Nudo…

28 aprile 2009 ore 21:47 segnala

…vestito solo di un paio di calzini sudati dopo centinaia e centinaia di chilometri di corsa sulla terra desolata… sulla faccia della terra, la sua stessa desolazione… stava in piedi davanti a lei, la lavatrice lo fissava col suo occhio spalancato.

Lui le fece girar la testa più volte prima di sedersi, pelle nuda sulla sedia fredda, a guardare il sole attraverso la tapparella della sala e ascoltare una chitarra folk in sottofondo.

 

La doccia lo aspettava ma preferì scrivere sui muri i suoi pensieri, sentir scorrere la punta massiccia, morbida, sulla parete solo apparentemente regolare…

 

…un brivido…

 

…la mano di una donna sulla sua spalla…

 

…quelle labbra sul suo collo salato…

 

…il ruggito di un temporale primaverile, colpi di grandine come batter di denti.

 

 

Ancora le tue unghie?

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…vestito solo di un paio di calzini sudati dopo centinaia e centinaia di chilometri di corsa sulla terra desolata… sulla faccia della terra, la sua stessa desolazione… stava in piedi davanti a lei, la lavatrice lo fissava col suo occhio spalancato. Lui le fece girar la testa più volte prima di...
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Un foglio bianco…

20 aprile 2009 ore 22:01 segnala
…senza amore non c’è poesia, senza amore non ce n’è…

…e viene da pensare ad una poesia imparata da piccoli, troppo per capire…

…ad una poesia recitata quando tutto acquistava un senso…

…ad una poesia recitata con l’acqua alle caviglie…

…ad una poesia che parla di sogni, promesse e disinganni…

…ad una poesia che parla della vita di tanti:

 

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi? 

 

Sonavan le quiete

stanze, e le vie d'intorno,

al tuo perpetuo canto,

allor che all'opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

così menare il giorno. 

 

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno. 

 

Che pensieri soavi,

che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi? 

 

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi;

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

né teco le compagne ai dì festivi

ragionavan d’amore. 

 

Anche perìa fra poco

la speranza mia dolce: agli anni miei

anche negaro i fati

la giovinezza. Ahi come,

come passata sei,

cara compagna dell’età mia nova,

mia lacrimata speme!

Questo è il mondo? questi

i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,

onde cotanto ragionammo insieme?

questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero

tu, misera, cadesti: e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano.

 

(A Silvia, Giacomo Leopardi, Pisa, 20 Aprile 1828)

 

 

Non essere triste… o almeno provaci!

 

 

Cosa c’entra questo cielo lucido
Che non è mai stato così blu
E chi se ne frega delle nuvole
Mentre qui manchi tu

Pomeriggio spompo di domenica
Come fanno gli altri a stare su
Non arriva neanche un po’ di musica
Quando qui manchi tu

E adesso che sei dovunque sei
Chissà se ti arriva il mio pensiero
Chissà se ne ridi o se ti fa piacere

Cosa c’entra quel tramonto inutile
Non ha l’aria di finire più
E ci tiene a dare il suo spettacolo
Mentre qui manchi tu

Così solo da provare panico
E c’è qualcun\'altra qui con me
Devo avere proprio un aria stupida
Sai come è manchi te

E adesso che sei dovunque sei
Chissà se ti arriva il mio pensiero
Chissà se ne ridi o se ti fa piacere

E adesso che sei dovunque sei
Ridammelo indietro il mio pensiero
Deve esserci un modo per lasciarmi andare

Cosa c’entra questa notte giovane
Non mi cambia niente la tv
E che tristezza che mi fa quel comico
Quando qui manchi tu

E adesso che sei dovunque sei
Chissà se ti arriva il mio pensiero
Chissà se ne ridi o se ti fa piacere

E adesso che sei dovunque sei
Ridammelo indietro il mio pensiero
Deve esserci un modo per lasciarmi andare

(Il mio pensiero, Luciano Ligabue)

Sempre in ritardo…

23 marzo 2009 ore 22:33 segnala
…come il treno per Stoccarda delle 19.43, almeno fino ad oggi.

Sono sempre arrivato in ritardo, spesso proprio quando non avrei dovuto… ma stavolta ho addirittura perso il treno per Stoccarda e la donna col cappotto rosso che vive di non si sa cosa e sogna paesi lontani fatti di terre sterminate.

 

Fumo una sigaretta chiesta ad un anziano con i capelli d’argento, freddo tutto intorno, odore di ferodi bruciati, brina e carne bollita, qualche voce metallica registrata, una leggera foschia.

 

Penso, mentre esco dalla stazione e chiamo un taxi in un silenzio surreale…

 

“Pronto! Mi Querida… ho ancora sbagliato…”, davanti all’Hotel Astrid escono parole confuse, un sospiro dall’altra parte: “Era la tua ultima occasione, lo sai… domani finalmente parto, ci sentiremo lo stesso ogni tanto, ma solo per un saluto”.

 

“Non temere piccola, un giorno ti parlerò ancora d’amore. Forse ancora davanti alla tua yerba mate, guardandoti accarezzare una bombilla e arrossire di tanto in tanto, là dove la città finisce e sembra sia solo campagna”.

Io sono leggenda!...

21 febbraio 2009 ore 17:45 segnala
Con gli occhi di ghiaccio e le dita strette nel pugno, fermo davanti agli uomini di sabbia, nella sala delle riunioni, dopo lunghi secondi di silenzio, raschiando la voce come unghia sul muro per poi ammorbidirsi nella sua stessa convinzione, Lui disse: Io sono leggenda!

 

L’uomo di cera rideva mentre la leggenda spariva sulla sua Indian rossa del 1928 con stretta sotto il braccio l’unica cosa che valesse la pena portarsi via da quel luogo: la sua vita.

 

L’uomo di cera aveva visto un uomo volare sui tetti del mondo e ricordava adesso la sua voce affermare di non avere padroni, di essere qualcosa di più di quello che gli altri avevano voluto per lui… il ricordo di un uomo che era diventato leggenda… la dimostrazione che si può sognare… la dimostrazione che nonostante si sia legati a quella fottuta sedia si possa spiccare il volo… sì, c’è la possibilità, pensa l’uomo di cera, mentre stringe i braccioli della sua economica poltroncina… giorno dopo giorno fino a che tutto pesa troppo ed i sogni non sa più cosa sono.

 

Ogni giorno a sperare che la leggenda venga a portarlo via, via, via… che lo faccia diventare leggenda a sua volta…

 

…egli sogna di poter dire a sua volta, davanti agli uomini di sabbia: Io sono leggenda!

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Con gli occhi di ghiaccio e le dita strette nel pugno, fermo davanti agli uomini di sabbia, nella sala delle riunioni, dopo lunghi secondi di silenzio, raschiando la voce come unghia sul muro per poi ammorbidirsi nella sua stessa convinzione, Lui disse: Io sono leggenda!   L’uomo di cera...
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Accovacciato sul ponte…

22 gennaio 2009 ore 21:14 segnala
…di prua del battello, appoggiato ad una balaustra, seduto su uno scalino asciutto, guardavo scorrere la boscaglia fitta, allungata con le sue braccia tentacolari verso di noi, come una massa uniforme e densa in uno spasimo, un grido infuocato di rabbia ed odio, il ricordo della sua deturpazione e delle urla di coloro che lì avevano trovato rifugio.

Percorrevo da solo il corso del Mekong nel periodo delle piogge.

 

Mario mi aveva spinto a vivere quel viaggio “avventuroso” ed ora mi aveva lasciato da solo, preferendo la compagnia di una ragazza che si faceva chiamare Susy - ma dai! - e che, nonostante l’abbigliamento tipico ed i modi timidi, non poteva che farmi pensare alle commercianti di orgasmi che è consuetudine incontrare in molti Paesi di quella parte del mondo.

 

 

Dopo aver diviso l’ultimo dei miei biscotti con lei, non riuscivo più a liberarmi da quella bimba, che adesso dormiva abbracciata al mio fianco, forse per riscaldarsi (anche se io avevo più freddo di lei in quel momento), forse in attesa di un altro biscotto (anche se io avevo più fame di lei in quel momento), forse perché le stavo simpatico (anche se neanche io mi stavo molto simpatico in quel momento), pensavo…

 

…il tempo inclemente di quella stagione segnava ogni giornata dal nostro arrivo, così come i villaggi in parte allagati, così come gli occhi degli abitanti inermi davanti alla furia della natura, solo qualche sacco di sabbia e la forza delle braccia e gli abiti bagnati e l’aria calda.

 

 

Abbigliamento verde militare, il classico giubbetto da pescatore prestato tempo addietro da mio padre, un cappello che fa tanto guerriglia rivoluzionaria comprato in un negozio di abbigliamento usato in Camden Market con spilletta della pace regalata dalla mia amica Margaret, appassionata di Kubrick. La reflex incollata alla mano, prolungamento del mio braccio, sempre accesa, pronta allo scatto, colpo in canna, ancora una metafora militare, non potevo non farmi scorrere in testa le immagini di Apocalypse Now e mi sembrava quasi di sentire il borbottare delle eliche e l’odore del napalm, - ma dai! - solo il rumore ed i fumi dello scoppiettante motore diesel della bagnarola scorrazzante su e giù per il fiume.

 

 

Villaggio di pescatori alla nostra destra, in lento avvicinamento fino a scontrarsi contro una banchina di legno, persone in corsa, sbracciare di mani, un occidentale che saluta nella mia direzione – ma dai! - Mario con un sacco di penne colorate – Vieni! Vieni! - continua la sua distribuzione, ecco a cosa servivano quegli articoli di cancelleria.

 

 

E così…

 

…Susy mi massaggiava le spalle davanti ad una stufa nella casa-capanna della sua famiglia, mentre mangiavamo riso bianco e pesce di fiume, qualche insetto fritto, cavallette forse, non indagai, in fondo andavano giù bene e la fame era tanta. Tutto questo mentre Mario volava via, ancora via, ancora a confermare che nulla dura… nulla!

 

 

 

DRIIIIN! DRIIIN!

 

Pronto?

Mario?

Cosa vuoi rompiballe? Stavo così bene!

Volevo sapere solo una cosa…

Dai, svelto che devo lavorare!

Sono due giorni che non dormo…

Sì, immagino…

…ma …dov’è il Nord?

…sobh!

Pronto?

Ti aspetto al solito posto… è un po’ che non bevo uno Spritz Campari!

E poi andiamo a correre, piove quel che basta…

Ho chiuso...

10 gennaio 2009 ore 23:17 segnala

...sono andato nel deserto e mi sono perso, vivo su un tetto e sono cotto di una...

 

...e...

 

...lei danza in un cerchio di fuoco e si sbarazza della sfida con una scrollata.

 

(citando The Doors, il film)

 

Riders on the storm
Riders on the storm
Into this house we're born
Into this world we're thrown
Like a dog without a bone
An actor out alone

Riders on the storm
There's a killer on the road
His brain is squirmin' like a toad
Take a long holiday
Let your children play

If ya give this man a ride
Sweet memory will die
Killer on the road, yeah

Girl ya gotta love your man
Girl ya gotta love your man
Take him by the hand
Make him understand
The world on you depends
Our life will never end

Gotta love your man, yeah
Wow!
Riders on the storm
Riders on the storm
Into this house we're born
Into this world we're thrown
Like a dog without a bone
An actor out alone
Riders on the storm
Riders on the storm
Riders on the storm
Riders on the storm
Riders on the storm
Riders on the storm

 

(The Doors, Riders on the Storm)

 

 

E... ascoltando il sussurrare dello sciamano...

 

If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, infinite.

 

(William Blake, The Marriage of Heaven and Hell)

Il Dunnìn co’i scarp morbid…

09 dicembre 2008 ore 22:15 segnala
…attirava la mia attenzione Il Gino indicando e sbracciando appoggiato al suo bicchiere di bianchino al circolo di via Togliatti… l’ometto con la sua bianca barbetta di due giorni si agitava, spinto dai fumi dell’alcool, in direzione della ragazza nella saletta degli audiovisivi.

 

Pulènta e Missultèn, butèglia dissanguada

urchestra de ciuchèe e danza indemuniàda

là nella balèra gira la nòcc

la gira, la bàla, la maja urelògg

 

Una ragazza in scarpe da ginnastica, jeans e maglietta rosa confetto, capelli biondi di media lunghezza, da sola muoveva i fianchi ascoltando una canzone folk dialettale, saltellava spinta da un violino strapazzato abbracciando un compagno invisibile.

 

la fisarmonica bùfa, e pö la ciàpa fiaa

mazürka de marziani süta i lüüs culuràa

la gòna la se svòlza, se veed la giarrettiera

ghe bòrlen föe anca i öcc all'òmm in canottiera

 

“Senti questa, eh, eh!” interrompeva sempre Il Sergio:

 

- Nonu, che osei che in?

- Mah. I sarà scurbatt.

- Ma nonu, i è bianch!

- I vegnarà pö vecc anca i scurbatt…

 

“Eh, eh! Eh…? Ah, Il Dunnìn co’i scarp morbid! Balla sempre da sola! Neanche con me, il più grande ballerino di tutti i tempi, vuol ballare! Eh, eh!” affermava biascicando, appoggiato alla sua stampella.

 

"Mi conceda questo ballo..."

(che bel cüü, che bel cüü!)

"Ma sono qui con il maresciallo!"

(bon per lüü, bon per lüü!)

"Signorina ha dei bei occhi"

(ma anca el cüü, ma anca el cüü!)

"Sì, però lei non mi tocchi..."

(Oh Gesü, oh Gesü!)

 

La guardavo e pensavo, aspettavo… al ripetersi del ritornello mi trovai a sgambettarle intorno, una mano sul fianco… mi guardava senza stupore…

 

E danza la sottana, danza la canottiera

lei sa di bagnoschiuma, lui puzza di barbera

"Signorina in questi anni dove si era nascondùta

una donna come lei l'ho mai gnache cognossùta"

 

"Mi conceda questo ballo..."

 

Le sorridevo cercando di dire qualcosa di intelligente… “Non sei di qui!”, mi disse sorridendomi e spingendomi ad aumentare il ritmo. Sentivo solo il suo odore ed il rumore delle sue scarpe morbide.

 

E gli occhi fanno "PAAK...!"come due bocce in campo

si incontrano a metà e fan partire un lampo

Lei che è figlia di signori balla con un contadino

sembra un albero sudato ma lo vuole più vicino

 

“Si sente tanto eh…?”, ancora un sorriso ed un occhio strizzato mentre la musica saliva di volume spinta su, su, da quel fenomeno de Il Gino.

 

"Son contenta di ballare!"

(che bei spàll, che bei spàll!)

"anche a me mi fa piacere!"

(föe di bàll el maresciàll!")

"non mi voglio più fermare.."

(gnanca me, gnanca me!)

"e lo voglio anche baciare"

(me par propi un bèll mestee!)

 

(La Balera, Davide Van De Sfroos)

Pezzi di carta...

25 novembre 2008 ore 22:19 segnala

...portati dal vento, scritte sbiadite in fondo ad una borsa, recito piano pensieri di chissà quando:

 

OGGI IL SOLE, DI PETROLIO VESTITO, GUARDAVO NEGLI OCCHI ATTRAVERSO DEI FILTRI.

 

HO MANGIATO LA SABBIA, DAL VENTO TIRATA, IN MEZZO AL DESERTO DELLA MIA MEMORIA.

 

BIMBA, STRAPPAMI A MORSI L'ANIMA, STASERA...

 

Colui che scrisse quel giorno aveva occhi grandi strizzati e cuore caldo, ci scommetterei.

Vendo merce rara…

05 novembre 2008 ore 21:25 segnala
…questo sostengo nel mio lungo ed inutile sproloquio di mezza sera davanti al pubblico astante.

Sono sei mesi che giro il Paese con la mia merce, le parole, sempre uguali, escono ormai da sole e, nonostante tutto, ancora mi meraviglio dello stupore generale che lascia nelle persone il mio tonico rigenerante.

 

“Venghino, signori, venghino!” sorrido tra me vedendomi dal di fuori, in abiti da domatore, giacca rossa ornata d’oro.

Cavalli bianchi in cerchio saltano sbarre incendiate mentre scimmie e clown fanno capriole tra la folla accalcata, ansiosa di stringere il biglietto di questo pazzo spettacolo: il mio circo Barnum, il mio piccolo circo.

 

 

“La tua vita è il più grande spettacolo sulla terra” afferma una bambina impertinente prima di affondare la faccia nel suo zucchero filato, scappare tra la folla e scomparire dietro alla gabbia delle tigri, un attimo prima che il nano con il solo gesto delle mani mi inviti a riposare le terga sulla mia poltrona colorata.

 

Un sorriso mentre lo sparo dei fuochi d’artificio annuncia l’inizio dello spettacolo.

Loyola, così chiamò la sua macchina fotografica…

24 ottobre 2008 ore 21:32 segnala

Fu una macchina fotografica a destarlo dal torpore. La trovò in una grande scatola rossa sotto uno dei letti, abbandonata. Era stata di Loyola, anche se lei non gliene aveva mai fatto parola. Nel far scattare i gancetti argentati, mio padre fu avvolto da una nuvola di polvere. Dispose le varie parti sul letto: era un vecchio modello con paraluce di tela nera, lastre di vetro in condizioni perfette, gambe di legno ben salde, obiettivo senza nemmeno un graffio […].

 

Mi immagino mio padre negli anni trenta, in giro per il mondo, la testa che sfreccia come una rondine dentro e fuori dal paraluce nero della macchina […].

 

Il suo amico, Manley, aveva una moto che mio padre spesso prendeva in prestito. Con la Triumph inclinata mentre faceva le curve a pelo, sfrecciando lungo le banchine e per i prati del Paese con una sciarpa svolazzante legata al collo, il mio vecchio era diventato famoso dalle sue parti […].

 

Lungo stradine di terra battuta del Mayo scattava immagini in bianco e nero di vecchiette a capo chino dirette in chiesa per la messa; fiori che crescevano alti sopra pozzanghere scure; pecore ammassate dentro lo scheletro di vecchi cottage in rovina; scatole di cornflakes che si scolorivano dietro le vetrine dei negozi; pescatori giù ai moli che si scaldavano le mani sopra bidoni d’olio; uno zingaro di mezza età che si riposava fuori da un vecchio caravan, a braccia e gambe divaricate, nell’attimo in cui si tira il cavallo dei pantaloni. Era un mondo dove non si era mai visto un obiettivo fotografico, e mio padre lo percorreva in lungo e largo, ora più alto di statura, il corpo più robusto, le maniche arrotolate, dando mostra di sé come su un palcoscenico. Il ciuffo gli ondeggiava sulla fronte. Le vene, solchi azzurri e ben delineati, si sollevavano sul dorso delle mani. Poteva alzare il braccio e far guizzare un muscolo possente. Fuori dalla sala da ballo le ragazze lo guardavano a bocca aperta […].

 

(La legge del fiume, Colum McCann)