innamoramento e amore

26 febbraio 2011 ore 23:23 segnala

Secondo me esiste una sottile differenza tra innamoramento e amore. L' innamoramento è come un colore che ci diamo per vedere meglio la vita, con l' amore invece si può restare anche ad occhi chiusi e sentirci sicuri e protetti di quell' indescrivibile infinito.  Comunque vada ogni elemento ha il suo strato d' amore.

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Secondo me esiste una sottile differenza tra innamoramento e amore. L' innamoramento è come un colore che ci diamo per vedere meglio la vita, con l' amore invece si può restare anche ad occhi chiusi e sentirci sicuri e protetti di quel veritiero e magico infinito. Comunque vada ogni elemento ha il ... (continua)
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diventa pulito

26 febbraio 2011 ore 17:32 segnala

Eraclito dice:
Le anime provano piacere nel diventare umide.
Un' anima asciutta è la più saggia e la migliore.


La consapevolezza umana può seguire due percorsi. Il primo è quello dell' acqua, che scorre verso il basso, l' altro è quello del fuoco, che sale verso l' alto... Quando scorri verso il basso diventi sempre più inconsapevole. Quando fluisci verso l' alto diventi sempre più consapevole. L' innalzarsi è consapevolezza, l' abbassarsi è inconsapevolezza. Eraclito definisce stato di umidità il fluire della consapevolezza verso il bsso e stato asciutto l' elevarsi della consapevolezza. E dichiara che lo spirito, la mente umana trova piacere nell' essere umida.

Ogni piacere è orientato verso il basso. Il piacere è una fuga, ecco perché non ha molto valore. In realtà non è un reale piacere, ma è una sorta di suicidio. Tu sfuggi ai problemi, volti loro le spalle, ma non è questo modo di risolverli. Non si deve fare alcuno sforzo, semplicemente ci si lascia sprofondare. E' facile correre giù per la collina. La stessa forza di gravità ti aiuta a scendere. Muoversi verso l' alto è difficile, ecco perché richerchi il piacere e non cerchi mai la beatitudine. La beatitudine tende verso l' alto, il piacere verso il basso, il piacere è oblio, la batitudine è essere presenti a se stessi. Più diventi consapevole, più ti asciughi interiormente; diventi letteralmente più asciutto, sempre più consapevole e sveglio, perché la consapevolezza è fuoco: ecco perché diventi sempre più asciutto. Quando non sei consapevole non sai che cosa significhi dire di sì o dire di no. Non sai nulla, vai semplicemente alla deriva. Ebbene, cosa significa essere asciutti? Significa restare svegli. Qualunque cosa tu faccia, falla sapendo di farla, qualunque cosa! Io non ti dico: non fare questo, non fare quello. Semplicemente ricordati di essere più sveglio, qualunque cosa tu stia facendo. A quel punto, quando sei asciutto, qualunque cosa accada l' accetti. Non esiste frustazione: se fai tutto ciò che ti è possibile, perché mai dovresti sentirti frustato? La frustazione non esiste, è solo una tua proiezione che ti sporca. Diventa pulito.





"Cogli l' attimo"- Osho
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Eraclito dice: Le anime provano piacere nel diventare umide. Un' anima asciutta è la più saggia e la migliore. La consapevolezza umana può seguire due percorsi. Il primo è quello dell' acqua, che scorre verso il basso, l' altro è quello del fuoco, che sale verso l' alto... Quando scorri verso il ba... (continua)
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quando si vuol amare sopra ogni cosa

25 febbraio 2011 ore 23:44 segnala

 

    "Amare, non significa convertire,
ma per prima cosa ascoltare,
scoprire questo uomo,
questa donna,
che appartengano a una civiltà

e ad una religione diversa.
L'amore consiste non nel sentire
che si ama, ma nel voler amare;
quando si vuol amare, si ama;
quando si vuol amare sopra ogni cosa,
si ama sopra ogni cosa"

 

(Charles de Foucauld)

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"Amare, non significa convertire, ma per prima cosa ascoltare, scoprire questo uomo, questa donna, che appartengano a una civiltà e ad una religione diversa. L'amore consiste non nel sentire che si ama, ma nel voler amare; quando si vuol amare, si ama; quando si vuol amare sopra ogni cosa, si ama s... (continua)
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voci

06 febbraio 2011 ore 00:34 segnala
Penso alla pasta delle generazioni, alle gocce lasciate tra il cemento degli anni, voci. Voci indiscutibilmente attraenti, squillanti, voci gustose, glutinose, gutturali, voci tristi, sbadate, voci come palline di flipper impazzite, voci tartagliate, balbuzienti, voci coraggiose, silenti. Voci sbagliate, voci di bugie, voci di al telefono, voci bianche, timide, piccole, voci che si accarezzano con una mano, voci prepotenti, voci rotte, voci dal profumo della salvia. Siamo tutti delle voci, il mondo, l' aria, non è fatta che di voci, e proprio perché esistono le voci, possiamo ricercare il nostro silenzio, perché se anche la notte ha il suo momento di giorno, anche la voce ha il suo attimo di trepidazione, l' attimo in cui si ferma, e lascia spazio al non parlare. Le voci che escono dalla bocca come tonno freddo, come luci riscaldanti, come onde, tra gli scogli dell' attenzione. Voci. Le voci dentro il silenzio, a spaccare in piccolissimi puntini l' infinito e rimanere vuoti, soli con se stessi e lì la voce si fa da parte e parla un altro tipo di voce. La voce dei muti, dentro la lingua, a inturgidire le labbra, la voce dei gatti, la voce delle foglie, delle vene, degli specchi dei barbieri, delle cipolle, le voci delle nuvole, le voci del pianoforte, le voci dei nonni che non ci sono più, le voci che restano da qualche parte dentro i cassetti dei fondi dell' eternità, con una lampadina accesa di sera accanto a funi sporche di grasso e attrezzi da lavoro, voci, tutte snodate, brulicanti, e forse qualcuno quando avremo finito le riutilizzerà, al posto nostro, o forse si ficcheranno in gola con noi, con i loro pezzi per comporre le parole, con le manopole per il freddo e per il caldo, per dire buongiorno, sono vivo, sto bene, sto male, compra la seppia, ti amo, voci, come se i fiori fossero tutti uguali, come se non esistesse differenza tra questa miriade di consonanti. E a volte ho voglia di staccarmi da queste voci, ho voglia del nulla, ma la voce più difficile da far tacere è quella della testa, mi piacerebbe sentire il tono della voce della mia testa, vedere con che presa esprime la sue energia, vedere la bocca con cui schioppetta i pensieri, mi piacerebbe anche sentire il tono della voce del cuore, petali, leggeri. E al di là di tutte le voci c' è un mondo che ci fa paura, ma che è nostro, ma che è originale, ma che è autentico. Senza voci la maggior parte di noi non sa stare. Siamo dipendenti dalle voci, come se le corde degli altri servissero a farci restare in piedi, dimenticando che anche noi abbiamo le gambe, e una bocca e un silenzio dove reclutare la nostra profondità.

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Penso alla pasta delle generazioni, alle gocce lasciate tra il cemento degli anni, voci. Voci indiscutibilmente attraenti, squillanti, voci gustose, glutinose, gutturali, voci tristi, sbadate, voci come palline di flipper impazzite, voci tartagliate, balbuzienti, voci coraggiose, silenti. Voci... (continua)
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corrispondenze

04 febbraio 2011 ore 17:52 segnala

Leggendo un libro ambientato in un casinò, mi è venuto in mente un episodio della mia infanzia, che non c' entra praticamente niente con il contenuto del romanzo. Io, mio cugino e mia sorella una domenica a casa di mia nonna, nella camera degli ospiti, nello sportello più basso del mobile di una scrivania, trovammo un sacchetto colorato che sembrava un arcobaleno: uno di quei sacchetti colorati che erano in regalo con i pacchi di detersivi e che mia nonna teneva tra vecchie borse e valigie piene di gomitoli. Non ci voleva molto per capire che dentro quel sacchetto colorato c' era qualcosa di speciale. L' aprimmo, senza farci tante domande. La curiosità dei bambini vince su tutto. La magia dell' attimo in cui sfilammo via il filo del sacchetto, rimanendo a bocca aperta, trepidanti, senza fiato e senza parole, lo può comprendere solo chi in vita sua ha riscoperto qualcosa di prezioso, da qualche parte. Come ricercatori su tombe egizie vivemmo in quell' attimo in un mondo tutto nostro, togliendo lentamente le bende alle mummie del tempo, riuscendo a riscoprire, finalmente, tutto insieme, tutto in un colpo, il cuore della verità, al di là degli anni. Ci apparvero dinnanzi a noi tante cartelline, tanti rettangolini volanti, che da chissà quanto, avevano voglia di saltare fuori e di appropriarsi ancora di quel granello di luce che ogni cosa ha il diritto di possedere. Erano cartoline. Cento, duecento cartoline. Cartoline con la carta gialla e sporca e con scritte enigmatiche o a stampatello, o con le parole che ruzzolavano, blu, dentro la nostra lettura, e nei materassi delle M, nelle scavature delle V. Le nostre occhiate era come se togliessero via la polvere, i nostri occhi erano come sapone strusciate al pelo delle lettere. Quelle cartoline erano piene di firme, indirizzi palesemente dichiarati, francobolli come bolle che conservavano all’ interno la saliva, il sudore, la biologia delle persone, e lì vicino i saluti, ciao qui si sta bene e da voi come va, l’ anima di vecchi parenti, di scorze lontane di individui che per noi, non esistevano se non dal luogo da loro descritto, dalla vacanza che si trovavano a fare in quella particolare fase della loro vita. Molte di quelle persone non le conoscevamo e non ci importava di conoscerle, forse alcune non esistevano neanche più allora, eppure qualche fascio di loro era penetrato anche in noi, in quel momento. Trovai anche una cartolina che i miei genitori avevano spedito ai miei nonni dal loro viaggio di nozze.

Forse mio cugino e mia sorella rimasero colpiti da qualcosa in particolare che non mi confidarono, ognuno ha la propria parte che tiene solo per sé, un cassetto delle emozioni, delle sensazioni, dove le sorprese ballano, indipendenti anche a noi stessi. Ecco che quello che colpì la mia attenzione e che non ho mai raccontato a nessuno, sono le immagini di quelle cartoline. Il mare, soprattutto, la spiaggia, la gente in costume che pareva così lontana e diversa da quella degli anni da me vissuti a ferragosto a Fano, le macchine dalle forme strane e colorate parcheggiate nella piazza di un particolare paese a mezzogiorno, il campanile, la torre dell' orologio di quel paese, con quelle tonalità accese e lucenti che hanno in sé tutte le foto degli anni settanta e ottanta, e poi i fiori nei balconi, i gerani, le ginestre e i campi profumati, e soprattutto infine un casinò, dall’ atmosfera più tendente alla villeggiatura che al gioco d’ azzardo. E pensai, sempre in un attimo, in quello stesso attimo, ai postini, alla vita dei postini, a tutti quelli che nella quotidianità di interi decenni hanno portato le cartoline, che le hanno imbucate, ho pensato ai postini che per consegnare lettere magari importanti, comunicazioni, poesie d' amore, buste, ricordi di individui sconosciuti, hanno sentito nel corpo e nei vestiti la temperatura delle mattine e così i mesi e così gli anni.

E quelle cartoline sono un tesoro, una testimonianza, strisce, tracce, graffi di personalità non andate perdute: la loro voce, anche solo il loro più flebile saluto non è volato via nel vento, ma anzi è stato perfettamente trascritto nei fogli dell’ eternità. Quello è stato forse il mio primo vero viaggio, il mio viaggio lontano a contatto con le sfumature delle emozioni. Forse dietro ogni cartolina c’ è un capolavoro genuino della vita, del passaggio del tempo, dell’ interiorità fatta materia e recepita da un destinatario, da un orecchio, dalla forma di quelle cartoline. Mi immaginai tutto questo volando via da quello che ero senza rendermene conto, era ancora un volo inconscio, erano grani di pensieri che credevo morenti. Non mi sarei minimamente immaginato che proprio quella piccola polvere d’ emozione, sarebbe stata il fango dorato con il quale impastavo l’ essenza dei momenti della vita. Ormai sono schiavo della mia forza, sono schiavo di quelle sensazioni. Come un albero genealogico le emozioni sembrano tutte parenti, i gerani, le ginestre, il giallo, il limone, i casinò, i postini, le buste dei postini, maggio eccetera eccetera, sono tutti un gran frullato di pensieri, un frullato indecifrabile che ogni tanto imbeve le mie radici: forse è proprio quel frullato la mia radice, i fori della mia anima più a contatto con l’ infinito, con le cose che hanno il cuore, con il cuore più grande. Ripenso ai poeti simbolisti e alle loro corrispondenze dei sensi. Ma aggiungo anche l’emotività, l’ emozione che è composta da tante particelle differenti tra di loro, le quali respirate in un modo, possono farci provare un certo stato d’ animo, annusate anche solo un millimetro più lontano, possono mutare il nostro stato d’ animo. Pur mantenendo la stessa emozione la poesia cambia e cambiamo noi di continuo, per tutta la vita.

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Leggendo un libro ambientato in un casinò, mi è venuto in mente un episodio della mia infanzia, che non c' entra praticamente niente con il contenuto del romanzo. Io, mio cugino e mia sorella una domenica a casa di mia nonna, nella camera degli ospiti, nello sportello più basso del mobile di una sc... (continua)
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il mondo dalla quarta fila

31 gennaio 2011 ore 23:51 segnala
Baricco parla del romanzo: "il giovane Holden"

 

"Succede quasi sempre che quando qualcuno mi fa un regalo finisce che io divento triste. "

 

Pensateci qualcuno vi fa un regalo, la prima reazione è che probabilmente voi siete contenti, la seconda è lo stupore, la terza la curiosità...ma se voi ci pensate bene, dietro, dietro, dietro un po' di tristezza c' è sempre, uno vi fa un regalo e sotto, sotto tutto questo c' è una punta di tristezza, forse perché uno si sente debitore, che non se lo merita, che ne so, l' imbarazzo di ricevere il regalo... ma cert' è che dietro la prima fila di emozione, la seconda, la terza, la contentezza, la sorpresa, ad un certo punto arrivi e c' é un grano, di tristezza. E allora vedete Holden cos' è che... vede, quello che sta dietro. Non la prima, la seconda, la terza, ma la quarta fila,  la reazione, la cosa che ti succede, quella un po' nascosta, tutto il mondo che sta in quarta fila, quello è il mondo di Holden. 'Sto ragazzino che non riesce a vivere il primo, il secondo, il terzo stadio, infatti viene espulso dalle scuole, con la famiglia ha dei problemi, cioè non riesce a vivere quello che tutti vivono, la prima che ti viene addosso, però ha una sensibilità esasperata per quello che sta dietro, lui vede, pensa tutto quello che sta dietro, quasi come se la ribellione che sta davanti fosse la clausola per diventare dei geni alla scoperta di ciò che sta dietro, è tutto così, Holden, è sempre così...

 

 

A Holden viene sempre in mente la quarta, in compenso in quel quarto livello, in quella quarta fila,  è genio, cioè là dove i sentimenti diventano piccolissimi, fragilissimi, Holden li inchioda uno ad uno...

 

 

In un secondo video (che non posso caricare) Baricco continuando a parlare del romanzo “il giovane Holden” dice:

 

La scena più “seria” de “Il giovane Holden” è l’ incontro tra il ragazzo Holden e sua sorellina Phoebe di 10 anni. Holden dice di sua sorellina: è un genio, e infatti questa bambina è la figura saggia della vita di Holden .,,

Questa bambina all’ inizio,  quando Holden le dice d’ essere stato espulso dalla scuola,per l’ ennesima volta lei le risponde solo: papà ti ammazza, papà ti ammazza. Poi però ad un certo punto viene fuori la vera Phoebe, saggia, e lo inchioda, lo inchioda con una domanda che è a lui ma a tutta la generazione  che poi di lui fece un simbolo, e gli dice questo: sì tu mi hai raccontato tutte queste storie, a scuola sono stupidi, i professori sono fessi, ma a te non piace niente di quello che succede. ..dimmi una cosa che nella vita ti piace, ti piace veramente, dimmi una cosa che vorresti fare da grande…

E è la domanda in generale a tutto un mondo che rifiuta la vita normale, il sistema. Sì vabbé che rifiuta ma poi c’ è qualcosa che ti piace? Cosa vuoi  fare da grande?  Holden è inchiodato. Poi ad un certo punto trova una risposta,  ed è una risposta da Holden, quarta fila, una risposta nascosta, questa risposta qui:

 

 

"Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia. "

 

Cosa ti piacerebbe fare davvero da grande? L’ avvocato? No, l’ acchiappatore in un campo di segale, l’ acchiappatore di bambini che volano giù da un precipizio in un campo di segale. Una risposta da Holden…

 

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Baricco parla del romanzo: "il giovane Holden" "Succede quasi sempre che quando qualcuno mi fa un regalo finisce che io divento triste. " Pensateci qualcuno vi fa un regalo, la prima reazione è che probabilmente voi siete contenti, la seconda è lo stupore, la terza la curiosità...ma se voi ci... (continua)
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preghiera in gennaio

28 gennaio 2011 ore 02:50 segnala

http://www.youtube.com/watch?v=h70awBoZIDI




27 gennaio 1967 muore (suicida!?) il cantautore Luigi Tenco.
Fabrizio De André ha scritto questa splendida canzone in ricordo dell' amico. C' è da notare che anche De André, trentatre anni dopo, ci ha lasciati nello stesso mese, e anche un altro grande cantautore come Giorgio Gaber è morto nel mese di gennaio. La preghiera in gennaio così si fa sempre più ampia, dedicata a tutti loro, i grandi della musica italiana. In particolare è struggente leggere il testo di questo capolavoro, avendo in mente Luigi Tenco, la sua vita, la sua arte, la sua fine.



Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia

se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
l' hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
11894591
http://www.youtube.com/watch?v=h70awBoZIDI 27 gennaio 1967 muore (suicida!?) il cantautore Luigi Tenco. Fabrizio De André ha scritto questa splendida canzone in ricordo dell' amico. C' è da notare che anche De André, trentatre anni dopo, ci ha lasciati nello stesso mese, e anche un altro grande can... (continua)
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memoria

26 gennaio 2011 ore 19:09 segnala
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d'inverno
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

Se questo è un uomo  - P- Levi

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Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza... (continua)
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il paradiso delle farfalle

23 gennaio 2011 ore 02:47 segnala
Avrei voluto parlare di un altro argomento, ma sento la necessità di parlare dell' amore. Di questa storia d ‘ amore. Una storia esistita solo nella mente dei due protagonisti, nel loro cuore. Seppure questo amore era ricambiato da entrambi gli amanti, è stato da sempre un amore ostacolato da tutti. Ovviamente è una storia realmente accaduta e non parla di escort, minorenni e prostitute, no, qui si parla solo d’ amore, l’ invisibile armonia che come un filo di venticello leggero, sfiora le ali della più flebile coccinella che vola al di là dell’ anima di chi sa amare. Lui, L. non abitava molto lontano da me: spesso, soprattutto l’ estate, in quelle passeggiate che si fanno per prendere fresco la sera, lo incontravo in giro con sua madre. Per tutto il decennio degli anni novanta l’ ho visto lì l’ estate,  in giro per le strade del mio paese, oppure a potare le rose in giardino o ad accarezzare i cuccioli dei cani.  Il suo naso era a forma di una nocciolina, rideva sempre, ricordo che ogni volta che mi incontrava mi dava la mano e mi salutava cordialmente. Lo ricordo anche in inverno con il suo classico giaccone di pelle gialla e il cappellino a visiera nero e verde che gli copriva minuziosamente tutto il perimetro delle orecchie.  Lei, F., più piccola di lui, è una ragazza che prima abitava sopra casa mia: quand’ ero ancora in fasce so che passava pomeriggi interi con mia madre a controllarmi. Non so quando incominciò la storia tra lui e lei, forse le storie non iniziano mai, ma esistono da sempre,  o forse cominciano da un punto casuale e partendo da lì, esattamente da quel piccolo punto dell’ universo, sgomitolano poi tutta l’ emozione per i ricami dell’ orizzonte. So solo che una volta ad una festa, li vidi entrambi abbracciati, lui con una camicia bianca che profumava di risate,  lei che odorava dello stesso profumo e ballavano, come pesci fuor d’ acqua, ballavano al ritmo tutto loro della loro musica.  L. e F. sono nati con la sindrome di Down e quella sera ad un certo punto si devono essere guardati negli occhi e si devono anche essere baciati. Poi un giorno L. baciò più forte F. e le disse io ti voglio sposare, dio mio le disse proprio così, sposare, come probabilmente aveva visto fare nei film, la sera, nel divano accanto alla coperta della mamma, sposare, e magari perché no l‘ anello, regalarle l’ anello,  in quelle scatoline quadrate e lei che lo apre e si scioglie come dentro ad una favola. F., in quell’ attimo di silenzio dopo le parole di lui, doveva aver sentito le farfalle, la spaccatura dell’ uovo, il bruco che cerca lo stelo dove tessere i cuscinetti di seta per iniziare la metamorfosi, lo spuntare delle ali, il primo volo d’ assestamento di quelle farfalle nel formicolio del suo spirito incantato. Tutto questo in un flash, in un attimo, nel lasso di tempo che occorre a certe parole di intaccarsi nell’ interiorità del cielo e sfumare e nascondersi finché dura l’ invisibile. Quell’ attimo pieno di farfalle doveva esser stato il momento più bello di tutta la loro vita. F. doveva esser diventata tutta rossa, forse era allergica alle farfalle, allergica all’ amore o forse era solo emozionata e probabilmente doveva aver detto di sì, subito, di sì. Così appena tornata a casa, confidò come sempre tutto alla madre e la madre le disse semplicemente non vedrai più L.  e con una retina fermò il volo di in ciuffo di farfalle, le impigliò, le catturò e le fece morire essiccate.  F. si chiuse in camera sua, L. pianse e solo dopo un po’ di settimane ideò un piano per fuggire insieme all’ amata. Fece un unico, ingenuo, errore: ne parlò anche lui con un genitore, il quale bloccò immediatamente queste fantasticherie.  L. e F. non sono mai scappati, non si sono mai sposati, si sono amati ogni giorno da casa loro, lui magari seduto al solito divano e lei nella panca di legno della cucina: distanti eppure entrambi nella stessa identica dimensione: là dove si possono sentir roteare i battiti delle farfalle e si può sorreggere da entrambi i lati il peso tenue dell’ infinito.

Questa settimana L., dopo una breve malattia, se ne è andato via. F. al funerale si è fatta piccola piccola, in un silenzio surreale ha trasformato le farfalle rimaste in lacrime, e una e due e tre e alla fine ci deve essere un paradiso anche per gli amori irrealizzati, un paradiso per le farfalle, sì lo voglio vedere, un paradiso per tutte le cose che questo mondo non può permettere, non può far concretizzare, perché troppo pure e troppo fatate. Io ho pensato semplicemente che molti dovrebbero imparare dalla sincerità di questo amore, dal desiderio, dalla tenerezza di questo amore. Le farfalle non se le possono regalare le persone comuni, se le regalano solo le persone speciali, proprio come L. e F. Spero che da qualche parte, anche in una piccolissima zolla dell’ al di là, un giorno, possano coltivare il loro amore, per l’ eternità, e ritrovare lì il rifugio di tutte le farfalle.

 

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Avrei voluto parlare di un altro argomento, ma sento la necessità di parlare dell' amore. Di questa storia d ‘ amore. Una storia esistita solo nella mente dei due protagonisti, nel loro cuore. Seppure questo amore era ricambiato da entrambi gli amanti, è stato da sempre un amore ostacolato da...
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i paesi sperduti di campagna

19 gennaio 2011 ore 17:13 segnala

.
Ho passato una domenica nel passato, no, non è un gioco di parole, è la verità, e il passato non era neanche il mio, era un passato che non ho mai vissuto, ma che hanno vissuto tanti altri al posto mio, quando non ero ancora nato. E' successo che con mio padre sono andato alla ricerca del luogo di nascita di mia nonna. Ci siamo avventurati per strade che costeggiavano il bosco, con il motore della panda per le buche di campagna. Il cielo era terso, la temperatura non troppo fredda, un miliardo di fiorellini invernali sorreggevano, da dietro, il pelame increspato delle erbacce. E' stato meraviglioso, davvero. Non solo perché poi alla fine i luoghi d' infanzia di mia nonna li abbiamo realmente ritrovati, ma perché un po' in fondo li abbiamo vissuti anche noi, da lontano, dopo tanto tempo, riportandoli all' aria aperta, dopo esser stati ingiustamente rilegati solo nella dimensione astratta della memoria. E non si tratta solo di mia nonna, si tratta di un mondo che non c' è più, di povertà e fatiche nei poggi dispersi di montagna, di contadini con le finestre rotte e tanti figli e tanti conigli e fieno e campi e bestiame da dividere col padrone. Si tratta di un mondo ancora in contatto con la natura, le lunghe passeggiate per raggiungere la città forse stimolavano un po' anche la fantasia e ammorbidivano meglio la fame. Fatto sta che ad un certo punto io e mio padre avevamo in mente di raggiungere la vecchia chiesa di quel torsolo di case, ma non essendo esperti della zona e rischiando di disperderci, abbiamo chiesto indicazioni. Abbiamo trovato una donna, dentro casa, una signora anziana con la faccia a forma di confetto e un fazzoletto che le copriva il capo come fosse un mandarino ammaccato. Era dentro la finestra di casa sua, ci ha risposto da dietro la zanzariera, si teneva i denti e parlava tutto in dialetto, io ho pensato alla sua vita, alle sue domeniche, al pentolino con cui fa ogni sera la cena, a cosa vuol dire vivere alla sua età in una casa sperduta tra i boschi, al fatto che forse le nostre domande le hanno fatto compagnia e l' hanno ancora fatta sentire importante. L’ abbiamo ringraziata e proseguendo per dei sentieri ci siamo ritrovati davanti la vecchia chiesa. In realtà della chiesa non erano rimasti che ruderi, sassi cosparsi di edera, travi perpendicolari, massi ingialliti, quadrati di finestrelle tremolanti, porte sconquassate. A quel punto ho cominciato a sentire in me la costruzione di un sentimento molto simile al rispetto, miscelato con varie leghe di fantasticherie, su come doveva essere lì la vita negli anni venti, gli odori di formaggio e pane che ti accompagnavano a casa, il prete, la povertà degli abiti, i fiori che crescevano come ora nei tappeti profumati delle macchie. Ogni masso, ogni sasso, ogni maceria ovunque si trovi può avere in sé una storia e l’ intimità di qualcuno, di qualcuno che magari non c’ è più o che magari non si ricorda bene, ogni sasso può essere il contenitore, lo scrigno di vite respirate, di vite non più reperibili, forse è per questo che le rocce sono così dure, per nascondere le cose più delicate celate al proprio interno. E attraverso quelle rovine mi sono sentito talmente in empatia con la vita dei nostri avi che ho pensato vivessero un po’ anche per noi che non esistevamo ancora, ho pensato che mia nonna, ma anche uno sconosciuto qualunque, mentre mangiava, pativa, cresceva, si innamorava, faceva tutto questo anche con me, anche per me che non esistevo ancora. I pomeriggi d’ inverno però non hanno abbastanza luce per permettere al cuore lunghe scampagnate, anche e soprattutto se le scampagnate sono dentro il tempo. Così abbiamo ripreso la macchina e siamo tornati verso casa. Ma prima di raggiungere le prime strade asfaltate e risentirci nuovamente dentro la città, abbiamo trovato in un angolo un piccolo cimitero. Ci siamo entrati, abbiamo trovato le tombe dei miei trisavoli e in una atmosfera da Spoon River, non ho potuto fare a meno di osservare tutte quelle croci, alcune con fotografie in bianco e nero, facce, guance, rughe, denti, cappelli, baffi, bottoni, vizi pizzicati negli occhi, spine di dolore, sorrisi piegati, colli che pompavano sangue, cuori che pigiavano a loro volta ricordi e nomi, luoghi cari, bicchieri, vite, vite lasciate e destinate da qualche altra parte. Ad un certo punto, tra vecchie zie e bambini sfortunati, abbiamo ritrovato la tomba del primo fidanzato di mia nonna, Eugenio, quello che le disegnava farfalle nelle lettere che le spediva dal fronte, “questa farfalla è il simbolo del mio amore perduto” le scriveva, ed ecco ora è lì, una domenica di gennaio, a tarda sera, e mentre io e mio padre ci allontanavamo e rientravamo a casa a cenare, non ho potuto fare altro che girarmi indietro, verso la strada che avevamo percorso, fonte inesauribile di storie nascoste e sperdute che nessuno o forse in pochi ricordano davvero. Tutto, veramente tutto ha la sua storia, ha il suo percorso, la sua esistenza spesso segreta, spesso rilegata nelle radici più intime della profondità, e al di là di ogni retorica credo che la peggior morte a cui possiamo andare incontro sia quella della dimenticanza: risvegliare la vita degli altri è risvegliare l’ identità, il sapore e la forma di un ulteriore tassello che ci permette di aggiornare il mosaico delle nostre esistenze. Quanti villaggi abbandonati e sperduti ci sono proprio ora, adesso, nel mondo, quanti ruderi, quanti sassi, nelle nostre campagne, nelle stradine di montagna, quanti occhi pieni di storia sono in attesa di una ricezione per completare la visione totale della realtà, di quello che realmente siamo o siamo stati: vita, che un giorno diventerà solo emozione.
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. Ho passato una domenica nel passato, no, non è un gioco di parole, è la verità, e il passato non era neanche il mio, era un passato che non ho mai vissuto, ma che hanno vissuto tanti altri al posto mio, quando non ero ancora nato. E' successo che con mio padre sono andato alla ricerca del luogo d... (continua)
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19/01/2011 17:13:59
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