi, qualcuno che era stato in città, disse: Non capite: non è un carro, è un’ auto. Ma non capisco come mai abbia queste ali, comunque fatemi provare…Fece alcuni tentativi e riuscì a metterlo in moto. A quel punto iniziarono a usarlo come automobile. Infine passò da quelle parti un uomo che era stato nell’ esercito, il quale disse: cosa state facendo? Usate questo aero come un’ auto? Questo veicolo può volare!
Non poterono crederci. Chiesero: E’ un grande uccello? L’ uomo disse di sì e, poiché era un pilota insegnò loro a volare… “

_Mi era presa l’ idea di dedicare un post alla consapevolezza e all’ autostima, ed eccomi qua a trascrivere queste parole lette qualche settimana fa. Autostima del nostro carattere, consapevolezza del nostro modo di vedere la vita. Per tutte le persone che là dentro, nell’ appiccicoso quotidiano alla fine poi perdono qualcosa, qualcosa di loro stessi, qualcosa che è parte di loro stessi. Per tutte le persone che non si ricordano il loro valore e in generale, per tutto il genere umano che dovrebbe ritrovare la consapevolezza, abbiamo in noi un aeroplano che può volare e lo usiamo come carro o come la più banale macchina. Mi rendo conto che è molto difficile risplendere, non per causa degli altri, ma prima di tutto per causa di noi stessi. Mi rendo conto che è difficile iniziare a riflettere su ciò che ci circonda. Diamo veramente il giusto peso alle cose? E quanto conosciamo di noi stessi? Mi rendo conto che è difficile tutto questo. Però prima o poi bisogna vivere la vita nel suo vero potenziale, altrimenti purtroppo assomiglierà tutto ad un’ occasione persa._
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« IMMAGINE: http://buochs.breitling.com/multimedia/images/img_traitees/2010/06/041jpf_060628_0030__zoom.jpg » "L’ esistenza ha bisogno del più piccolo filo d’ erba come della stella più grande. Non è...
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un anno un' Anna

30 marzo 2011 ore 00:35 segnala

Ci sono delle notti che sono speciali, che da sempre compongono il fiuto del tuo destino, che tu neanche lo sapevi ma eri pronto a vivere già da chissà quanti anni. Ci sono delle notti in cui senti il filo, della vita, di tutto, di tutto quello che gira o non gira: per certi istanti, addirittura, vai oltre, superi il filo, in un brivido ti distacchi dalla vita che è, e ne fai di più. Forse tutte le notti sono speciali, per qualcuno da qualche parte, c’ è sempre una notte che non si scorderà. Dentro il sincronismo dell’ ora, il passaggio dei minuti, ciuffi di speranze, di singhiozzi, di lacrime e della più pura felicità.
Una notte speciale per mia cugina era un anno fa, tra il ventinove e il trenta marzo duemiladieci. All’ ospedale. Da un altro ospedale. Complicazioni. Le sirene dell’ ambulanza che aprono il traffico, i tubicini e le gocce nel vetro delle auto e le nuvole di marzo e la gente a casa che piegata in due dalla speranza prega che tutto vada bene. Il giorno dopo, mia cugina è riuscita a dare alla luce quella piccolissima creatura nata prematura, che da quell’ attimo in poi, tutti chiameranno Anna. Quella sera è andata bene, la mattina ancora meglio, oltre tutte le complicazioni, i silenzi, le telefonate, la linea intasata di sospiri, le lacrime e le paure. Tutto finito, il resto è polvere per i tappetini della storia. Anna compie un anno. E’ questo il punto, non è solo il suo compleanno, ma il suo primo, autentico, sincero compleanno. Forse il più vero di tutti. E in un anno quante cose ha già visto e ha già vissuto, senza che lei se ne sia accorta. I primi pianti e i primi sorrisi, i primi colori, i primi giocattoli, i primi sguardi della mamma e del papà, dei parenti, dei dottori, di quelli che dicono guardate quant’ è bella questa Anna e fanno versi con la bocca e sembrano veramente pazzi da legare, e i primi dentini, i pannolini, le macchine, le strade, le pappe, i rumori, gli odori, la pelle, il tutto, la vita. E purtroppo non solo la vita, le malattie, i microbi, le dita di quel nonno che non potrà mai ritoccare, e dopo un anno il tempo si scandisce leggermente un po’ più forte, rimangono sempre speciali i giorni, gli anni, ma l’ unicità dell’ uno, del numero uno, della riva dell’ origine s’ distacca lievemente. Ci sono delle notti che sono speciali e che ti aspettano, dentro la fantasia d’ un musicista che un giorno comporrà una melodia che tu ballerai, dentro le pietre che non sono ancora mattonelle, dentro tutte le cose che si comporranno affinché tu sia felice, dentro tutta l’ adrenalina che ci metterai tu, dentro tutto il più della vita che striderai per sentirti vera, viva, vita. Lasciati andare e non aver mai paura. Buon compleanno, sembra scritto proprio per te..
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